Perugia-Assisi, la Marcia perde pezzi

Perugia-Assisi, la Marcia perde pezzi

Il Movimento nonviolento, fondato da Capitini, si sfila dall’evento: «Marcia fine a sé stessa, piattaforma troppo generica e superficiale»

di Checchino Antonini

pace
che fine ha fatto la seconda potenza mondiale?

Domenica saranno in decine di migliaia, dicono i promotori, a marciare tra Perugia e Assisi sulle tracce di Aldo Capitini, che la promosse per primo nel 1961. 110 le scuole. 253 i Comuni, le Province e le Regioni. 468 le associazioni. In totale 831 le adesioni pervenute alla Tavola della pace, che organizza l’evento. «Lo faranno assumendosi la responsabilità, il costo e la fatica di reagire alle guerre e alla violenza che sono dappertutto. Un fatto straordinario che contrasta con il clima generale di rassegnazione, cinismo, inerzia e indifferenza». Ma la marcia continua a perdere pezzi.

Stavolta anche il Movimento Nonviolento si sfila. Si tratta di un movimento fondato proprio da Aldo Capitini: «nella consapevolezza che la Marcia della Pace, patrimonio collettivo del movimento, per la forza della sua storia, l’evocazione, la suggestione, e lo spirito che richiama dovrebbe essere una “Assemblea in cammino”, “aperta” e di “tutti”, ritiene che non vi siano le condizioni per poter aderire alla Perugia-Assisi del 2014».

«La prima Marcia della Pace Perugia-Assisi del 1961 ha partorito il Movimento Nonviolento, l’una e l’altro voluti da Aldo Capitini. La Marcia come presentazione del programma, il Movimento come strumento attuativo», ricorda Mao Valpiana, nonviolento pacifista storico. «La nostra storia, dunque, si intreccia con quella delle marce della pace, dalle prime organizzate proprio dal Movimento Nonviolento fino a quelle promosse dalla Tavola per la pace, passando per quelle che contestammo perchè troppo ambigue sul tema dell’opposizione alla guerra. Fu proprio per questo che nel 2000 organizzammo autonomamente, insieme al MIR, la Marcia nonviolenta Perugia-Assisi “Mai più eserciti e guerre”. Nel 2011, cinquantesimo anniversario della prima edizione della marcia di Capitini, fummo copromotoridella “Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli”, per cercare di ritrovarne lo spirito originale. Fu una grande manifestazione popolare nella quale riuscimmo ad introdurre iltema politico del disarmo e la valorizzazione della campagna NO-F35.Dopo quella esperienza chiedemmo alla Tavola della Pace un incontro di valutazione e riflessionesul se e come procedere con le marce Perugia-Assisi, per non cadere, dopo 50 anni, nella ritualità enella celebrazione fine a se stessa, a scapito dei contenuti. Non è mai arrivata alcuna risposta, ma anzi la Tavola stessa è implosa. Le sue principali organizzazioni, contestandone la conduzionemonocratica, la poca trasparenza e la non chiarezza nel rapporto con le Istituzioni locali che laMarcia sostengono anche finanziariamente, hanno preso atto che l’esperienza della Tavola si eraconclusa ed hanno dato vita alla Rete della Pace, per dotarsi di un’organizzazione autonoma,democratica ed indipendente.La riflessione collettiva sulla Marcia dunque non è mai avvenuta, per contro con un anno di anticiposiamo venuti a sapere della convocazione di nuova Perugia-Assisi nel 2014, indetta a nome dellaormai ex Tavola e di altre improvvisate sigle, indipendentemente dal contesto internazionale nella quale viene “cadere” e dai percorsi di elaborazione politica collettiva del “popolo della pace”. Titolo, contenuti e documento della Marcia sono stati comunicati come un dato di fatto. Atutti si chiede solo di aderire e partecipare. La gestione, l’organizzazione, l’immagine della Marciasono in mano al cosiddetto “comitato promotore” con una modalità, quanto meno, privatistica». Il documento che sta facendo circolare il movimento rimprovera l‘Appello per la Perugia-Assisi – la cui stesura non è stata condivisa con alcuna delleorganizzazioni associative, culturali, sindacali, che da sempre animano la Marcia della Pace – di essere del tutto generico e superficiale: « non tiene conto del ritorno violento della guerra comecontinuazione della politica con altri mezzi in Palestina ed Israele, in Siria, in Iraq, in Libia, inAfghanistan, Ucraina, Congo, Nigeria e nelle decine di altre zone del mondo, di fronte al quale lacomunità internazionale è impotente o complice, come il nostro Paese che continua a vendere armi a tutte le parti in conflitto. Né tiente conto del percorso organizzativo e politico del “popolodella pace” che ha visto – anche come onda lunga della marcia del 2011 – una plurale convergenzanell’Arena di Pace e Disarmo dello scorso 25 aprile, dove è stata lanciata la Campagna per la Legge di inziativa popolare per il Disarmo e la Difesa civile, non armata e nonviolenta, comeazione politica unitaria».

