giovedì 15 novembre 2018

Vuoi lavorare? Apri partita Iva. E parte la fregatura

Vuoi lavorare? Apri partita Iva. E parte la fregatura

Specialmente nei cantieri edili a molti operai viene chiesto di aprire la partita Iva e di lavorare in monocommittenza. Una parte si fa in nero, quindi, si guadagna di più. Questa la teoria. La realtà spesso è una fregatura.

 

di Francesco Mai

PIL: ISTAT, PRIMO TRIMESTRE -0,5%, -0,2% TENDENZIALE
Abdel Herramani al lavoro in un cantiere.

Se a trentacinque anni, lavorando sodo, ti sei conquistato un buon posto di lavoro, che fai, lo lasci? Con i tempi che corrono? Eppure Antonio Martone, muratore di Concordia sulla Secchia, in provincia di Modena, ha fatto la scelta coraggiosa di abbandonare il posto di lavoro come capocantiere per mettersi in proprio. Racconta: «Il lavoro non mancava, complice anche l’esigenza di ricostruire dopo il terremoto del 2012, ma per l’azienda per cui lavoravo era difficile sostenere l’alto costo del lavoro. Così, un anno e mezzo fa, mi hanno convinto a lavorare autonomamente, in monocommittenza per loro. Questa prospettiva mi ha subito attirato, dal momento che avrei potuto guadagnare di più e pagare meno tasse, lavorando buona parte in nero. Già come capocantiere guadagnavo bene, più di duemila euro al mese, ma in autonomo il guadagno è progressivamente aumentato: l’anno scorso ho dichiarato diciotto mila euro, ma in realtà ne ho incassati circa quarantacinque. Tutto quindi procedeva per il meglio, quando è accaduto l’imprevedibile: una rovinosa caduta da un ponteggio all’altezza di quattro metri, che mi è costata la rottura di un braccio e di una gamba. Avendo fortunatamente sei operai di grande affidabilità, il lavoro non si è fermato, ma economicamente le conseguenze sono state parecchio negative, poiché ho iniziato a percepire una pensione di invalidità molto inferiore a quanto avrei percepito se fossi stato dipendente».

 

Sostiene Enrico Gravina, responsabile dell’edilizia alla Uil di Mirandola: «Questa, purtroppo per Antonio, è solo una delle conseguenze della scelta di mettersi in proprio. Quella che forse non ha considerato adeguatamente è la condizione di precarietà in cui opera. Lavorare in monocommittenza per l’azienda che prima gli dava il lavoro lo lega a doppio filo alle sue sorti: quando per l’una il lavoro calerà, così avverrà anche per l’altra. E questo avverrà quando il picco della ricostruzione post-sisma avrà termine. Laddove non c’è una cultura della libera imprenditoria forte e ben radicata, avvengono di questi fatti. Il sindacato in questo caso non può fare altro che insegnare la cultura del lavoro».

 

Per un lavoratore che liberamente ha scelto di abbandonare il proprio posto di lavoro per mettersi in proprio, ce n’è un altro che proprio non può permetterselo. È Abdel Herramani, trentenne marocchino che lavora da cinque anni in una piccola impresa edile a San Felice sul Panaro, ma senza la sicurezza del posto fisso. Infatti, in questo periodo di tempo è stato ripetutamente assunto con contratti a tempo determinato della durata di sei o dodici mesi. Già due anni fa avrebbe dovuto essere assunto a tempo indeterminato, avendo raggiunto il tetto di trentasei mesi previsto dalla riforma Fornero, ma il datore di lavoro non ha adempiuto il suo dovere. Abdel però non se la sente di rivolgersi al sindacato, perché consapevole che in questo modo non potrebbe più lavorare. Afferma: «Vivere così è davvero complicato: non riesco a dare sicurezze a mia moglie e ai miei tre figli. Ma non posso fare altro: chi mi garantisce, se perdessi il lavoro, che qualcun altro mi assumerà?».

 

Enrico Gravina confessa: «In queste situazioni di ricattabilità del lavoratore da parte del datore di lavoro, noi sindacalisti ci sentiamo impotenti. Ma è ancora peggio quando le leggi stesse favoriscono la precarietà. È il caso ad esempio di un nostro assistito che lavora da poco più di tre anni in una grande impresa di costruzioni della zona. In base alla legge Fornero precedentemente in vigore questo lavoratore avrebbe dovuto essere assunto a tempo indeterminato una volta raggiunta la soglia di trentasei mesi. Tuttavia il decreto Poletti del maggio scorso ha cambiato le carte in tavola, sostituendo l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato con multe per i datori di lavoro che non rispettano il tetto del venti per cento di lavoratori precari. Nel settore dell’edilizia questo tetto sale al venticinque per cento, e una volta superato scatta una sanzione pecuniaria pari al venti per cento della retribuzione complessiva del lavoratore, per il primo superamento nella singola unità produttiva. Nel nostro caso tuttavia, essendo superiore a uno il numero dei lavoratori assunti in violazione del limite, la multa sale alla metà dello stipendio totale. Se a livello economico questo provvedimento va a colpire il datore di lavoro che vìola il limite, d’altra parte la situazione contrattuale del lavoratore rimane precaria».

Cantiere edile a San Felice sul Panaro.
Cantiere edile a San Felice sul Panaro.

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