mercoledì 19 dicembre 2018

Grandi opere, grandi tangenti: ecco il “sistema”

Grandi opere, grandi tangenti: ecco il “sistema”

Arrestati anche Salvatore Adorisio e Angelantonio Pica, vertici della “Green Field System Srl”, fulcro dell’attività corruttiva attribuita a Ercole Incalza

di Carlo Perigli

grandi opereContinua ad espandersi a macchia d’olio l’inchiesta sulle tangenti per le Grandi Opere. Nella mattinata di oggi sono finiti ai domiciliari gli imprenditori Salvatore Adorisio e Angelantonio Pica, accusati di corruzione in concorso con l’ex top manager delle infrastrutture Ercole Incalza, il suo collaboratore Sandro Pacella e l’imprenditore Stefano Perotti, già arrestati lo scorso 16 marzo. L’ordine di custodia cautelare, eseguito dai Ros, è stato emesso il 31 marzo dal gip del tribunale di Firenze, su richiesta della Procura che indaga sulle tangenti per le grandi opere.

Adorisio e Pica ricoprono gli incarichi, rispettivamente, di presidente del Cda e di amministratore delegato della “Green Field System Srl”, società che, secondo l’accusa, è stata costituita per “mediare i rapporti di natura corruttiva tra Perotti, Incalza e Pacella, con l’erogazione di somme di denaro per questi ultimi due”. Per Perotti, invece, la contropartita sarebbe stata rappresentata dall’affidamento di incarichi di direzione lavori per numerose grandi opere infrastrutturali rientranti nella competenza della Unità Tecnica di Missione Grandi Opere del Ministero delle Infrastrutture, al cui vertice si trovava lo stesso Incalza.

La Green Field System, su cui la procura ha preso spunto per nominare “sistema” l’intera inchiesta, è stata creata nel 1997 da Incalza insieme a Perotti, e ceduta dopo poco più di un anno a Adorisio e Pica. Secondo le prime ricostruzioni, chi otteneva gli appalti per le grandi opere attraverso i buoni uffici di Incalza, capo della Struttura tecnica di missione del ministero, veniva indotto a conferire alla Green gli incarichi di progettazione e direzione dei lavori. La società, da parte sua, garantiva compensi a Incalza e affidava incarichi di consulenza a persone da questi indicate. Così strutturato, il sistema permetteva alla Green di garantirsi dall’1 al 3% degli importi, generando così, attraverso successive modifiche all’opera, una lievitazione fino al 40% dei costi previsti. Il tutto in perfetta sintonia con la legge sugli appalti, secondo il gip “il grimaldello per assicurare al vincitore della gara che l’importo di aggiudicazione debba intendersi puramente indicativo, una cifra di partenza su cui calcolare rialzi già tacitamente concordati”.

Di Adorisio invece lo scorso marzo sono uscite alcune intercettazioni relative all’autostrada Palermo-Agrigento, chiusa per avallamenti e cedimenti, nelle quali l’imprenditore tira in ballo anche l’Anas. “Hanno anticipato la consegna del viadotto di tre mesi – dice nel corso della telefonata –  così l’impresa e i dirigenti prendevano il premio. E così hanno fatto ‘sta porcata senza collaudo…Non si capisce l’emergenza qual era”. Ancora più esplicita la parte in cui dichiara che “c’era un giro di bustarelle che fa paura…  ovvio che i soldi che prende l’impresa ritornano in Anas da qualche parte. Sono le solite porcate”. Dichiarazioni la cui veridicità sono state smentite da Pietro Ciucci, presidente dell’Anas, che ha annunciato una querela nei confronti di Adorisio.

Di certo però, ci sono le buste che il 24 marzo sono state trovate nell’ufficio di Adorisio durante la perquisizione della Green FIeld, al cui interno sono stati trovati soldi e un appunto dal quale emergerebbero dei versamenti per Incalza e Pacella. Al centro dei “lavori” anche l’appalto per l’alta velocità Milano-Verona, su cui, secondo i pm fiorentini, Incalza, Perotti e Francesco Cavallo stavano “brigando occultamente e riservatamente” per far assegnare la direzione dei lavori a Perotti. Citata dal gip, che il 23 marzo ha respinto la richiesta di scarcerazione di Perotti, una lettera su carta intestata al ministero delle Infrastrutture e indirizzata al sottosegretario della Presidenza del Consiglio Luca Lotti per sollecitare la fissazione del calendario delle riunioni del Cipe, secondo i giudici la prova di come l’ingegnere avesse ancora un canale aperto con i soggetti istituzionali, nonostante Incalza non fosse più capo struttura tecnica di una missione.

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