All’alba del 21 agosto, polizie e ufficiale giudiziario sigillano lo storico centro sociale milanese. Corteo nazionale a Milano il 6 settembre
«Sono arrivati! Ci stanno sgomberando! Accorrete numerosi in via Watteau». Caratteri cubitali, bianco su nero, l’allarme corre sui social a metà mattina. Milano è mezza vuota per ferie e il Leoncavallo è stato sgomberato. E’ accaduto all’alba, in pieno agosto, con le truppe corazzate di polizia e carabinieri a scortare l’ufficiale giudiziario. Su ordine di Piantedosi. Per colpire un simbolo. Anche dal collettivo di fabbrica ex Gkn arriva l’appello: «Sgombero del Leoncavallo in corso. Nella città delle inchieste sulla cementificazione selvaggia, i possibili conflitti di interessi, lo strapotere dei fondi immobiliari, con dietro i fondi finanziari, è in corso lo sgombero di quello che è, qualsiasi cosa se ne pensi, un pezzo di storia, un simbolo, un monumento civile. È in corso lo sgombero del Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito . Se potete, andate».

Dallo storico centro sociale milanese, protagonista ed emblema di una stagione – e successivamente della sua metamorfosi – di occupazioni e autogestioni, si risponde con il lancio di un presidio e un’assemblea pubblica oggi, stesso, 21 agosto, alle 18.00 proprio in via Watteau dove un nutrito contingente di forze dell’ordine blinda i locali dell’ex SPA (spazio pubblico autogestito). Nelle ore successive, decine e decine di persone continuano a radunarsi di fronte allo lo spazio di via Watteau, sede del Leo dal 1994. «In tanti sono venuti a portare solidarietà, ma la sensazione è che il futuro del centro sia incerto», si sente dire dai microfoni di Radio Popolare.
«Il prefetto Piantedosi l’aveva promesso alla destra: il centro sociale più famoso d’Italia deve scomparire. I simboli fanno paura, la storia ancora di più», scrivono i militanti del Leo. E, ancora «Ora decide Milano!».
Quale Milano? La città in cui lo sgombero è avvenuto all’improvviso – era previsto infatti per il 9 di settembre – è molto diversa da quella che vide la resistenza a un analogo assalto nell’agosto del 1989 e che già era diversa da quella che vide la prima occupazione nel 1975 nella “Milano da pere”(vista dalle periferie) o “da bere”, vista con gli occhi di finanzieri e palazzinari. Oggi una città sfinita dalla gentrificazione sta assistendo alla maxi-inchiesta sull’urbanistica che coinvolge 74 indagati, tra cui il sindaco Giuseppe Sala, sull’ipotesi di un sistema corruttivo legato alla Commissione Paesaggio, in pubblici ufficiali avrebbero favorito grandi gruppi immobiliari in cambio di incarichi e compensi occulti. Una trattativa ci sarebbe, circolano da settimane un appello di intellettuali e un crowdfunding per la cassa di resistenza. Teoricamente la trattativa è ancora in piedi, conferma la presidente dell’associazione Mamme antifasciste del Leoncavallo ma una delegazione del partito di maggioranza relativa, FdI, era scesa a Roma proprio per chiedere il bliz e bruciare la possibile resistenza. L’ordinanza è firmata dal questore ma proprio l’inquilino del Viminale rivendica l’azione in nome della tolleranza zero, della sua idea astratta di illegalità, come se il problema di Milano fossero i centri sociali.

Solidale con lз compagnз del Leoncavallo, Sinistra Anticapitalista commenta che «la violenza militare disposta dal ministro Piantedosi e la violenza verbale degli esponenti della destra al governo mascherano l’incapacità di postfascisti e conservatori di affrontare le questioni sociali fuori dalla cornice mistificante del paradigma “legge e ordine” ma lo sgombero del Leoncavallo, simbolo storico di una lunga stagione di occupazioni e autogestioni, è anche l’incapacità del centrosinistra di dare risposte concrete alle domande di mutualismo e controcultura, di una città libera dai dictat della speculazione, poste dalle soggettività molteplici che animano esperienze come quella del Leoncavallo». Da questo punto di vista, secondo la direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista, «lo sgombero di questa mattina è l’ennesima certificazione dell’inutilità di operazioni politiciste collaterali al Pd (civiche, ecologiste più o meno radicali) che indichiamo con una semplificazione come “sinistra ornamentale”».
