«Il mio corpo è qui, ma la mia anima è a Gaza»

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Il fotoreporter palestinese Hassan Selmi, giunto in Italia con una borsa di studio, ha incontrato oltre trecento persone a Palazzo Tursi a Genova: «Tra censura e orrore quotidiano, continuare a testimoniare è il nostro dovere per rimanere umani».

«Il mio corpo è qui ma la mia anima è a Gaza. Sono un sopravvissuto, altri 270 giornalisti sono morti mentre raccontavano il genocidio in atto. Sono qui per testimoniare quanto sta accadendo e per raccontarvi che nonostante quello che sta succedendo, in ogni palestinese c’è ancora la speranza. Senza la speranza non potremmo affrontare il giorno dopo».

Esordisce con queste parole Hassan Selmi, giornalista sopravvissuto a 800 giorni di genocidio a Gaza. Si trova a Genova, nella Sala di Rappresentanza di Palazzo Tursi per incontrare la cittadinanza invitato da Assopace Palestina, Ass. culturale Liguria Palestina, Sanitari per Gaza e Rete NoBavaglio con il patrocinio del Comune di Genova. Con lui c’è Marcella Brancaforte, illustratrice che ha curato il libro di testimonianze “Be my Voice”, diventato anche una mostra itinerante.Nell’elegante sala del palazzo comunale, sabato 31 ottobre, ci sono oltre trecento persone: molti sono in piedi all’esterno, altri seduti per terra. Hassan visibilmente commosso spiega la difficoltà di trovarsi lontano da casa. 

«È la prima volta che lascio Gaza e non posso non pensare alle persone rimaste là, che rischiano la vita ogni giorno, perché a Gaza ogni persona è un obiettivo. Non posso nascondere la tristezza che ho nel cuore, perché la settimana dopo la mia partenza ho perso mio padre. Eppure sono qui per testimoniare quanto sta accadendo». 

Essere giornalisti a Gaza

«Non è facile decidere se appoggiare la telecamera per terra per aiutare un ferito o continuare a riprendere per testimoniare. Ma noi continuiamo a prenderci questa responsabilità, perché siamo rimasti degli esseri umani e difendiamo il diritto di rimanerlo. Non ci sono scuse di fronte a ciò che dobbiamo affrontare. Ma quello che fa più male è il silenzio degli altri giornalisti, che non raccontano quello che succedendo».

Testimoniare il genocidio

La censura funziona molto bene sui social, sui media, ovunque. Ma la difficoltà sta anche nel trovare le parole per raccontare l’orrore quotidiano che due milioni di gazawi vivono da oltre tre anni. Per questo Hassan decide di raccontare una storia, che non passerebbe mai la censura.

«Quello che vi racconto lo posso fare solo di persona: un giorno viene bombardata una chiesa, era piena di uomini e donne, che erano lì perché la ritenevano un luogo sicuro. Muoiono in centocinquanta e i feriti sono oltre quattrocento. Tutti civili. Arrivano i camion per caricare i morti e i feriti. Io arrivo lì poco dopo e, come si fa in queste situazioni, tutti insieme si va in ospedale. Un medico inizia a chiedere ai presenti notizie dei famigliari… i nomi e i dettagli per identificarli. Poi si allontana. Ed ecco l’intuizione: il medico va nell’altra stanza dove sono ammucchiati i resti, per lo più non identificabili, e inizia a metterne alcune parti in una busta, altre in un’altra. Poi esce, le consegna ai familiari e dice loro: “ecco questa è tua sorella, questo tuo figlio, qui c’è tuo padre…”. Questo è quello che succede quotidianamente a Gaza. Questo è il genocidio che non ci permettono di raccontare».

Di cosa ha bisogno Gaza

Hassan parla poco meno di un’ora. È evidente la fatica di rievocare l’orrore, ma dal pubblico arrivano molte domande, tra cui la richiesta di capire di cosa abbia davvero bisogno la popolazione.

«Gaza ha bisogno di non essere dimenticata. Bisogna continuare a raccontare. Chi è là vede le manifestazioni che accadono nel mondo e si sente meno solo. Il progetto “Be my Voice” ha proprio questo obiettivo: tenere viva l’attenzione».

Be my Voice

Il libro e la mostra Be my Voice nasce dalla corrispondenza quotidiana tra il giornalista palestinese Hassan Selmi, chiuso a Gaza mentre racconta il conflitto in diretta, e l’illustratrice italiana Marcella Brancaforte che ha cercato di dare un’immagine alle sue parole. I disegni su carta raccontano alcuni momenti dell’occupazione nella Striscia di Gaza.

Il sogno della speranza

A Gaza si muore continuamente, uccisi da bombe, dai soldati, per mancanza di medicine, per fame. Eppure Hassan lo dice, e per lui è un messaggio fondamentale: «La guerra può distruggere tutto, ma non la speranza. Per noi palestinesi è una parola importante. Nonostante l’orrore, il genocidio, le persone non hanno abbandonato la speranza. Ho 33 anni e in tutta la mia vita non sono mai riuscito ad avvicinarmi a Gerusalemme, è stato più facile arrivare a Roma. Viviamo sotto occupazione da 80 anni e solo quando sono stato qui sono riuscito a parlare con un israeliano e mi ha fatto molto piacere. Perché per noi il problema non è Israele ma l’occupazione. Non è una questione di religione ma di umanità»

Al Hassan Selmi è conosciuto dal pubblico italiano per i servizi realizzati per il programma Rai “Presa Diretta” e “Piazza Pulita” per LA7. È inoltre l’autore delle riprese aeree del documentario “Erasmus in Gaza” e nel 2025 è stato insignito da Archivio Disarmo del premio Colombe d’Oro per la Pace.

Hassan è in Italia grazie ad una borsa di studio ottenuta dall’Università di Siena, come lui sono pochissime le persone che sono riuscite ad uscire da Gaza, nonostante le migliaia di richieste. Oggi si lascia la Striscia solo se si è minori gravemente malati, se si possiede la doppia cittadinanza o se si ottiene una borsa di studio.

 

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