venerdì 15 Novembre 2019

Si beve solo due volte…

Si beve solo due volte…

Torno al bancone e faccio un cenno al barista per richiamare la sua attenzione, lui si avvicina e mi chiede se per caso volessi un altro Vesper. Parole in fondo al bicchiere 

Non andare, mi aveva detto Chiara. Da quelle parti non è sicuro. L’avevo rassicurata dicendo che non sarei uscito dall’hotel, non mi sarei lasciato irretire dalla vita notturna, dai vizi e dalle virtù di Kiev. E invece mi ritrovo a sudare freddo di fronte a questo strano individuo, Jean Michel, un sedicente banchiere francese di Amiens, che ha la mia stessa età e che millanta appartenenza al Partito Comunista Francese, il che ne spiegherebbe il declino nei consensi degli ultimi anni.

Sembra che abbiamo molte cose in comune, a separarci ci sono soltanto l’ipocrisia di essere un banchiere e dichiararsi comunista, un conto in banca a sette zeri e proprio in questo momento un tavolo da baccarat. Lui è perfettamente freddo e razionale, e vorrei ben vedere, di soldi da puntare ne ha, specie in un testa a testa contro di me, che non so nemmeno se riuscirò a pagare i due drink che ho bevuto. Elegante nel suo doppiopetto nero, mi osserva e attende la mia dichiarazione, che io mostri le carte. In che situazione mi sono impegolato, eppure soltanto tre giorni fa mi trovavo nel mio appartamento, sdraiato sul divano a dormire con ancora in mano Il Fascismo Eterno, di Umberto Eco. Nella calura di quella mattina estiva, mi svegliò il trillo penetrante del campanello di casa. Quando mi alzai per vestirmi e andare ad aprire, trovai sotto la porta una busta bianca, senza alcuna scritta, se non una P rossa nell’angolo dedicato al mittente. Scesi a controllare fino nell’androne ma non c’era più traccia di nessuno.

Caricai la cuccuma con una miscela consigliata da un’amica titolare di una torrefazione, e mentre aspettavo che andasse a ebollizione aprii la busta. All’interno c’era un cartoncino in formato A5, la locandina della presentazione di una vodka, e la fotografia di una bottiglia dall’etichetta, disegnata a mano probabilmente, con sopra impresso un cinghiale e delle spighe di grano. E poi spiccava il nome del distillato, Atomik, e quello della compagnia che l’aveva concepita, Chernobyl Spirit Company. Una vodka prodotta con il grano e l’acqua di Chernobyl, una sola bottiglia esistente. Non mi accorsi che il caffè era pronto, e distrattamente spensi il fuoco soltanto per istinto, visto che la mia attenzione era tutta sul restante contenuto della busta, un biglietto del treno per Kiev, la prenotazione in un piccolo albergo in centro città e l’ingresso omaggio per la stampa al Grand Plaza Casino, dove si sarebbe tenuta la presentazione del prodotto, per fini non commerciali. Quello che emerse dalla conferenza tenuta dal capo del progetto, il professor Smith di Portsmouth, era che la Atomik avrebbe dovuto dimostrare non solo che il terreno intorno alla zona del disastro poteva ancora essere utilizzato, ma anche che sarebbe potuto diventare un punto di partenza per risollevare l’economia precaria di quel territorio.

Ero solo un ragazzino quando il telegiornale di Rai 1 titolò di quello che era accaduto in Ucraina, quell’aprile del 1986, ricordo che mia madre iniziò a dare direttive in casa di non mangiare più insalata, e che nella mia mentalità infantile ne fui contento. Ricordo le immagini degli sfollati, in particolare di una nonnina con uno scialle in testa, che trainava un carretto di legno con tutto quello che restava delle sue cose, ma probabilmente quella era un’immagine presa chissà dove, per creare empatia nei confronti di un servizio giornalistico e fare ascolti. All’epoca non potevo immaginare la portata di quel disastro e forse neppure oggi, però il clima che si respirava qui in Italia, agli occhi di un bambino di nove anni, sembrava quello della fine del mondo, quell’apocalisse nucleare di cui si leggeva sui fumetti americani degli anni sessanta, quelli che predicavano che la catastrofe sarebbe arrivata proprio dall’Unione Sovietica. Tuttavia, nessuna di quelle strisce colorate poteva sapere che dietro al cataclisma non ci sarebbe stata la volontà del russo, bolscevico e malvagio.

