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Il signor Rossi Vasco da Zocca, icona del Belpaese

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Riflessioni, a freddo, sul Vasco nazionale

di Maurizio Zuccari
un frame del concertone

Fatto o personaggio esemplare, idealizzato da una carica di eccezionale e diffusa partecipazione fantastica o religiosa. Ancora: quanto è capace di polarizzare le aspirazioni di una comunità o di un’epoca, elevandosi a simbolo privilegiato e trascendente. Anche alla luce del dizionario, che Vasco Rossi sia un mito, un’icona del Belpaese e oltre, è un fatto e non c’era bisogno del concertone al parco Ferrari di Modena per saperlo. A freddo, e al di là dei numeri pure impressionanti, convalidanti lo status di re delle rockstar, una riflessione va fatta sul Vasco nazionale.

Col Modena Park 2017 il signor Rossi da Zocca s’è aggiudicato, in un colpo, il record di pubblico d’ogni tempo e luogo, 220mila cristi gioiosi, e la bella cifra di 36 milioni d’incasso. Quasi pari agli oltre 35 milioni di dischi ufficialmente venduti nella sua quarantennale carriera. Mica bruscoli. Cifre che parlano da sole sul seguito del Blasco, sul suo collocarsi, de facto e diritto, nel bel mezzo del Pantheon delle rockstar contemporanee, non certo solo nostrane, se non al suo apice. Un Giove tronante dal suo microfono, ancorché imbolsito dagli anni (son 65 primavere, ohé, mica facile reggere botta su un palco così) e giù nei toni. Ma alla fine ce l’ha fatta, la tempesta perfetta lui e Modena l’hanno superata, e per una notte l’Italia s’è desta a sentirlo. Roba che se volesse buttarla in politica farebbe tremare le vene ai polsi a chiunque. Ma lui se ne frega, la butta sull’anarcoide e tanto gli basta, mica è un sempiterno Berlusconi o un Gentiloni en passant, le fascinazioni del paese legale non le subisce.

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Quanto al paese reale, non c’era tivù di bar o gelateria che non fosse sintonizzato sul maxi concerto, ai semafori sentivi le radio sparate sulle note di qualche sempreverde del Blasco, e i conducenti santiare, come fan di facebook, a ogni interruzione in scaletta – da contratto – dell’ottimo Bonolis. Nei cinema in centro c’era la fila per assistere alla diretta integrale (una roba mai vista, anche come incassi), e ai ristoranti di periferia attempati signori in barba e calzini bianchi fianco a brufolosi monelli, estasiati davanti allo schermo a gustarsi uno spezzone del concertone più che una pasta o una pizza.

Persino le bufale circolate sul post concerto – un numero importante di vibratori trovati sul prato tra santini di padre Pio, pannoloni e stampelle – sono da star. Come la calata e l’uscita in elicottero, dall’alto, moderno semidio apparente e svanente alla folla pagante & plorante. Una stella del rock nata da umili, anzi umilissime origini, per dirla come un vetusto biografo. Padre camionista, madre casalinga, esordi in una radiolina, gavetta e insomma tutta la trafila di rito prima d’approdare alla fama, esplosa negli anni ‘80, e di qui al mito. Nonostante cadute e momentacci per questioni di femmine e droghe, e acciacchi vari. Ma una stella può cadere e mai più rialzarsi, Vasco no. Lui lo è anche per questo, rimbalza sui suoi guai e torna in vetta, più forte che pria.

Ché Vasco sia un mito, un’icona del Belpaese, da Strapaese e Stracittà (pure nel senso di strafare), del nostro vivere contemporaneo, è dunque un fatto. Meno ovvio capire le ragioni di tanto successo. Perché Vasco sia divenuto l’idolo delle folle per eccellenza e antonomasia, noto a chiunque abbia traversato la vita, diciamo così, dagli anni ‘60 a oggi. Capace di poetare al cuore d’adolescenti in fregola come d’attempati in pancetta e borsello. Bastava una carrellata del pubblico al Ferrari per vedere un salto generazionale omnicomprensivo, tette sode e tette flosce al vento.

Un lustro orsono un giovin filosofo, Alessandro Alfieri, navigando controtendenza s’è spinto a dire che Vasco è il male, personificato nel trionfo della logica dell’identico, quindi il veicolo perfetto dei disvalori fatti norma e imperanti, del rivoluzionario da bocciofila ben integrato nel sistema. Del pensiero massificato e del livellamento (in)culturale, insomma. Parole un po’ dure, che hanno forse un briciolo di verità ma, anche, il difetto di spiegare la cosa col senno dei pochi e di niente. Vasco se la ride, e soprattutto se la vive. E va bene, va bene così, ai milioni che se la cantano e suonano con lui. Forse, il successo di Vasco sta tutto qua: nell’essere un signor Rossi qualsiasi, ed essersi fatto stella.

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Giornalista e scrittore, è nato il primo novembre 1963 a Poggio Mirteto, in Sabina, e vive a Roma. Dopo l’alberghiero a Rieti e la leva come ufficiale di complemento a Firenze, si è laureato in scienze politiche alla Sapienza di Roma (Comunismo e titoismo, con Pietro Scoppola, 1994) e si è specializzato in scienze della comunicazione (Il consenso videocratico: masse, media e potere nella transizione dalla partitocrazia alla telecrazia, con Mario Morcellini, 1996). Ha scritto su Paese Sera, il Manifesto, Diario, Medioevo, Archeo, Ragionamenti di Storia (dove ha provato, grazie a documenti inediti, l’uso dei gas da parte dell’esercito italiano nella guerra d’Etiopia). Ha ideato e diretto il mensile Cittànova (1996-97). È stato caporedattore dei periodici d’arte Inside Art e Sofà (2004-2014). È opinionista sul quotidiano Metro e su Agi. Ha pubblicato il Dito sulla piaga. Togliatti e il Pci nella rottura fra Stalin e Tito, 1944-1957, Mursia, 2008. Con questa casa editrice è uscito il romanzo fantastorico Cenere (2010), primo di una trilogia sul mito. Sito www.mauriziozuccari.net.
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