«Confesso: distruggiamo economie e schiavizziamo genti»

«Confesso: distruggiamo economie e schiavizziamo genti»

John Perkins per tutta la vita ha fatto il «sicario dell’economia». In apparenza lavorava per società che producevano piani economici di sviluppo, in realtà era al soldo delle multinazionali, delle banche e del governo degli Stati Uniti.

 

di Franco Fracassi

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Vi siete mai chiesti qual è il fine ultimo del Fondo monetario internazionale o della Banca mondiale? Prestano soldi ai Paesi bisognosi, sì, ma sempre (proprio sempre) il Paese che fa ricorso al loro aiuto finisce nei guai, non migliora economicamente né socialmente, attua politiche che portano allo smantellamento dello stato sociale e all’abbattimento delle barriere doganali a protezione dell’economia locale. John Perkins è un economista. Per anni è stato uno dei più richiesti consulenti di governi, dall’Oceania all’America, dall’Asia all’Africa, passando per l’Europa. Egli ha sviluppato progetti di sviluppo, ha favorito prestiti bancari, ha stretto accordi internazionali. Per sua stessa ammissione, non ha mai lavorato per migliorare la condizione di uno di questi Paesi, bensì per schiavizzarli. Lui si è autodefinito un «sicario dell’economia». Il migliore tra loro.

 

Se volete capire perché ci sono tanti Paesi indebitati sull’orlo della bancarotta, qual è il potere reale che esercitano le multinazionali e le banche, che legame c’è tra corporation e governi e tra corporatocrazia (come la chiama lui) e grandi organizzazioni o agenzie internazionali, ufficialmente super partes, se volete sapere tutto questo e molto altro Perkins è la guida migliore a cui affidarsi.

 

Popoff ha deciso di pubblicare la sua confessione, in nome dello spread, delle privatizzazioni, delle grandi opere e del superamento dello stato sociale così come lo conosciamo.

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Non sono andati troppo per il sottile quando mi hanno descritto ciò che sarei stato chiamato a fare. Il mio compito era «incoraggiare i leader mondiali a divenire parte di una vasta rete che favorisce gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Alla fine, questi leader restano intrappolati in una trama di debiti che ne garantisce la fedeltà. Possiamo fare affidamento su di loro in qualunque momento lo desideriamo, per soddisfare le nostre esigenze politiche, economiche o militari. A loro volta, questi rafforzano la propria posizione politica, fornendo infrastrutture industriali, centrali elettriche e aeroporti alle popolazioni. I proprietari delle aziende di progettazione e di costruzione statunitensi si arricchiscono meravigliosamente».

 

Nella loro smania di far progredire l’impero globale, le multinazionali, le banche e i governi (ovvero la corporatocrazia) usano il loro potere economico e politico per assicurare che le nostre scuole, aziende e mezzi d’informazione sostengano quell’idea ingannevole e il suo corollario. Ci hanno portato al punto in cui la nostra cultura globale è divenuta una mostruosa macchina che richiede quantità di carburante e manutenzione sempre maggiori, tanto che alla fine avrà consumato tutto e non avrà altra scelta che divorare se stessa.

 

Ciò che noi sicari dell’economia sappiamo fare meglio è costruire l’impero. Siamo un’élite di persone che utilizza le organizzazioni della finanza internazionale per creare le condizioni affinché altri Paesi si sottomettano alla corporatocrazia che domina le nostre grandi aziende, il nostro governo e le nostre banche. Come i loro omologhi della mafia, i sicari dell’economia distribuiscono favori. Questi assumono la forma di prestiti per lo sviluppo delle infrastrutture: centrali elettriche, autostrade, aeroporti, porti o poli industriali. Una condizione per questi prestiti è che a costruire tutte le infrastrutture siano gli studi di progettazione e le imprese edili del nostro Paese (gli Usa). In pratica, gran parte del denaro non esce mai dagli Stati Uniti. Viene semplicemente trasferito dagli istituti di credito di Washington agli offici di progettazione di New York, Houston o San Francisco.