Scrive Luca Casarini, che con il Leo ha condiviso davvero molto: «Lo sgombero del Leoncavallo, che è un pezzo di storia importante di Milano e del nostro paese, lo hanno fatto con un sotterfugio, a trattativa in corso. Agiscono come i ladri di notte e poi si pavoneggiano per il loro “eroismo”: ridicoli. Sommessamente ricordo che la parte migliore della storia del Leoncavallo, partì dallo sgombero manu militari del 1989, “quando ci vuole ci vuole”, che portò ad una mobilitazione in tutta Italia straordinaria e alla sua riconquista e ricostruzione. Poi ci fu il 1994, e anche lì ai teorici del manganello, andò malino. Se fossi in loro, da Salvini in giù, farei meno baldoria: lo spirito del Leoncavallo non potranno mai ucciderlo. E’ lo spirito di chi dal basso ha sempre lottato contro l’ingiustizia sociale e i ras della speculazione del mattone in una città come Milano. E’ lo spirito della cultura autogestita senza padroni cocainomani che organizzano sfilate alla moda. Non si cancellano 50 anni di storia, nemmeno se si ha a disposizione l’esercito. Il Leoncavallo sta nei cuori di tante generazioni, e ne sono sicuro, anche di quelle che verranno».
A destra si gongola con una gara di emulazione tra camicie nere e camicie verdi. Marco Osnato (Fdi) esprime gratitudine al ministro Matteo Piantedosi: “Finalmente può essere restituito ai legittimi proprietari, dunque a un uso effettivamente più appropriato, un edificio che purtroppo era diventato il simbolo dell’illegalità, del degrado, della propaganda di pericolose idee anti-sociali”. Alle 13.08 interviene la premier: «In uno Stato di diritto non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità. Le occupazioni abusive sono un danno per la sicurezza, per i cittadini e per le comunità che rispettano le regole – si legge sui social Meloni – il Governo continuerà a far sì che la legge venga rispettata, sempre e ovunque: è la condizione essenziale per difendere i diritti di tutti». Certo che ne hanno di palta le facce di chi ha imposto il pacchetto Sicurezza, sequel del codice Rocco.

«Il partito al governo rivendica apertamente lo sgombero. I post di Fratelli d’Italia, del ministro Salvini e di tutta l’estrema destra al governo dimostrano che si tratta di un’operazione di repressione politica volta a colpire un simbolo della storia dei movimenti sociali del nostro paese – dice anche Maurizio Acerbo, segretario del Prc – nel 1978 ammazzarono Fausto e Iaio, oggi sgomberano. Sono sempre loro. Fascisti al servizio del potere economico e della speculazione. Usano i manganelli per far posto ai grattacieli».
Infatti vola in borsa le vola in Borsa Brioschi, la società immobiliare della famiglia Cabassi che controlla L’Orologio, proprietaria dell’immobile occupato dal Leoncavallo. Il titolo guadagna il 4,24% a 0,06 euro. Sugli scudi anche Bastogi (+1,29% a 0,63 euro) che a sua volta controlla il 50,6% di Brioschi. Nella relazione di bilancio 2024 Brioschi ricostruisce la vicenda dell’immobile di via Watteau a Milano, che a bilancio è valutato 2.644.000 euro. La proprietaria è L’Orologio (controllata al 100% da Brioschi) che nel marzo 2001 ha citato in giudizio gli occupanti abusivi. Il Tribunale di Milano nel 2003 ha pronunciato nei confronti dell’associazione Mamme del Leoncavallo la condanna al rilascio dell’immobile, confermata in Corte d’Appello e poi in cassazione. Dal 2005 “ad oggi – si legge nella relazione pubblicata a maggio scorso – sono stati effettuati 131 accessi da parte dell’ufficiale giudiziario, tutti con esito negativo, e ciò in considerazione del mancato intervento della Forza Pubblica, pur regolarmente richiesta e avvisata. La data del prossimo accesso è stata fissata per il giorno 15 maggio 2025”. La società ha citato in giudizio la presidenza del Consiglio dei Ministri ed il ministero dell’Interno per ottenere la loro condanna al risarcimento dei danni subiti “in dipendenza del ripetuto, mancato intervento della Forza Pubblica” con un danno, secondo una consulenza tecnica disposta dal tribunale, di oltre 10 milioni di euro che è stata, dopo il ricorso del ministero, ridotta a un risarcimento di 3.039.150,00, oltre interessi legali dalla data della pubblicazione della sentenza al saldo (che il ministero dell’Interno, ricevuta la notifica del titolo esecutivo, ha pagato).