Fu una batosta per l’orgoglio dei cospirazionisti d’oltre oceano e forse una sorta di pausa di riflessione tra le agenzie di spionaggio delle due superpotenze, USA e URSS, che magari avrebbe portato alla fine della Guerra Fredda. Sarà stato per quell’atmosfera da noir di Ian Fleming, ma alla fine della conferenza ordinai un Vesper, rigorosamente agitato, non mescolato. Quando sono al lavoro me lo chiedono di rado, ma è uno di quei cocktail di cui mi piace parlare e discutere con i clienti che amano i drink della famiglia Martini.

Io lo preparo raffreddando la coppetta martini con una manciata di cubetti di ghiaccio, poi agito nel boston shaker una parte su otto di vermut dry, una parte su otto di vodka e le restanti sei parti di gin, infine condisco il risultato con un twist di limone. Il barista che me lo preparò non lo fece poi tanto diverso, ma prima che io potessi prendere il bicchiere, una delle cameriere lo mise su un vassoio e se lo portò via, verso la sala con i tavoli da gioco. Era una ragazza alta e dai capelli neri, una bellezza tipica del posto, dotata di un paio di occhi verde smeraldo e di curve mozzafiato. Portò il mio drink al tavolo da baccarat, proprio a quel losco individuo che siede di fronte a me, Jean Michel, e attende che io mostri il mio punto. Se lo bevve in un sorso e io dovetti mettere mano al portafogli per ordinarne un altro. Chiarito l’equivoco scoprii che il nome della cameriera era Lynda e che i suoi genitori e tutta la sua famiglia erano tra gli sfollati del disastro di Chernobyl. Nell’ascoltare il suo racconto mi ritrovai seduto al tavolo da gioco e nella trappola mangiasoldi in cui mi trovo in questo momento.

La coppetta accanto a me è di nuovo vuota, non ne ordinerò una terza, Vesper si beve solo due volte. Fisso negli occhi il mio avversario, e finalmente mostro il punto, attendendo con impazienza la voce del banco pronunciare “égalité”. Il mio avversario all’inizio sembra non credere ai suoi occhi, poi ride, ride e applaude insieme agli altri intorno al tavolo. Mi dà una pacca sulla spalla e poi lascia il tavolo, insieme a Lynda. A ognuno la sua vincita. Scivolo sullo schienale dello sgabello, prendendo un profondo respiro di soddisfazione. Lynda, mentre si allontana con il suo nuovo amico, si volta e mi fissa per qualche secondo, io le sorrido di rimando. Ciao Lynda, dopo tutto quello che ha passato la tua famiglia ti meriti un futuro migliore, sempre che migliore abbia qualcosa a che fare con facoltoso. Io invece mi alzo e decido di fare uno strappo alla regola, bevendo un altro Vesper, anche se in realtà sarebbe il secondo. Mi sistemo il colletto della camicia dello smoking e provo a riannodare la cravatta a farfalla, per riprendere un po’ contegno dopo la faticosa partita a carte. Mi sono divertito. Mi sono divertito e ho conosciuto una realtà così diversa da quella dell’immaginario di quel bambino di nove anni che ero il giorno del disastro, un’esperienza che serberò con gioia. Torno al bancone e faccio un cenno al barista per richiamare la sua attenzione, lui si avvicina e mi chiede se per caso volessi un altro Vesper. Gli rispondo sorridendo e aggiustandomi il cravattino. Beh, basta che non diventi un’abitudine.

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