giovedì 15 novembre 2018

Sul clima decidono le multinazionali, come sui libri di scuola Usa

Sul clima decidono le multinazionali, come sui libri di scuola Usa

Le lobby del petrolio e del carbone sono ancora molto potenti. Si è visto anche al summit di New York. Influenzano i governi e cambiano i testi delle scuole pubbliche, come nel Texas.

di Massimo Lauria

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Il vertice Onu di New York sui cambiamenti climatici, definito di molti come il summit degli scarsi intenti, è il pretesto per riparlare di una notizia apparsa qualche giorno fa sui maggiori quotidiani statunitensi. Nelle scuole pubbliche del Texas (Usa), potrebbero essere adottati libri di testo volutamente disseminati di errori storici, geografici e scientifici, promuovendo l’idea ad esempio che i cambiamenti climatici non siano causati dall’uomo.

In alcuni di questi si sminuisce il dramma della segregazione dei neri, dipingendola come occasionale. In altri l’Islam appare come una religione violenta ed espansiva, causa del terrorismo internazionale. Da qualche altra parte si spiega che Mosé ha ispirato i principi della democrazia americana. Ma ad aggravare la portata della notizia, ci si mettono anche stravaganti teorie scientifiche, come la negazione che l’uomo abbia un ruolo sui cambiamenti climatici, come invece concordano i maggiori studiosi mondiali. Ecco il passaggio incriminato: «Tutti gli scienziati sono d’accordo sul fatto che il clima sta cambiando. Ma non sono d’accordo sulle cause».

Ad accorgersi dei gravi falsi ideologici è stato il Texas freedom network (Tfn) – organizzazione no profit che promuove la libertà religiosa e combatte le idee ultraconservatrici in quella parte degli States. I libri di testo proposti, spiegano quelli del Tfn, riflettono le idee pseudoscientifiche dell’Heartland Institute, un think tank americano ultraconservatore, finanziato in parte dai fratelli David e Charles Koch, imprenditori oppositori del presidente Barack Obama. Ma secondo il Texas freedom network i Koch non sarebbero i soli a ingrassare le tasche della discutibile istituzione. Diverse decine di migliaia di dollari sarebbero piovuti direttamente anche da Big Tobacco e da altri inquinatori per diffondere verità di comodo sui cambiamenti climatici.

Un altro dei benefattori che compongono la rete di finanziatori schierati contro il governo di Obama è l’industriale di Chicago Barre Seid, convinto sostenitore dell’incolpevole azione dell’uomo sui disastri ambientali. Insieme ai fratelli Koch, Seid movimenta fondi «attraverso due organizzazioni chiamate Donor Trust e Donors Capital Fund, che a loro volta passano i fondi ai principali think tank di destra, come l’American Enterprise Institute, lo Heartland Institute e Americans for Prosperity». Insomma, denuncia l’organizzazione no profit americana, gruppi di pressione politica tentano di sostituirsi a un’importante organizzazione scientifica internazionale come l’Ipcc, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu, per influenzare l’opinione pubblica mondiale.

Il rischio che i temi ambientali non vengano percepiti come prioritari è grande. Le lobby del petrolio e del carbone fanno pressione sui parlamentari, e i governi hanno le mani legate – quando non sono direttamente conniventi. La partita è alta: si tratta di decidere quali saranno le strategie di sviluppo per il futuro. L’inedia dei governi mondiali permette, invece, alle multinazionali di sguazzare nello sfruttamento delle risorse energetiche della terra, creando ancora più iniquità sociale su scala planetaria.

Usa e Cina hanno un ruolo determinante nel cambiare passo ed evitare che altri paesi svicolino dagli accordi internazionali sulla riduzione dei combustibili fossili. Ma entrambi, a modo loro, girano le spalle a un’idea di sviluppo differente, continuando a favorire le grandi corporation che prosciugano le risorse energetiche del pianeta. Secondo l’ex presidente del Messico Felipe Calderòn il comparto energia gode di circa 600 miliardi di dollari l’anno in sussidi e incentivi pubblici, contro i poco più di 100 destinati alle energie rinnovabili. Un trend da ribaltare, perché – stando le condizioni attuali – la domanda di idrocarburi nei prossimi 20 anni salirà del 60%: un rischio economico troppo alto, oltre che un danno ambientale irreparabile.

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