«Oggi il movimento per la pace non può essere riportato alla genericità degli slogan retorici, buoni per ogni stagione – continua Mao Valpiana – ma che non spostano in avanti il processo di disarmo e di costruzione delle alternative alla guerra, alle armi ed agli eserciti, strumenti che l’alimentano e la rendono possibile. La Marcia, come scriveva Aldo Capitini, non può essere “fine a se stessa”, la Marcia è un mezzo nonviolento di azione: tra i requisiti fondamentali vi è quello di dover proporre obiettivi politici specifici e chiari, “onde che vanno lontano”, che impegnino responsabilmente ciascuno dei marciatori». Dopo la manifestazione del 21 settembre a Firenze, come risposta urgente e straordinaria alla crisi internazionale in atto (Palestina e Israele, Siria, Iraq, Libia, Afghanistan e Ucraina), la Campagna per la Difesa civile, non armata e nonviolenta, inizierà il prossimo 4 novembre.

Da anni, la marcia non sembra più in grado di catalizzare le energie del popolo della pace, un’espressione che sembra ormai priva di spessore alla luce della latitanza dei grandi numeri dopo il riflusso delle speranze di un’uscita dalla guerra globale. Un declino iniziato proprio quando quel popolo sembrava la seconda potenza mondiale, così scrisse il New York Times all’indomani di quella giornata globale del febbraio che vide forse cento milioni nel pianeta e tre a Roma, muoversi all’unisono contro le guerre di Bush.

Tra i marciatori di allora, tanti scout come sempre (lo stesso Renzi ama le sue vecchi foto col fazzolettone) e le giovani Pinotti e Mogherini, oggi a capo della Difesa italiana e della politica estera dell’Ue, fiere sostenitrici della guerra globale, piazziste instancabili dell’apparato militare-industriale.

Il declino della seconda potenza mondiale era iniziato subito, con i Ds (all’epoca il maggior partito della sinistra) assolutamente impermeabili alle ragioni della pace e poi con la sinistra radicale che, una volta cooptata nel secondo governo Prodi, votò con disinvoltura (con la sola eccezione di Franco Turigliatto che fu espulso da Rifondazione) i crediti per la guerra in Afghanistan e non seppe bloccare la nuova base Usa a Vicenza. Il nonviolento Bertinotti, divenuto presidente della Camera, si recò in Libano dove la Folgore partecipava alla “missione di pace” congratulandosi con gli stessi parà di cui, solo qualche anno prima, aveva reclamato lo scioglimento: disse più o meno che erano la meglio gioventù, «meglio delle Ong». E, tra Perugia e Assisi si marciò dietro lo striscione quantomeno ambiguo di “Forza Onu”.

Flavio Lotti, Coordinatore della Marcia PerugiAssisi, da parte sua prova a legare alla vigilia «il dramma degli operai delle acciaierie di Terni (oggi in sciopero, ndr) e quello degli abitanti di Kobane in Siria, la pace che stiamo perdendo dentro e fuori il nostro paese. Da lungo tempo ci arrabattiamo in un groviglio di crisi intricate come i sonnambuli che cento anni fa ci hanno trascinato nello sprofondo della Grande guerra. E quando Papa Francesco ha descritto la situazione parlando della “terza guerra mondiale” in corso “a pezzi” nessuno si è scomposto. Qui da noi quella guerra non si è ancora fatta sentire. A fare strage di vite, famiglie e imprese non ci sono i tagliagola dello stato islamico ma i signori dell’economia e della finanza». Poi, dal sit in sotto Montecitorio, nell’ambito della Giornata mondiale contro la povertà, ribadisce:«Non è la bomba atomica ma gli assomiglia. E’ la bomba “E”. La bomba di una economia ingiusta che va fermata e smantellata»

 

 

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1 Comment

  1. tiziana baschieri

    non trovo niente di male nel partecipare alla marcia prossima, ma ringrazio l’autore dell’articolo per la sua radicalita’, che approvo e condivido . proprio vero e giusto quello che si dice… la terza guerra mondiale è veramente in corso, a pezzi come ha detto anche papa francesco… e da noi non è vero che non è ancora arrivata…guardate che fine stanno facendo i servizi, la scuola, la sanita’, i diritti…. in una parola la cultura con quistata con fatiche da altri, nel corso dei decenni… anche per noi.non ne capiamo il valore, ma lo capiremo quando non ce l’avremo piu’. Da noi a fare strage di famiglie( cito l’articolo) , di vite e di imprese, non ci sono, no, i tagliagole islamici, ma i meccanismi di un economia e di una finanza da buttare. ci stanno9 succhiando il sangue per mantenerli in vita… a quando la ribellione?

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