Il 15 luglio il centro sociale aveva informato che ci sarà un bando sull’area di Via San Dionigi, ma con un meccanismo per cui sarà compito del Leoncavallo anticipare le somme necessarie per la bonifica (dall’amianto) per la ristrutturazione e per la messa a norma dell’immobile. Si tratta di uno sforzo senza precedenti, un’ulteriore incognita sul futuro che si somma ai 3 milioni di euro che sono stati chiesti alla Presidente delle Mamme Antifasciste per “risarcire” la proprietà di questi 30 anni di “mancati profitti”.

«Il nuovo accesso per lo sfratto era atteso per il 9 settembre prossimo – ricorda Luca Blasi, già tuta bianca, disobbediente e oggi responsabile nazionale Casa di Sinistra Italiana – ma sicuri di trovare per l’ennesima volta un muro popolare di migliaia di persone a difendere il Leo, la destra ha scelto di anticipare l’operazione per non trovare resistenza. Siamo pronti a rispondere a questa ferita con una grande mobilitazione popolare. Inizia oggi la campagna elettorale di Salvini e Meloni per le prossime elezioni comunali a Milano. Con un’azione violenta volta a schiacciare la libertà e l’autonomia di un’esperienza politica e culturale che rappresenta una ricchezza non solo per Milano». Proprio per contribuire a difendere il Leoncavallo, SI aveva deciso di svolgerci l’edizione milanese della sua festa nazionale. Ancora Blasi: «Mentre Salvini festeggia e la peggiore destra stappa champagne, a noi oggi tocca non solo il compito di resistere agli sgomberi, ma quello di immaginare città che mettano al centro i beni comuni, la solidarietà, il diritto alla casa e nuove forme di welfare. La storia del Leoncavallo, la sua ricchezza è il nostro Modello Milano».
«Lo sgombero improvviso rappresenta un segnale estremamente preoccupante per la città di Milano – scrive il presidente nazionale dell’Arci, Walter Massa – non colpisce solo una parte della cittadinanza, come qualcuno vorrebbe far credere, ma l’intera comunità. Il Leoncavallo, infatti, è da decenni un punto di riferimento fondamentale per la vita politica, culturale e sociale della città, oltre a rappresentare un presidio vivo e accogliente in quartieri storicamente complessi e marginalizzati. Fa parte di quel tessuto di prossimità composto da migliaia di spazi associativi, culturali e sociali che, in assenza di un’adeguata presenza delle istituzioni, garantiscono concretamente coesione, ascolto e partecipazione nei territori.
La storia del Leoncavallo parla da sé: dalla militanza antifascista e la lotta contro il traffico di eroina negli anni ’70 e ’80, fino alle battaglie sociali e antiproibizioniste degli ultimi decenni. E non si può parlare della storia culturale di Milano senza riconoscere il contributo straordinario che questo centro ha dato alla città con eventi, musica, arte, dibattiti e aggregazione.
