Senza velo, la libertà clandestina delle donne iraniane

Senza velo, la libertà clandestina delle donne iraniane

My Stealthy Freedom. Masih chiede alle donne di fotografarsi senza velo, in un luogo aperto, in città, sull’autobus, in un parco. Alcune si immortalano con il velo “Io lo porto perche lo voglio portare, ma allo stesso modo voglio che voi siate libere di non farlo”

di Barbara Viale

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Masoumeh Alinejad-Ghomi, Masih, come si fa chiamare è una bella giornalista trentasettenne di origine iraniana che vive a Londra. Niente di particolarmente strano.

Però dietro questa ragazza si nasconde un potere immenso, quello di un’idea.

Masih è nata in Iran, qualche anno prima che la Sharia imponesse alle donne di indossare l’hijab in pubblico, attivista politica e giornalista, si è laureata ad Oxford e vive in Inghilterra dove scrive dell’Iran, delle donne e della libertà.

Masih Alinejad è anche la (semi-sconosciuta) faccia dietro a un movimento che sta silenziosamente e seduttivamente serpeggiando tra le donne iraniane: My Stealthy Freedom (La mia Libertà Clandestina). Masih chiede alle donne di fotografarsi senza velo, in un luogo aperto, in città, sull’autobus, in un parco.

La sua crociata, ci tiene a precisarlo, non è contro l’Islam né contro il velo. La sua crociata è contro il diritto negato alle donne di decidere del proprio corpo, scegliere se indossare il velo o meno.

Seguendo la campagna dall’inizio si è notato come innanzitutto il numero delle donne crescesse esponenzialmente e, secondariamente, come i contesti diventassero sempre meno “rurali” e sempre più urbani.

Era abbastanza scontato che all’inizio le donne si sentissero a proprio agio in luoghi lontani dalla città, magari al mare con la famiglia o nel giardino di casa propria. Quello che però sembra straordinario è come una moltitudine di donne, di qualsiasi età e ceto sociale, stiano invadendo la pagina di facebook del movimento con foto in luoghi decisamente non convenzionali: strade, supermercati, treni.

Sulla pagina facebook della comunità 30mila donne hanno condiviso foto nei primi due giorni dalla creazione della pagina e ci sono ad oggi 488mila followers, persone che seguono la campagna #mystealthyfreedom, donne che condividono le proprie foto e i propri pensieri, in arabo e in inglese.

Quello che colpisce è la compattezza del gruppo, la solidarietà tra donne che si sentono tradite dal proprio paese che impone loro di modificare la propria personalità e conformarsi a una regola che intacca il loro corpo e la loro libertà e in cui non credono.

Questa ultima frase fa pensare a un problema simile e squisitamente italiano.

Lo stato che intacca il corpo della donna impedendole di usufruirne come meglio crede. Sembra si applichi solo ai paesi a maggioranza islamica, e invece, in più di un’occasione, lo stato italiano tace e fa spallucce di fronte all’impedimento delle donne di esercitare un diritto.

E’ il caso dell’aborto.

Prima del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) era punita secondo gli articoli 545 e seguenti del codice penale, ne erano passibili sia il medico (o più spesso il non medico) che la praticava e la donna che la richiedeva. Le pene erano inasprite nel caso di lesioni permanenti o morte della donna ma anche alleviate fino ai due terzi della pena iniziale nel caso in cui l’aborto venisse commesso “per salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto”.

Con la legge n.194 del 22 maggio 1978 (confermata da un referendum popolare nel 1981) l’interruzione di gravidanza diventa legale. E’ una legge con dei limiti, che andrebbe rivista, ma nell’Italia del 1978 questa è già una rivoluzione.

Nell’Italia del 2014 però questa è una legge obsoleta, con molte zone d’ombra ma soprattuto con due gravissime falle. La prima: l’obiezione di coscienza non regolata, che porta ai danni enormi di cui si continua vanamente a parlare.

La seconda riguarda invece i casi in cui ricorrere all’IVG è legale, enumerati all’art 4, la volontà della donna (o della coppia) di non avere figli è assolutamente irrilevante. Per la legge italiana, tecnicamente, una donna che si sottopone a interruzione di gravidanza senza che vi siano rischi per la salute sua o del feto, senza avere problemi di natura economica o sociale che le impedirebbero di crescere un figlio, senza che la gravidanza sia frutto di violenza sessuale, commette reato.

Perchè manca ancora quella postilla “o per assenza di desiderio di maternità biologica”? La libertà di scegliere cosa fare di sé e del proprio corpo è una libertà fondamentale. Una persona può fumare, farsi un tatuaggio, la plastica maxillofacciale, consumare droga. Un cittadino italiano può modificare il proprio corpo in maniera permanente ed esponendosi ad un (seppur limitato) rischio, può attentare alla propria salute in maniera legale con tutta una serie di sostanze nocive che è assolutamente legale vendere (sigarette, alcool, farmaci), ed è giusto perchè lo Stato deve garantire la libera scelta dei cittadini.

Quello che però stride con questo ragionamento è che lo stesso Stato che concede così tante libertà (migliorare il proprio aspetto, peggiorarlo, uccidersi) neghi, o non faccia nulla per fare in modo che sia accessibile, un diritto sancito dalla legge.

My Stealthy Freedom-La mia Libertà Clandestina. Due mondi, due diritti negati eppure da una parte un fronte unito e solido di donne solidali nel richiedere la possibilità di scegliere, mentre dall’altra una sfera femminile frammentata.

L’interruzione di gravidanza forse non è una tema che tocca tutti, però tocca molti anche se non lo sanno o fanno finta di non saperlo, allora io personalmente vorrei che le donne italiane guardassero a quelle iraniane per capire che quando c’è in gioco un diritto bisogna fare fronte unito, anche se quel diritto si decide di non esercitarlo. Perchè parte delle donne che mandano le foto a My Stealthy Freedom si immortalano con il velo “Io lo porto perche lo voglio portare, ma allo stesso modo voglio che voi siate libere di non farlo”.

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