
Fino al 25 ottobre il Festival della Fotografia Etica di Lodi utilizza la forza delle immagini per accendere un faro sull’ingiustizia sociale
nella foto di copertina: Un sopravvissuto osserva la costa siciliana durante l'interminabile attesa di una risposta dalla Marina Militare italiana per ottenere un luogo sicuro dove sbarcare (@ Max Cavallari for SOS Humanity)
L’imbarazzo dello sguardo, nell’imbarazzo della scelta. Dove deve chinarsi uno sguardo che non si voglia sottrarre alla sofferenza degli altri? A quale dolore, a quale dramma dare la priorità, nella consapevolezza che scegliere qualcosa o qualcuno è sempre omettere qualcos’altro o qualcun altro?

Ragazzine angosciate si aggrappano al padre Luis, un migrante proveniente dall’Ecuador, mentre viene arrestato dall’ICE al termine dell’udienza presso il tribunale dell’immigrazione nel Jacob Javits Federal Building di New York, NY, il 26 agosto 2025.
Tanto più durante questi tempi ultimi, che consumano la mutazione antropologia irreversibile di un homo videns che aveva una media di esposizione a 25 immagini (sacre) nel Rinascimento fino all’iperproduzione di migliaia di immagini al giorno che minaccia oggi di travolgerlo da tutte le parti.

Una ruota panoramica azionata manualmente se ne sta immobile nella notte, sovrastata dai grattacieli che si ergono alle sue spalle. Un tempo simbolo di semplice svago, oggi riflette la tensione tra la fugace gioia umana e l’inesorabile espansione verticale della città.
Da diciassette anni il Festival della Fotografia Etica di Lodi si muove sull’aspro crinale di questi interrogativi. Nato infatti nel 2010 con l’obiettivo di focalizzare l’attenzione del grande pubblico su contenuti di rilevanza etica, avvicinandolo a tematiche sociali, ogni anno, attraverso un programma di 30 mostre con oltre 150 fotografi internazionali pluripremiati, conferenze, talk d’autore, visite guidate, videoproiezioni, presentazioni di libri e progetti educational per studenti, il Festival utilizza la forza del linguaggio fotografico per accendere un faro sull’ingiustizia sociale nel mondo.

E offre anche quest’anno, fino al 25 ottobre, una selezione di scatti che coniuga nella medesima profondità di campo qualità tecnica e rilevanza dei contenuti. Dalle issues da tempo al centro dell’attenzione mediale, come il comportamento dell’ICE negli Stati Uniti e alle sue azioni di arresto illegale dei migranti in istituzioni un tempo considerati santuari inviolabili come ospedali, scuole e tribunali, a storie sconosciute che sconosciute sarebbero rimaste come le conseguenze sulla popolazione dei test delle armi nucleari dell’India, oppure il lato in ombra dell’industria del riciclo energetico, col racconto del recupero a mani nude e senza alcuna protezione delle batterie per auto.

Centro focale della manifestazione si conferma infatti il World Report Award – Documenting Humanity. Giunto alla sua sedicesima edizione, il premio rappresenta uno dei riconoscimenti più importanti che vengono assegnati da una giuria internazionale nell’ambito del fotogiornalismo e della fotografia documentaria. Tra i lavori in mostra spicca ICE – Broken Families di Carol Guzy, vincitrice della categoria MASTER, che documenta l’impatto emotivo e il trauma dei minori di fronte alle deportazioni di massa negli Stati Uniti tra giugno e dicembre 2025. Per la sezione SPOTLIGHT, Chinky Shukla racconta la memoria e la silenziosa resistenza delle comunità del Rajasthan legate ai test nucleari indiani con When Buddha Stopped Smiling, mentre Carlos Folgoso Sueiro indaga il declino ambientale della Galizia in Beyond The Lake, premiato grazie alla partnership siglata quest’anno con The Alexia Foundation della rinomata NewHouse School of Public Communications di Syracuse.
La narrazione dei conflitti passati e presenti trova uno spazio toccante nella categoria SHORT STORY grazie ad Abdulmonam Eassa e al suo Sudan War, a Nation Trapped, una cronaca della devastante guerra civile esplosa nel 2023. Lo sguardo dei giovani autori emerge nella sezione STUDENT con Mashruk Ahmed, che analizza l’insurrezione studentesca del 2024 in Bangladesh in Broken Promises: July of Memory, e con Jubair Ahmed Arnob, che esplora l’urbanizzazione frenetica di Dhaka con The Place Where I Used to Play…. La categoria SINGLE SHOT va invece a Gianluca Panella con Boy with Kippah, un’immagine che cattura l’attesa carica di tensione per la liberazione degli ostaggi a Tel AvivL’ampia offerta espositiva si sviluppa e si articola poi attraverso le diverse anime che da sempre caratterizzano la mappa culturale del festival.

Boy with Kippah
La sezione Le vite degli altri permette di calarsi in realtà quotidiane e culture lontane dai riflettori della cronaca mainstream, coi lavori di Amy Gaskin che ripercorre l’eredità culturale e sociale di Marilyn Monroe; Deanne Fitzmaurice che ci fa entrare nella vita di Saleh Khalaf, segnato per sempre da un terribile incidente durante l’invasione dell’Iraq nel 2003; Aleksandra Kossowska che racconta la quotidianità di bambini ciechi e ipovedenti di una scuola in Etiopia; con Kristian Aale che osserva la quotidianità russa dal 2022, segnata da militarizzazione e una guerra impossibile da contestare apertamente.

E’ la fedeltà alla mission del Festival di illuminare di scatti fermati nel tempo ciò che, a volte, preferiremmo non vedere. Per sottrarci alla fatica dell’empatia, ma anche alla disperazione dell’impotenza. Quando, come per esempio con Gaza, vediamo ormai tutto ma non riusciamo più a fare nulla. E tutto sembra consumarsi come dietro un vetro blindato infrangibile, impossibile solo da incrinare. Quando l’imbarazzo dello sguardo si colora allora della vergogna dell’impotenza. Per quanto ancora?

Shaheeda, Sabira e Kammo, braccianti senza terra che lavoravano in una fattoria vicina, ricordano vividamente il giorno del test nucleare del 1998, a soli 5 chilometri dal villaggio di Chacha, nel deserto di Pokhran, un comune della provincia nord-occidentale del Rajasthan, in India
Informazioni www.festivaldellafotografiaetica.it





