Genova, Doria crolla sulla privatizzazione del ciclo dei rifiuti

Genova, Doria crolla sulla privatizzazione del ciclo dei rifiuti

Genova, Tursi boccia la delibera sulla privatizzazione di Amiu e manda in soffitta l’esperienza “arancione” del sindaco Doria. Che non si dimette ma non si ricandiderà

di Checchino Antonini

voto

Non si dimette ma non si ricandiderà alle comunali del prossimo giugno, l’arancione di Doria sfuma per sempre sulla discriminante più grigia e scabrosa per un sindaco che si spaccia di sinistra: le privatizzazioni. L’annuncio, infatti, è arrivato dopo l’ultima partita persa in Consiglio comunale: la bocciatura della delibera per aggregare la partecipata per la raccolta dei rifiuti Amiu a Iren Ambiente, una delle multiutility più fameliche, quella che sta già allungando le mani sull’acqua pubblica di buona parte del nordovest.

La “narrazione” ufficiale pretendeva di spiegare la cessione del 51% a Iren con la necessità di mettere in sicurezza i suoi lavoratori (come recita anche l’Ansa) ma è una frottola a cui gli stessi lavoratori non hanno mai creduto. Spiega a Popoff, Giuseppe Augusto Agostini di Legambiente Genova, che Amiu s’è svenata dopo la crisi della discarica di Scarpino, chiusa per disastro ambientale. L’idea di Doria era quella di quasi regalarla a Iren e di far pagare il debito in dieci anni, con l’impennata delle cartelle della Tari. Iren, da parte sua, aveva un’altra idea meravigliosa: portare i rifiuti a bruciare nelle discariche di Parma e Torino, e spostare la direzione a Piacenza. Con buona pace della sicurezza dei posti di lavoro.

A Tursi, il municipio della Superba, sono state dodici ore drammatiche di discussione, dal mattino di martedì fino a sera tarda, fino alla votazione che Doria ha preteso nonostante i consigli di alcuni dei suoi. Risultato: 14 a 19 e 6 astenuti nonostante 64 emendamenti. « E’ la logica conclusione dell’ostinazione del Sindaco Doria che passando per un percorso concordato tra Comune – Iren – Amiu che ha portato alla delibera in oggetto, ha voluto sfidare il consiglio comunale. Dimenticando la fallimentare esperienza di Mediterranea delle Acque (del gruppo Iren) che non investe nelle manutenzioni e distribuisce utili a piene mani ai privati. La Destra ha deciso di dare un colpo al Sindaco e al PD, nonostante ideologicamente favorevole alle privatizzazioni. Il Presidente della regione liguria Toti ha fiutato la situazione cambiando nel giro di una notte il suo “consiglio” dall’astensione al voto contrario. Che dire, non possiamo fermarci qui. Cittadini, comitati, lavoratori potrebbero unirsi e costruire un’alternativa politica al circo Barnum che si è visto in questi giorni nella politica genovese – dice Antonio Bruno, capogruppo a Tursi della Federazione della sinistra – il segretario provinciale del pd genovese Alessandro Terrile sostiene che “Il voto di ieri sancisce la fine della maggioranza uscita dalle urne, la fine di un’esperienza politica iniziata con le Primarie del 2012”. Per quanto mi riguarda quell’esperienza era gia’ finita da anni, quando ha scelto (tra l’altro) di sostenere la Gronda Autostradale, la Tav Fegino-Tortona, il progetto speculativo del Nuovo Galliera, lo scontro continuo con i lavoratori, l’estraneità dalle periferie, il blocco di misure a favore del trasporto pubblico, il non perseguimento della ripubblicizzazione del servizio idrico, la privatizzazione della gestione dei rifiuti, Genova capitale del Tricolore, il progetto del Blueprint fallito per il troppo cemento, la subordinazione alla tecnocrazia». Niente male per un sindaco considerato in quota Sel.

La sua lista s’è spappolata: in 3 hanno votato Sì, uno s’è astenuto e altri due hanno votato contro assieme alla Fds e ai cinque stelle, compresi i tre grillini ( i consiglieri Putti, Muscara, Burlando che hanno fondato un gruppo chiamato “Effetto Genova”)che pochi giorni fa sono usciti dal partito azienda di Casaleggio e Grillo. No anche dall’unico civatiano, grazie alle pressioni nazionali. Sì, invece, dal consigliere di Sel mentre la destra ha votato compatta contro Doria. «C’è stato un incrocio di ragioni nobili e ignobili – spiega ancora Agostini – a sinistra non se la sono sentita di votare una delibera contro il parere dei lavoratori e alcuni ex del Pd stanno cercando di riposizionarsi magari per ingraziarsi i commercianti che temevano una stangata sulla Tari. Fatto sta che quella di Doria pare una mossa folle, un assist pazzesco alla destra».

