mercoledì 26 settembre 2018

Se si è giovani anche lavorare in banca può essere una fregatura

Se si è giovani anche lavorare in banca può essere una fregatura

Avete mai sentito parlare di una banca i cui dirigenti fuggono nel corso della notte e che la mattina successiva i dipendenti trovano sprangata? In Italia accade anche questo. Storia di una ragazza con due lauree, tanti master e grande difficoltà a trovare un lavoro normale.

 

di Claudio Alessandro Colombrita

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«Sono andata a lavoro come tutte le mattine e ho trovato tutto chiuso. Ho saputo che se ne erano andati tutti, di notte, all’improvviso. Era passato appena un mese». Giovanna Scuderi è una ragazza precaria, il suo primo lavoro in banca le ha subito mostrato cosa significa essere giovani alla ricerca di un’occupazione. Due lauree, una in giurisprudenza e una in scienze della pubblica amministrazione, titoli da spendere, costati sacrifici e soprattutto denaro perché, dicevano, solo studiando è possibile aspirare alle mansioni più gratificanti professionalmente ed economicamente.

 

La Bhv, banca che si occupa della promozione della Deutsche Bank, attraverso un piano di accantonamento, è la sua prima opportunità lavorativa. Ecco, lavoro appunto, che, secondo definizione, corrisponderebbe all’occupare il tempo nel fare qualcosa di produttivo, traendone un vantaggio generalmente economico. L’affaccio nel mondo del lavoro di Giovanna non è dei migliori: nessun contratto, nemmeno si parla di paga all’inizio, ma l’esigenza di trovare un posto di lavoro, per di più in un ambiente in genere “sicuro” come una banca, la induce ad aspettare, poco.

 

Una mattina come tante si trova col culo per terra, prima batosta e niente soldi nel portafogli.

 

La seconda esperienza lavorativa, sempre in una banca, l’allora Agos. Un colloquio di lavoro probante, con una stress interview dal carattere alquanto particolare. «Si sono soffermati soprattutto sulla solidità del rapporto col mio fidanzato dell’epoca, volevano sapere se mi sarei sposata di lì a breve, in quanto avrei dovuto trasferirmi in una città vicina», afferma la ragazza. Una discriminazione, una condizione indispensabile per poter avere un posto, Giovanna, però, ha davanti il primo contratto, di inserimento, una buona paga ed alcuni benefits.

 

La speranza e l’ardore, per il primo contratto firmato della sua vita, vengono spenti presto: i contrasti con il responsabile della filiale, ma soprattutto la fusione della Agos con la Ducato portano al suo licenziamento. Il duplicato di funzioni porta a prediligere chi ha più anzianità di servizio e, dall’altro lato, c’è chi lavora da vent’anni.

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Giovanna si rimbocca le maniche e non si rassegna, pensa che siano state due esperienze sfortunate e decide di investire su se stessa, sulla sua formazione, frequentando un master sulle risorse umane.

 

Lavora presso alcune università private guadagnando qualche spicciolo perché, dice: «Non usavano fare contratti e nemmeno mi pagavano con costanza».

 

Arriva poi il turno di un liceo scientifico, settecento euro al mese per un lavoro a tempo pieno, un contratto a progetto di quelli che si usano tanto al giorno d’oggi e che permettono di liquidare velocemente qualsiasi tipo di lavoratore. «Svolgevo una prestazione subordinata a tutti gli effetti, con le caratteristiche previste dalla legge. Un rapporto continuativo, dalle otto di mattina alle otto di sera, non avevo né contributi né ferie pagate, vivevo con l’incognita della riconferma, nella stagione successiva», dice.

 

Decide allora di lavorare all’interno delle palestre, dapprima nella sua città, sempre con un contratto a progetto e con la spada di Damocle che pende sulla testa e poi addirittura senza contratto, a Roma, dopo un trasferimento per cercare maggior fortuna.

 

Proprio nella capitale, però, la situazione si evidenzia nella sua problematicità: due palestre, due impieghi nel settore amministrativo, a distanza di poco tempo, nessun contratto, anzi.

 

«Ero addirittura costretta a dover cercare testimoni per dimostrare che lavoravo lì. La cosa paradossale è che il contratto me l’hanno fatto alla fine, quando ho rassegnato le dimissioni, per giustificare il percorso lavorativo che c’era stato. Non avevo contratto ma mi chiedevano di aprire una partita iva», afferma.

 

Nel frattempo Giovanna non si è fatta mancare nemmeno la partecipazione al progetto Neet, per ottenere un tirocinio retribuito. L’ha ottenuto ma quel progetto non è mai partito.

 

«La legge Biagi parla di flessibilità per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, non di certo come strumento per favorire la precarietà», afferma amara, intanto, proprio in questi giorni, si è riacceso il dibattito sull’articolo 18 e sulle contraddizioni del mondo del lavoro. Si parla di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, a seconda dell’anzianità di servizio e si mette in discussione il reintegro obbligatorio del lavoratore in caso di licenziamento giudicato illegittimo, paventando la possibilità che via sia solo un indennizzo commisurato agli anni di lavoro.

 

Giovanna la pensa così: «Il lavoro a tempo indeterminato è ormai un’utopia, bisognerebbe sgravare le imprese dai costi che sostengono per assumere i lavoratori con questa tipologia di contratto. Tutti questi discorsi sull’anzianità di servizio sono inutili, il problema vero è che già è difficile poter essere assunti con un contratto. Poi, quando va bene è a progetto e quando ti va benissimo è subordinato. Quando sarà tempo per l’indeterminato?».

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