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Sebbene il denaro venga consegnato quasi immediatamente alle aziende che fanno parte della corporatocrazia (il creditore), il Paese destinatario è obbligato a restituire l’intero capitale più gli interessi. Quando un sicario dell’economia assolve al meglio il suo compito, i prestiti sono così ingenti che il debitore si trova costretto alla morosità dopo pochi anni. Quando ciò si verifica, proprio come fa la mafia, pretendiamo il risarcimento dovuto. Ciò comprende una o più delle seguenti condizioni: il controllo dei voti alle Nazioni Unite, l’installazione di basi militari o l’accesso a preziose risorse come il petrolio o il Canale di Panama. Ovviamente, il debitore ci deve comunque il denaro. E un altro Paese viene annesso al nostro impero globale.

 

Oggi vediamo i risultati di questo sistema, ormai fuori controllo. I dirigenti delle nostre aziende più autorevoli assumono personale a salari che rasentano la schiavitù, per farlo lavorare in condizioni disumane nelle succursali asiatiche. Le compagnie petrolifere rilasciano senza alcun ritegno grandi quantità di agenti tossici nei fiumi delle foreste pluviali, uccidendo deliberatamente persone, animali, vegetazione, e commettendo genocidi ai danni di antiche culture. Le industrie farmaceutiche negano i farmaci salva-vita a milioni di africani sieropositivi. Negli stessi Stati Uniti, dodici milioni di famiglie non hanno certezza del loro prossimo pasto.

 

L’industria dell’energia ha creato il caso Enron. Il settore della contabilità ha creato un caso Andersen. Il rapporto tra il reddito di un quinto della popolazione mondiale, rappresentato dai Paesi più ricchi, e quello di un quinto rappresentato dai Paesi più poveri è salito da trenta a uno nel 1960 a settantaquattro a uno nel 1995. Gli Stati Uniti spendevano oltre ottantasette miliardi di dollari per portare avanti una guerra in Iraq, mentre le Nazioni Unite stimano che ne basterebbe meno della metà per fornire acqua potabile, alimentazione adeguata, servizi igienico-sanitari e istruzione di base a ogni individuo del pianeta.

 

E ci chiedono perché mai i terroristi ci attaccano?

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Alcuni attribuiscono i nostri attuali problemi a un complotto organizzato. Magari fosse così semplice! I membri di una congiura si possono estirpare e assicurare alla giustizia. Questo sistema, invece, è alimentato da qualcosa di ben più pericoloso di un complotto. Non è un gruppetto di uomini a guidarlo, bensì un concetto accettato come vangelo: l’idea che qualunque crescita economica giovi all’umanità, e che più aumenta la crescita, più diffusi saranno i benefici. Quest’idea ha un corollario: chi eccelle nell’alimentare il fuoco della crescita economica dev’essere esaltato e ricompensato, mentre chi è nato ai margini può essere sfruttato.

 

I capitani dell’industria al comando di questo sistema devono godere di uno status speciale. Quando uomini e donne vengono premiati per la loro avidità, questa diviene un incentivo alla corruzione. Quando equipariamo il consumo ingordo delle risorse della Terra a una condizione prossima alla santità, quando insegniamo ai nostri figli a emulare personaggi che conducono un’esistenza non equilibrata, e quando stabiliamo che enormi porzioni della popolazione debbano essere soggette a una minoranza elitaria, andiamo in cerca di guai. E li troviamo.

 

Quando ero sicario dell’economia facevo parte di un gruppo relativamente ristretto. Oggi quelli che hanno un ruolo simile sono molti di più. Hanno titoli più eufemistici e frequentano i corridoi di Monsanto, General Electric, Nike, General Motors, Wal-Mart e di quasi tutte le altre grandi multinazionali del mondo.

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