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Inizia con una torta di nozze. Finisce con una donna spezzata

“The wedding cake”, come la maggior parte delle storie di violenza maschile contro le donne. Il nuovo film di Monica Mazzitelli visto da Eliana Como

“The Wedding Cake” di Monica Mazzitelli sta avendo un buon successo ai festival, dove è stato selezionato oltre 40 volte. Tra gli altri, è stato selezionato dal Sarno Film Festival, quest’anno in versione online, che si conclude il 20 dicembre. Il corto è visibile sulla piattaforma del festival: sarnofilmfestival.teyuto.com.

Inizia con una torta di nozze. Finisce con una donna spezzata. Come la maggior parte delle storie di violenza maschile contro le donne.

È l’ultimo docufilm di Monica Mazzitelli, The wedding cake, che in realtà è il pilot di un progetto più ampio e che ha recentemente vinto il premio per il migliore cortometraggio internazionale al Feminist Film Festival di Reykjavik. Monica, che attualmente vive a Goteborg, è una regista, scrittrice e femminista. O forse al contrario: è una femminista, scrittrice e regista, da tempo impegnata nella lotta contro lo sfruttamento della prostituzione. Di lei stessa dice: “essere regista è qualcosa di profondamente legato al mio bisogno di provare a cambiare il mondo e a renderlo un posto migliore per le donne e per le persone in generale”.

In quattro minuti, The wedding cake racconta in modo incredibilmente potente la storia di una giovane donna costretta a prostituirsi per pagare i debiti del marito, che la ha abbandonata. Quattro minuti. Nemmeno il tempo di mangiare quella bella torta nuziale, che pezzo dopo pezzo finisce insieme alle illusioni della protagonista.

Laddove altri avrebbero riempito centinaia di pagine di libri o ore di film, a Monica bastano pochi fotogrammi e una voce di sottofondo, per raccontare una storia che è vera come lo sono altre decine, centinaia o migliaia simili. È comunque è vera in assoluto.

E lo fa senza bisogno di dare né una voce né un volto né un corpo ai protagonisti. Gli attori di The wedding cake sono dei Playmobil, che si muovono fotogramma dopo fotogramma. Una scelta decisiva e forte, che permette di raccontare una storia straziante in un modo così diretto da amplificarne la potenza. La storia di The wedding cake ti trafigge come una freccia, anche perché non bisogno di altro per essere raccontata. Non ci sono monologhi o lacrime o scene scabrose, come quelle di fronte alle quali, in certi film, quelle come me (e credo come Monica), sono costrette a mettere le mani davanti agli occhi “per non guardare”. Qui non puoi “non guardare”, non puoi chiudere gli occhi, non puoi girarti dall’altra parte, non puoi concentrarti su niente altro che non sia la storia di questa donna, fatta a pezzi dall’uomo e che la ha illusa e abbandonata e da tutti gli altri che hanno usato il suo corpo. Paradossalmente, anche se i Playmobil non esistono, non puoi far finta che la storia non esista. È una scelta estraniante, che non ti lascia scampo in questi quattro minuti di incredibile potenza.

Monica Mazzitelli

Non credo, poi, che la scelta dei Playmobil sia soltanto una efficacissima scelta stilistica per arrivare immediatamente alla storia. Credo che il loro uso rimandi esso stesso a una oggettivazione del corpo, che è in fondo quello di cui parla Monica. Il corpo delle donne oggettivato, usato, controllato, abusato, mercificato è il protagonista stesso di questo progetto narrativo. E per raccontarlo, notate bene, non è stato invece usato nessun corpo e soprattutto nessuna donna.

Ma ora basta. Cerco anche io di essere breve in questa recensione, perché aggiungere parole a volte non serve. Come non serviti più di quattro minuti per raccontare The wedding cake.

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