giovedì 15 novembre 2018

Mandiamole a scuola, ma in quella giusta

Mandiamole a scuola, ma in quella giusta

Barriere all’educazione di genere. Cedaw denuncia regimi scolastici segnati da ideologie patriarcali che plasmano l’esperienza delle bambine, esponendole ad ambienti abusanti.

di Marina Zenobio

Mandiamo le a scuola, ma in quella giusta

L’obiettivo dall’Onu per eliminare entro il 2005 le disuguaglianze di genere nell’insegnamento primario e secondario non è stato raggiunto, al contrario di quanto dichiarato da Ban Ki-Moon lo scorso 7 luglio. Lo hanno precisato all’agenzia Ips diversi ricercatori che, in diverse parti del mondo, hanno raccolti dati sul tema. Stiamo parlando del terzo tra gli 8 Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals o MDG, o più semplicemente “Obiettivi del Millennio”) che, nel 2000, tutti i 191 stati membri dell’ONU si erano impegnati a raggiungere entro il 2015. Inutile dire che il tutto è a un punto morto.

Per quanto riguarda il nostro tema, la studiosa giamaicana Barbara Bailey sostiene che “a 41 milioni di bambine, a livello mondiale, è negato l’accesso all’istruzione primaria. Questo determina che le donne rappresentano quasi due terzi dei 780 milioni di persone che non sanno leggere”.

Cifre che indicano che non solo è fallito il conseguimento del terzo degli Mdg (uguaglianza di genere), ma è improbabile che anche dopomandiamole a scuola il 2015 la situazioni migliori, a meno che la questione di genere e dell’empowerment delle donne non diventi realmente prioritaria, come dettato anche dall’art.10 del Cedaw, la Convenzione Onu per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. La stessa Barbara Bailey presiede anche un gruppo di lavoro del Cedaw, di cui fanno parte 23 esperte indipendenti. Il gruppo si è riunito a Ginevra dal 30 giugno al 18 luglio per un periodo di consultazioni e redigere una raccomandazione generale sul diritto all’educazione per le bambine e le donne, sancito appunto anche nell’articolo 10 della Convenzione.

Secondo la Bailey, però, gli Stati membri interpretano in modo diverso l’articolo 10. Le informazioni periodiche degli Stati al Cedaw spesso omettono riferimenti alla forma in cui il regime scolastico “segnato da ideologie, pratiche e strutture patriarcali, plasma l’esperienza quotidiana delle bambine e le espone ad un ambiente fisico, emotivo e sessuale abusante”. Come è assente di frequente tra le informazioni i riferimenti alla violenza di genere nelle scuole. Dai dati raccolti dal gruppo guidato dalla Bailey, si evidenzia che l’abuso sessuale contro le bambine a scuola, o lungo la strada che porta alla scuola, è un fenomeno denunciato ogni anno da circa 60 milioni di giovani studentesse. La scuola, per Bailey, può essere dunque anche uno spazio violento. “Nella misura in cui l’istruzione contribuisce soprattutto alla costruzione di una mascolinità egemone e di una femminilità sottomessa, la scuola diventa luogo dove la violenza si riproduce. E questo fenomeno è totalmente sottostimato” denuncia Bailey.

Un’altra barriera all’istruzione delle bambine, dichiara Amanda Klasing, di Human Rights Watch, sono i conflitti armati. Lo dimostrano gli attacchi di scuole dove studiano ragazze, i sequestri delle studentesse. “Gruppi armati, hanno attaccato, assassinato o rapito studentesse proprio perché si oppongono a che le donne ricevano una educazione – e precisa che – dal 2005 in 23 paesi, forze armate governative e gruppi armati irregolari hanno occupato e usato scuole e università con fini militari”

mandiamole a scuola2Nel documento preliminare di raccomandazione c’è anche pero un punto critico, laddove dice che “gli Stati dovrebbero incoraggiare le donne e le ragazze – attraverso un curriculum in base al sesso o di una struttura di incentivi- a perseguire obiettivi educativi che rispondono alle mutevoli esigenze del mercato”. Rispetto a questo punto il costaricense Vernon Muñoz, già relatore speciale Onu sul Diritto all’educazione, ora consigliere di Plan, un’organizzazione internazionale dedicata alla cura dell’infanzia, pensa che “L’educazione ovviamente ha una relazione con l’economia e deve rispondere per certi versi alle necessità dell’economia, ma cosa diversa dal pensare che l’educazione debba essere subordinata all’economia”. “Gli obiettivi educativi – continua – sono definiti dagli strumenti di diritto internazionale, dei diritti umani, in particolare la Convenzione sui diritti del fanciullo e la Cedaw, e vanno ben oltre le esigenze delle imprese. Dobbiamo costruire conoscenza per dare dignità alla vita e questo va oltre ogni necessità del mercato”.

La privatizzazione delle scuole, tanto per fare un esempio, significa l’immediato aumento di costi degli studi, e qui risiede uno tra i più importanti aspetti dal punto di vista delle pari opportunità di genere.

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