L’assemblea dei/delle lavoratori/trici di AMIU aveva bocciato a larga maggioranza il “verbale di incontro” che era stato siglato nei giorni scorsi dalle Organizzazioni sindacali (ad esclusione della FIT) e dalla maggioranza della RSU. La votazione nella RSU era stata di 9 favorevoli, 4 contrari (la CISL e una delegata della FP CGIL) e ben 10 assenti. «Entro il 2017 IREN avrà il controllo di almeno il 51% del pacchetto azionario di AMIU, nominandone l’amministratore delegato. La gestione del ciclo dei rifiuti, così come già quella dell’acqua, sarà controllata dai privati, cioè dagli interessi di profitto degli azionisti di IREN e dal mercato finanziario. Aumenteranno i costi per i cittadini, con il previsto aumento della TARI, la tassa sui rifiuti. E verrà disincentivata la raccolta differenziata perché IREN avrà tutto l’interesse a portare i rifiuti nei suoi impianti, come l’inceneritore di Piacenza e il biodigestore di Tortona. Viene fatta carta straccia del Piano industriale AMIU (settembre 2014) e vengono disattesi tutti gli impegni definiti nell’Accordo sindacale del 29 luglio scorso, in termini di tutele e garanzie salariali, normative e occupazionali dei/delle lavoratori/trici di AMIU», sintetizzavano il il Coordinamento ligure per la Gestione Corretta dei Rifiuti (GCR) e il Comitato genovese Acqua Bene Comune, organizzatori di un convegno, il 13 gennaio, presentare le controproposte dei movimenti.

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Una parabola triste, quella di Doria, nobile di nascita, e “PCIista” di provenienza. Fu eletto sindaco ‘arancione’ il 21 maggio 2012. Sembrava il simbolo della società civile di sinistra capace di sconfiggere alle primarie due esponenti Pd, Marta Vincenzi (ex sindaco) e Roberta Pinotti, all’epoca senatrice e ora ministra della Guerra. Al ballottaggio superò con il 59,71% delle preferenze il senatore Enrico Musso (lista civica di centrodestra). Poteva avere una maggioranza senza Pd e invece del Pd è stato ostaggio. Ora Doria è arrivato a fine legislatura con una maggioranza che ha perso pezzi, mettendo spesso a rischio la sopravvivenza della sua Giunta. Alcune delibere sono passate con i voti dell’Udc e di Forza Italia. Questo anche per le divergenze che si sono aperte con alcuni della Lista Doria e perché il Pd ha avuto fuorisciuti. Quando entrò a Tursi era sostenuto da Pd, Idv, Sel, Lista Doria, Federazione della Sinistra. Poi Fds lo ha mollato, come ha spiegato Antonio Bruno, quelli dell’Idv si sono divisi e a Doria sono mancati numeri certi negli ultimi due anni. Numerosi gli ostacoli incontrati. Dall’obiettivo mancato di indicare entro l’autunno 2012 dove collocare la prima moschea di Genova, alle cinque giornate di sciopero selvaggio degli autisti Amt a novembre 2013 per difendere il servizio di trasporto pubblico (una spada di Damocle che ancora pende su di loro). E ancora dall’alluvione dell’ottobre 2014, che provocò un morto e distrusse interi quartieri della città, alla crisi della Fiera nel 2015; o l’ordinanza anti-vespe che mirava a ridurre l’inquinamento (2016) e che fece adirare il mondo delle due ruote, tanto da costringere il sindaco alla marcia indietro. Fino alla ‘guerra’ del Mercato del Pesce tra Comune e grossisti, scoppiata dopo il trasferimento dalla storica struttura sul mare cantata da Fabrizio De Andrè e diventata inagibile a quella di Cà de Pitta in Valbisagno ritenuta dagli operatori inadeguata. Ultima beffa, prima della delibera Amiu-Iren il concorso internazionale di architettura per ridisegnare il fronte mare di Genova in base al progetto del Blueprint di Renzo Piano che pochi giorni fa non ha visto nessun vincitore su 76 progetti in gara provocando imbarazzo nella Giunta.  Non sono mancati gli sgomberi di case occupate, nella più lugubre tradizione di sindaci arancioni del calibro di Pisapia.

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