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Niente Sanremo, la pantera sentiva Freak Antoni

Di ricorrenze, di musica e di compagni

di Luca Ridolfi

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12 febbraio 1990. Roma, Architettura occupata.

Dopo mille assemblee, minacce di sgomberi, cortei, scazzi e riappacificazioni, organizziamo il Festival di San Scemo. E così, nell’aula magna strapiena di studenti di tutte le facoltà, guardie in incognito, musicisti improbabili, le prime band iniziano a suonare nel casino più totale. Gruppi improvvisati, amplificatori che saltano, gente che balla sul palco, corrente che va e viene: il conduttore – un ragazzo di lettere, mi pare – continua a dire “oh, Johnny Dorelli” – che quell’anno conduceva il San Remo Official – “sarebbe già scoppiato, io vado avanti come un treno”.

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E allora si alternano rocchettari, jazzisti, primi rapper, per circa due ore. Ma, in verità, siamo tutti lì per loro, i fantastici, mitici, incredibili Skiantos. Non so chi e come li contattò: so che chiesero circa trecento mila lire per esibirsi – erano in cinque, eh – e che quando arrivarono furono molto cortesi e gentili con tutti, mettendosi a disposizione per millemila foto (che all’epoca non si chiamavano selfie) con chiunque passava. Salgono sul palco, Freak Antoni saluta con un “ciao, architetti”, e attaccano con “mi piaccion le sbarbine”.

Il clou si raggiunge durante ultimi due pezzi: avevamo riempito il bordo del palco con cassette di frutta e verdura marcia e a Freak si illuminano gli occhi. Inizia a raccogliere roba e a lanciarla verso il pubblico, strillando “pubblico di merdaaaaaaaa”; ed il suddetto pubblico, in estasi, ricambia. Ed è questa l’ultima immagine che ricordo degli Skiantos live: contenti come pazzi, divertiti e sudati, come tutti noi.

Da lì a un paio di mesi avremmo disoccupato; il ministro Ruberti, autore della riforma che contestavamo, sarebbe stato candidato dal PDS. A giugno, alcuni nostri coetanei sarebbero scesi di nuovo in piazza, a Firenze: per contestare la cessione di Baggio alla Juve.

E io, a venticinque anni di distanza, ricordo con affetto tutte le compagne e i compagni che erano lì, a occupare, a discutere di rivoluzione e di emendamenti alla legge, a ballare e a fumare, e a condividere l’idea che avremmo potuto migliorare, se non il mondo, almeno l’università; e con lo stesso affetto, a un anno dalla sua morte, ricordo Freak Antoni.

 

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