martedì 18 settembre 2018

L’angelo di Gaza viene dalla Norvegia

L’angelo di Gaza viene dalla Norvegia

Si chiama Mads Gilbert. È medico. Lavora dal 2008 al pronto soccorso dell’ospedale al Shifa a Gaza. Gli devono la vita centinaia di palestinesi. «Signor Obama la invito. Passi una sola notte con noi a Shifa. Sono convinto, al cento per cento, che la storia cambierebbe».

 

di Franco Fracassi

Gli devono la vita centinaia di palestinesi. Si chiama Mads Fredrik Gilbert, viene dalla Norvegia, da sei anni esercita nel pronto soccorso di al Shifa, a Gaza. «È il nostro angelo», ha dichiarato una donna intervistata da Al Jazeera nelle corsie dell’ospedale.

 

Attivista di Red (il partito rivoluzionario socialista norvegese), dopo la laurea negli Stati Uniti Gilbert ha esercitato in tutto il mondo, è stato volontario in un kibbutz israeliano, in Cisgiordania, in Libano e in Afghanistan. Nel 2008 è stato spedito a Gaza dal Comitato norvegese per l’aiuto internazionale. Da sempre irriverente e anticonformista, in passato ha incoraggiato il boicottaggio di Medici senza frontiere, rei ai suoi occhi di non prendere posizione nella guerra afghana.

Mads Gilbert presenta il suo libro "Gli occhi su Gaza".
Mads Gilbert presenta il suo libro “Gli occhi su Gaza”.

Dopo l’inizio dell’ultimo conflitto tra Israele e Gaza, ha scritto una lettera aperta al mondo, rivolgendosi anche al presidente degli Stati Uniti Barak Obama. Eccola.

 

Carissimi amici,

La scorsa notte è stata terribile. La “grande invasione” di Gaza ha avuto il risultato di veicoli carichi di mutilati, di persone fatte a pezzi, sanguinanti, morenti – di palestinesi feriti, di tutte le età, tutti civili, tutti innocenti.

Gli eroi nelle ambulanze di tutti gli ospedali di Gaza lavorano a turni di dodici-vemtiquattro ore, grigi dalla fatica e dai carichi di lavoro disumani (tutti senza salario all’ospedale Shifa negli ultimi quattro mesi), si prendono cura delle priorità, tentano di capire il caos incomprensibile dei corpi, degli arti, delle persone umane che camminano o che non camminano, che respirano o che non respirano, che sanguinano che non sanguinano. UMANI!

Ora, ancora una volta, trattati come animali “dall’esercito più morale del mondo”.

Il mio rispetto per i feriti è illimitato, per la loro determinazione contenuta in mezzo al dolore, all’agonia e allo shock; la mia ammirazione per lo staff e per i volontari è illimitata, la mia vicinanza al sumud palestinese mi dà forza, anche se ogni tanto desidero solo urlare, tenere qualcuno stretto, piangere, sentire l’odore della pelle e dei capelli del bambino caldo, coperto di sangue, proteggere noi stessi in un abbraccio senza fine – ma noi non possiamo permettercelo, né lo possono loro.

Facce grigie e cineree – Oh no! Non un altro carico di decine di mutilati e di persone sanguinanti, noi abbiamo ancora laghi di sangue sul pavimento nel reparto di emergenza, pile di bende gocciolanti, che grondano sangue da pulire – oh – gli addetti alle pulizie, ovunque, allontanano velocemente il sangue e i tessuti scartati, capelli, vestiti, cannule – i resti della morte – tutto portato via… per essere preparato di nuovo, per essere tutto ripetuto di nuovo. Più di cento casi sono arrivati a Shifa nelle ultime ventiquattro ore. Troppi per un grande ospedale ben attrezzato con ogni cosa, ma qui – quasi nulla: elettricità, acqua, dispositivi, medicine, strumenti, monitor – tutti arrugginiti come se fossero stati presi da un museo degli ospedali del passato. Ma questi eroi non si lamentano. Tirano avanti in questa situazione, come guerrieri, testa in su, enormemente risoluti.

E mentre vi scrivo queste parole, da solo, in un letto, sono pieno di lacrime, le lacrime calde ma inutili di dolore e di angoscia, di collera e di paura. Questo non deve accadere!

E poi, proprio ora, l’orchestra della macchina da guerra israeliana inizia di nuovo la sua orrenda sinfonia, proprio ora: salve di artiglieria dalle navi contro le spiagge, i ruggenti F16, i droni ripugnanti, e gli Apaches. Tutto fatto e pagato dagli Usa.

Signor Obama – ha un cuore?

La invito – passi una sola notte – solo una notte – con noi a Shifa. Travestito come un addetto alle pulizie.

Sono convinto, al cento per cento, che la storia cambierebbe.

Nessuno con un cuore e con il potere potrebbe mai andare via, passata una notte a Shifa, senza essere deciso a porre fine alla carneficina del popolo palestinese.

I fiumi di sangue continueranno a scorrere la notte prossima. Ho sentito che hanno accordato i loro strumenti di morte.

Per favore. Fate quello che potete. Questo non può continuare.

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2 Comments

  1. bruno franchi

    Se i palestinesi e gli israeliani scoprissero un giorno di essere la stessa cosa scoprirebbero e sentirebbero anche l’orrore di essersi combattuti con ogni tipo di violenza massacrandosi tra di loro, tutto l’olocausto del sangue umano per difendere due illusioni mentali.

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