Per questo – e per molto altro – il Leoncavallo non può e non deve chiudere. Come cittadine e cittadini – prima ancora che come attivisti – vogliamo capire: perché, a fronte di una trattativa in corso per l’assegnazione di un nuovo spazio e di un accordo con l’Amministrazione Comunale che prevedeva il rilascio volontario dell’attuale sede entro la fine di settembre, si è scelto di forzare i tempi con uno sgombero anticipato? Chi ha voluto questa accelerazione e per quale motivo? Dove è stata presa questa decisione?
Ci preoccupa il contesto: le pressioni della destra sono arrivate fino al Ministero dell’Interno, dove una sua delegazione è stata ricevuta dal Ministro Piantedosi lo scorso 30 luglio. Oggi, esponenti del peggior governo della storia repubblicana festeggiano lo sgombero con dichiarazioni indegne, mentre tacciono sull’occupazione illegale e sulle attività criminose delle organizzazioni neofasciste che continuano ad agire indisturbate, spesso con la loro complicità o tolleranza.
Esprimiamo tutta la nostra indignazione per questa scelta che non fa altro che acuire le tensioni e rendere più difficile una situazione già fragile. E ribadiamo la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni del Leoncavallo. Auspichiamo una soluzione rapida e rispettosa che tenga conto del valore storico, culturale e sociale di un’esperienza che ha segnato e continua a segnare profondamente la vita della nostra città. Arci è a disposizione della città di Milano affinché venga garantita la continuità del Leoncavallo e del suo prezioso lavoro sul territorio».

La storia del Leoncavallo, come si legge sul sito ufficiale, inizia il 18 ottobre 1975, quando un’area dismessa di 3600 mq, situata in via Leoncavallo 22 a Milano, viene occupata da un gruppo di militanti extraparlamentari provenienti da diverse esperienze interne al movimento rivoluzionario che caratterizzò il lungo ’68 italiano.
L’occupazione si caratterizza immediatamente per la proposizione di temi che investono la società intera: la creazione di un asilo nido, una scuola materna, il doposcuola, la mensa popolare, il consultorio ginecologico, le attività culturali, sono gli obiettivi immediati che il neo comitato di occupazione si prefigge.
Questo il primo volantino distribuito nel quartiere
Le attività che iniziano a prodursi nei primi anni di vita permettono al Leoncavallo di radicarsi nella zona: nascono Radio Specchio Rosso, la Casa delle Donne e la Scuola Popolare. Le istanze e le rivendicazioni che emergono abbracciano sempre più “la vita nel suo complesso”.
Il 18 marzo 1978, in un agguato fascista vengono uccisi, a colpi d’arma da fuoco, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, militanti del Leoncavallo e impegnati in una contro inchiesta sullo spaccio di eroina nel quartiere. La reazione è imponente. Il giorno dei funerali le fabbriche scioperano, e centomila persone gremiscono piazza Duomo. Le madri di Fausto e Iaio e altre donne del centro sociale danno vita al gruppo “mamme del Leoncavallo”, impegnandosi nell’immediato alla lotta contro l’eroina. Sono anni difficili, l’attacco militare e giudiziario dello Stato contro il movimento è duro e produce i suoi frutti: carcere, eroina, clandestinità, esilio, falcidiano i corpi di un’intera generazione.
Il Leo, come altri spazi sociali diventa anche luogo di rifugio, una “riserva indiana” per disparate soggettività superstiti dei movimenti precedenti. Con gli anni la comunità che abita il Leoncavallo è sempre più eterogenea e la contaminazione produce pratiche politiche e culturali innovative, la contaminazione produce cooperazione. Un’attitudine che il Leo conserverà fino a trasformare la forma primigenia di centro sociale in SPA, Spazio Pubblico Autogestito, con un’occhio alle pratiche dell’impresa sociale e un altro nella sua vocazione controculturale.

Se Milano non è quella di un tempo, lo stesso si può e si deve dire sulle soggettività di movimento. La risposta a questo sgombero dovrà essere inscritta sia nella vertenza sul Modello Milano, sia in quella riflessione sulla repressione, sul diritto penale del nemico che rischia di plasmare le forme del conflitto e della socialità per lunghi anni.


