lunedì 24 settembre 2018

Cina, boom del commercio di strumenti di tortura

Cina, boom del commercio di strumenti di tortura

Oltre 130 aziende producono strumenti di tortura e repressione destinati ad Africa e Asia. Amnesty International denuncia il macabro commercio. E l’Occidente?

di Massimo Lauria

armi

Il profitto dato in testa alla gente. Sono oltre 130 le aziende cinesi che producono strumenti di tortura e di repressione destinate ai mercati di Africa e Asia. A denunciare il macabro commercio è Amnesty International che, insieme a Omega Research Foundation, ha stilato un report dettagliato sulla questione. Tale attività, spiega l’Ong, contribuisce alla violazione dei diritti umani nei paesi con scarsa regolamentazione in fatto di strumenti di offesa.

«Sempre più aziende cinesi stanno facendo profitti col commercio di strumenti di tortura e di repressione, alimentando le violazioni dei diritti umani a livello mondiale», ha dichiarato Patrick Wilcken, ricercatore su commercio di materiali di sicurezza e diritti umani. «Questo commercio, che procura immense sofferenze, è in pieno boom poiché le autorità cinesi non fanno nulla per impedire alle aziende di esportare questi disgustosi congegni o per impedire che strumenti destinati ad attività di polizia finiscano nelle mani di noti violatori dei diritti umani».

Il rapporto spiega che tra i pericolosi articoli ce ne sono alcuni «intrinsecamente crudeli e disumani», come i manganelli elettrici (che lacerano la pelle), i bastoni acuminati e i congegni serra gambe o serra collo. Il rischio di ferire gravemente una persona o addirittura arrivare a ucciderla è alto. Il più delle volte la vittima viene definitivamente sfigurata a causa delle bruciature. Ecco perché, dicono, la loro costruzione dovrebbe essere proibita per legge. Il rapporto cita il caso di diverse aziende, tra cui la China Xinxing Import/Export Corporation – che pubblicizza strumenti quali congegni serra pollici, sedie di contenimento, pistole elettriche e manganelli elettrici. La società in questione ha dichiarato nel 2012 di essere in rapporti con oltre 40 paesi africani e che il suo commercio con l’Africa è superiore a 100 milioni di dollari Usa. Un bel volume d’affari, non c’è che dire.

E i mattatori occidentali? E Ma poi compare un altro elenco di prodotti utili alla repressione di piazza, legittimati da norme internazionali. Parliamo di gas lacrimogeni, proiettili di plastica o veicoli antisommossa. Tutti strumenti legati ad attività di ordine pubblico, che però – sappiamo bene – il più delle volte vengono utilizzati come strumenti di mera offesa e servono per sedare le manifestazioni di protesta, anche là dove le regole di ingaggio sono normate da rigide procedure.

Amnesty, infatti, ammette che alcuni di questi strumenti sono usati indiscriminatamente anche nei Paesi occidentali. È utile ricordare grandi mattanze come il G8 di Genova del 2001 – o le nostrane proteste No Tav, per il diritto alla casa e molte altre – sedate a suon di teste rotte? In questi casi può darsi che l’equipaggiamento delle forze di polizia non provenga dalla Cina, ma fa altrettanto male. Tuttavia il rapporto di Amnesty International e Omega Research Foundation cita casi di esportazioni del genere verso paesi in cui vi è il rischio concreto che l’uso di tali strumenti contribuirà a gravi violazioni dei diritti umani. Si hanno prove, ad esempio, che manganelli elettrici di fabbricazione cinese sono stati usati dalla polizia di Egitto, Ghana, Madagascar, Senegal, Uganda o Repubblica Democratica del Congo.

Chi controlla chi? Carenza di controlli sulle esportazioni e scarsa trasparenza? Può darsi. Ma anche misera valutazione sulla situazione dei diritti umani nei paesi destinatari delle forniture, denuncia Amnesty. «L’imperfetto sistema cinese delle esportazioni ha permesso al commercio di strumenti di tortura e di repressione di espandersi. È urgente che le autorità cinesi rivedano le norme in materia di commercio per porre fine all’irresponsabile trasferimento di equipaggiamento per il mantenimento dell’ordine pubblico che verrà con ogni probabilità usato per violare i diritti umani» – spiega ancora Wilcken.

Ma su questo punto la Cina – ammettono le organizzazioni sui diritti umani – non è la sola a scordarsi i controlli sui trasferimenti esteri di queste forniture. «Il commercio mondiale di questi prodotti è soggetto a scarsi controlli persino laddove le norme sono più evolute, come negli Usa e nell’Unione europea. Sono necessari miglioramenti per colmare le lacune esistenti, proprio mentre nuovi prodotti e tecnologie escono sul mercato», dicono. Insomma, un esamino di coscienza dovrebbero farselo tutti i governi e bacchettare qualche solerte imprenditore. Ma si sa, è il profitto bellezza e tu non puoi farci niente.

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