Sironi, fascino del fascistibile

Sironi, fascino del fascistibile

Irriducibile di Salò, scoperto dall’amante del duce e salvato dalla fucilazione da Gianni Rodari. Mario Sironi in mostra al Vittoriano di Roma. Perfetta sintesi di contenitore e contenuto

di Maurizio Zuccari

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Sironi, il fascista sconfitto. Il fascista buono, perché non gli andarono giù le leggi razziali, come a tant’altri. Sironi, il fascista e basta, a dispetto dei riduzionismi appioppatigli. Di tutto può dirsi, di Mario Sironi, fuorché non sia stato coerente. Fascista, anzi fascistissimo della prim’ora, assiduo alle adunate dei fasci di combattimento milanesi nel ‘19 come sul Popolo d’Italia, in prima fila nella marcetta su Roma del ‘22, corifèo del regime mussoliniano in dozzine d’opere murali. Suo pure il bell’atlante figurato, chicca per collezionisti, che avrebbe dovuto illustrare le conquiste della rivoluzione fascista all’expò del ‘42, se non fosse finita com’è finita. Irriducibile di Salò scampato alla giustizia partigiana solo in grazia del novelliere per l’infanzia Gianni Rodari che ebbe la buona grazia d’intercedere verso chi aveva già il colpo in canna. Di tutto può dirsi di Sironi, fuorché non sia stato coerentemente fascista, fino in fondo. Fino al tracollo di quella (contro)rivoluzione per cui non solo suonò il piffero, per dirla come Vittorini, ma in cui credette fortissimamente. Ben oltre il suo spappolarsi sotto le mene savoiarde, dopo le bombe del 25 luglio made in Usa, assai oltre gli stivali marocchini e i minacciati cavalli cosacchi.

Per tutto ciò la buonanima di Sironi sarebbe rimasta nel retrobottega della storia dell’arte durante gli anni in cui dire fascista era ancora un insulto al buon senso, ancora prima che alla morale, per tornare prepotentemente in cima agli scaffali in tempi di baldanzoso revisionismo. E oplà, giungere al Vittoriano di Roma per quella che rappresenta la maggiore retrospettiva sull’artista, dopo quella milanese di qualche anno fa, dedicata però al suo periodo crepuscolare. Ed è perfetta sintesi di contenitore e contenuto, questa mostra dove Sironi diventa fascistibile, il suo fascismo diviene quasi vezzo da artista engagé, venale concessione allo spirito dei tempi. Novanta opere raccontano così il percorso d’un maestro, curato con competenza da Elena Pontiggia – sua anche la curatela della citata mostra milanese – dai primordi alla fine. Ché Sironi maestro fu, senza dubbio, nel bene e nel male. Un grande artista, anzi il più grande del momento, come ebbe a dire Picasso. E questa mostra sta qui a mostrarlo, come dice la parola, con opere monumentali come Il lavoratore o L’impero, entrambi del ‘36, le minori quali la stupenda Il cavallo bianco e il molo, del ‘21 (sopra), i bozzetti e le illustrazioni, mentre il catalogo Skira dà conto degli ultimi studi d’archivio coi saggi di Maria Stella Margozzi, Lea Mattarella, Roberto Dulio, Luigi Cavallo e Virginia Baradel.

Nato a Sassari nel 1885 da padre ingegnere, secondo di sei figli, Sironi dedica all’amata madre quei ritratti d’interni e quel tratto simbolista che ne contrassegna la giovinezza, prima d’incontrare e subire il fascino dei Boccioni – forse il suo amico più caro di quella stagione – Severini, Balla e avviarsi al futurismo, di cui firma il celebre manifesto marinettiano. Già nel mezzo della Prima guerra mondiale, passata da volontario parte in prima linea e parte all’ufficio propaganda, il più tedesco dei pittori italiani e il più italiano dei pittori tedeschi, per dirla come la Pontiggia, incontra Margherita Sarfatti, ed è un reciproco colpo d’arte e di fulmine. La biografa del duce e sua amante fino al ‘32 – poi espatriata a seguito delle leggi razziali – lo scopre e ne valorizza l’estro, fornendogli una solida base critica e utili entrature. Della totale adesione al fascismo s’è detto. Essenzialità delle linee e urgenza del fare come sola possibilità di superare le scogliere dell’esistere, il quieto buon vivere che affossa l’anima ancora prima del corpo; purezza del segno che si fa elegia e mito è tutta lì, nelle sue opere che sembrano incarnare la mistica fascista. Ma attenzione, dentro al Sironi pifferaio più o meno marcato e ipostatizzato nelle sue pose ieratiche ce n’è uno arcitragico. Dietro ai palazzi scarni della Milano non ancora da bere, nelle sue figure squadre, è l’uomo nuovo che avanza, la modernità che sgomita e geme coi suoi orrori e dolori esistenziali: un tratto originale che si fa metafisico, anticipa e accompagna l’orrore reale della guerra totale.

Poi, a cocci rotti e stracci volati via, al crollo d’ogni illusione politica e sociale, s’aggiunge la mazzata del suicidio della figlia diciannovenne, nel ‘48. E la pittura di Sironi si sfalda come la sua vita, le figure si decompongono, i palazzi implodono. Fino a farsi frammento d’esistenza nelle sue apocalissi finali, dove sotto la minaccia dello sterminio nucleare l’umanità sembra rintanarsi sotterra, larve che nulla chiedono alla terra creposa, se non di serbarli in vita un’ora ancora. Sironi attraversa così, con le sue tele tragiche e le luci degli spot di qualche collaborazione alla Fiat, gli anni del dolore e del disincanto, sopravvissuto a sé stesso finché l’alba d’una livida Milano lo porta via, piegato nel corpo e nello spirito. È il 1961 e del superomismo nietzschiano, del mondo schopenaueriano come volontà e rappresentazione non c’è più traccia in lui, né nei tempi che corrono. Restano le sue opere, testimoni d’un tempo che fu e a volte torna. Soprattutto per chi ne serba scarsa memoria. Mario Sironi, 1885-1961, fino all’8 febbraio 2015, complesso del Vittoriano, Roma.

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