Clint Eastwood e la leggenda nera del cecchino yankee

Clint Eastwood e la leggenda nera del cecchino yankee

Sbarca nelle sale italiane il film di Clint Eastwood su Chris Kyle, il cecchino più preciso della storia Usa

di Maurizio Zuccari

Chris-Kyle-Shot-and-Killed-at-Gun-Range

Arriva il primo gennaio nelle sale italiane American sniper di Clint Eastwood. La storia del supercecchino che da assassino è diventato un eroe, specchio dell’America marcia e profonda

Nessuno parla di flop, ma ai box office Usa American sniper è stato tutto fuorché un successo, con circa 400mila dollari incassati nel weekend di Santa Claus. Una miseria, a fronte dei quasi 100 milioni del videogioco edizione lusso in H3d dell’ultimo Hobbit, indigesto polpettone che nulla ha a che vedere con la suspence della trilogia primigenia ma almeno non ha altra pretesa che quella di fare cassa con un pubblico di bocca buona e stomaci dopati. A sua discolpa, va detto che il film, uscito il giorno di Natale in un pugno di sale, con cui Clint Eastwood torna alla regia per mostrare una grande storia americana, o meglio la faccia truce e vera dell’America – per quanto vero possa dirsi un mondo di plastica e celluloide come quello dilà e di qua l’Atlantico, non sbanca. Ma non per questo la Warner Bros non spera d’incassare qualche Oscar, dopo aver raccattato una nomination dell’Afi, l’American film institute, che lo colloca tra i migliori film dell’anno ormai passato.

Nelle sale italiane si potrà godere di questo minacciato cult dal primo gennaio, visto che il pubblico di casa nostra a Natale preferisce un bel cinepanettone alle geste omicide di un cecchino americano. Anzi, del più letale cecchino nella storia degli Usa, come con enfasi degna di miglior causa recita il tamtam mediatico sulle due sponde dell’oceano. Quanto varrà al botteghino la storia del supercecchino Chris Kyle, impersonato sullo schermo dalla star Bradley Cooper, si vedrà presto, intanto merita una riflessione la sua figura e perché un serial killer possa essere un eroe per il regista che ha deciso di raccontarne la storia, in piena sintonia con l’America marcia e profonda di cui la sua vicenda è cartina di tornasole. Perfetta per farne un bel filmone natalizio per famiglie, dove la storia di un macellaio assurge agli onori della leggenda. Una gran bella storia americana.

Christofer Kyle, detto Chris, è un ragazzone robusto, supera il metro e ottanta e pesa oltre cento chili, non è certo una lince – come si vedrà – ma ha un pregio: ha una gran bella mira. Da quando ha pochi anni il padre, pastore di una parrocchia texana, gli insegna a sparare e gli spiega che il mondo si divide in lupi, pecore e cani pastore. Lui sceglie, a suo modo, la terza opzione e arruolatosi nei corpi speciali della Marina in Iraq ha modo di mettersi in luce facendo fuori, da solo, più persone (minacce, le chiama) di chiunque altro. Incluse donne e bambini. Quando non si dà da fare nel mattatoio iracheno è a casa, ad alienarsi tra un barbecue e il televisore, preda della depressione e della passione per il sangue che mette a frutto in un’autobiografia che gli porta un bel po’ di quattrini e qualche problema.

Perché Chris, da bravo texano, spara qualche fanfaronata di troppo: come quando si vanta d’aver messo al tappeto una vecchia gloria del wrestling che ha parlato male dei suoi Navy seals. Vanteria per la quale un tribunale lo condanna a pagare qualcosa come 1,8 milioni di dollari, una bella fetta del patrimonio messo assieme con la vendita del libro e dei suoi diritti. Altre spacconate – chiamiamole così – sono forse troppo vere perché qualcuno si dia la briga di controllarle sul serio. Come quando dichiara d’aver accoppato due ladri che volevano soffiargli l’auto o, con un altro mago del mirino, d’essere salito in cima allo stadio di football di Los Angeles per fare il tiro a segno sugli sciacalli che si aggirano tra le rovine dell’uragano Katrina, nel 2005. Nell’occasione avrebbe ammazzato un’altra trentina di cristiani ma nessuno trova niente da eccepire. Oltre 250 sarebbero invece, a suo dire, i nemici uccisi in Iraq, ma la Marina gliene accredita solo 160, e tanto basta per fare di lui un eroe da leggenda nera, anzi bianca per come si vedono e vanno le cose nel grande paese delle libertà.

Tanto eroe non è ovviamente esule dalla sindrome dei veterani che falcia un quinto degli ex combattenti e, probo esempio d’altruismo, mette in piedi, grazie ai fondi guadagnati e a quelli elargiti da benefattori, un centro di recupero per traumatizzati dalle guerre made in Usa. In questa veste, incontra un ex marine più disturbato di lui, Eddie Ray Routh, al quale non ha niente di meglio che consigliare di sparare per uscire dalla sindrome depressiva. Così gli mette in mano un bel fucile e se lo porta appresso a sparacchiare in un poligono e quel picchiatello, in un fiat, fredda lui e un amico. È il 2 febbraio 2013, data che i fan del nostro eroe celebrano appiccicandola con le sue iniziali sul teschio emblema dei Navy seals che campeggia sul sito alla memoria e ricorda assai da vicino le teste di morto sui baveri e i berretti delle SS. Poi, megafunerale nello stadio di football dei Dallas cowboys, con l’ambita presenza di Sarah Palin e dei migliori venditori d’armi del grande paese. Alla causa dei quali la consorte del defunto Kyle e madre dei suoi due figli – che, va da sé, potevano giocare con vere armi – Taya, presto si vota, e la vita del nostro eroe si fa leggenda, per la gioia dei suoi tanti estimatori.

Al lieto fine di questa bella storia (nord)americana mancava solo una pellicola che ne celebrasse gesta e memoria e ha questo ha pensato il buon Eastwood, tra i migliori sponsor dei venditori d’armi Usa, con un bel filmone che nessuno in buona fede può tacciare d’essere guerrafondaio e reazionario ma, piuttosto, servirà a far aprire gli occhi sugli effetti collaterali delle guerre che – Clint dixit – sono nel destino del grande paese. E dell’uomo che – sempre Clint dixit – deve farle, usando le armi per difendere il gregge. Quasi quasi viene nostalgia per l’insulso pistolero che Sergio Leone metteva a far fuori i cattivi, cappellaccio in testa e sigaro in bocca, nella lordura degli spaghetti western che certa critica avrebbe lodato, decenni dopo. Ma tant’è. L’America verace e profonda ha la sua icona e questa il suo cantore, convinto della santità della causa. Godetevi Il cecchino americano, un film non si nega a nessun eroe.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.