venerdì 21 settembre 2018

Argentina 76, golpe ai libri

Argentina 76, golpe ai libri

L’inedito OMAGGIO A RODOLFO WALSH per Terza Pagina di Popoff. Introduzione di Horacio Gonzalez

 

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L’ultima dittatura argentina, iniziata con il golpe militare del marzo 1976, mise in piedi, attraverso potenti meccanismi di intelligence, un piano di repressione culturale, controllo educativo e distruzione di libri. Gli autori Judith Gociol e Hernán Invernizzi dimostrano, grazie anche al ritrovamento di documenti confidenziali, il ruolo chiave che ebbe per la giunta militare, accanto alla desaparición di oppositori e militanti politici, la distruzione sistematica di simboli, discorsi e immagini.
Dopo Abril. Da Perón a Videla: un editore italiano a Buenos Aires (2013) la collana Viento del Sur prosegue sul filone della storia del libro e della cultura in America latina, presentando uno studio, rigoroso e documentato, su uno dei capitoli più oscuri della repressione militare in Argentina. Per NOVA DELPHI LIBRI
Omaggio a Rodolfo Walsh
di Miguel Bonasso
Chissà se Rodolfo Walsh non sia l’esempio più perfetto, più completo – nell’Argentina del XX secolo – di quello che Antonio Gramsci, il grande pensatore e rivoluzionario italiano, chiamava intellettuale organico: l’intellettuale vincolato con passione totalizzante e con una chiara volontà di raggiungere il potere politico, attraverso una militanza precisa per la causa dei lavoratori e la giustizia sociale.
Il suo esempio si chiude, inoltre, con una morte eroica. Vale a dire, infame per coloro che lo perseguitarono; eroica per la scelta di affrontarli da una condizione di totale diseguaglianza. Walsh cadde vittima di una imboscata, perché ad attenderlo c’erano gli uomini della squadra 332 della Escuela de Mecánica de la Armada. Rodolfo portava con sé un revolver 32 e quei terribili cacciatori di uomini – fra loro Alfredo Astiz – spararono per uccidere. Ma Rodolfo diede loro una lezione di integrità, di impegno nella lotta per il suo paese, un impegno organico fino al punto di sacrificare la propria vita. Da molti testimoni sappiamo che arrivò morto alla Escuela de Mecánica de la Armada, sottraendosi così all’autentico laboratorio del terrore in cui avrebbero trasformato Walsh se fosse stato vivo.
Rodolfo era figlio di irlandesi e la sua era una famiglia cattolica, come tutte le famiglie irlandesi; il padre lavorava come maggiordomo in una tenuta del Sud, a Choel-Choel. Lì nacque Rodolfo ed è lì che volle tornare durante gli anni più tragici della dittatura militare, dopo l’assassinio della figlia María Victoria, Vicky.
Da buon figlio di irlandesi e a dispetto dell’ostilità con gli inglesi, Walsh padroneggiava perfettamente l’inglese e fu così che ottenne uno dei primi compensi come traduttore. Nel campo della letteratura, Rodolfo entrò molto umilmente come correttore di bozze di una casa editrice e traduttore. In quegli anni la sua militanza, che abbandonò assai presto, era piuttosto “per i diritti”. In Operazione massacro mostrò che – in quel momento – la letteratura poliziesca e gli scacchi lo interessavano più della militanza antibritannica condivisa da molti irlandesi. Walsh era, allora, un appassionato lettore di polizieschi; considerava quella un’epoca di ingenuità politica; era come qualsiasi altro figlio di classe media della sua generazione.
Era molto influenzato dalla letteratura anglosassone, e molto influenzato dalla corrente più tradizionale della letteratura poliziesca, la più deduttiva, quella del detective geniale che da un tovagliolo scopre l’assassino. Allo stesso tempo frequentava anche coloro che appassionarono la generazione successiva alla sua: i polizieschi di Dashiell Hammet e Raymond Chandler. Pubblicò racconti sulla scomparsa “Leoplan” e scrisse i racconti che compongono Variazioni in rosso, solo in seguito divenuti famosi e che lui disprezzava profondamente.
Operazione massacro è realmente il libro che anticipò di sei anni la nascita del celebre “nuovo giornalismo” che i nordamericani attribuiscono al romanzo A sangue freddo di Truman Capote. Operazione massacro è anche il racconto di un fatto criminale reale reso con tecnica narrativa e struttura romanzesca: il massacro di José León Suárez del 1955, in cui furono assassinati vari militanti peronisti. E Rodolfo, che era stato antiperonista, si commosse perché quell’omicidio di massa non venne riportato su nessun mezzo di comunicazione.
Come i romanzi d’appendice, Operazione massacro nacque giornalisticamente, nascita che segnò un collegamento favoloso con le grandi tradizioni letterarie del XIX secolo: apparve a puntate sulla rivista “Mayoría” e solo dopo diventò un libro. Con il pregio dei libri di non-fiction. Tanto che il commissario di polizia responsabile del massacro, Desiderio Fernández Suárez, querelò Walsh, e perse la causa.
Con Operazione massacro Walsh fece in una volta diversi passi avanti. Il primo consistette nel passaggio dalla coscienza ingenua del criminale individuale dei polizieschi alla scoperta del criminale collettivo. Esiste un assassino sociale: lo Stato. In quel modo mise allo scoperto i crimini commessi dallo stato. Fu una scoperta capitale perché ruppe anche la tradizionale visione del giornalista-detective legato alla polizia. Qui il giornalista, il detective, diventa un nemico della polizia, addirittura un perseguitato. A partire da quel momento, Rodolfo iniziò a nascondersi, con una 38 alla cintura.
Fu in quell’epoca che cambiò la sua concezione politica e iniziò ad avvicinarsi alla militanza, anche se era ancora una militanza da franco tiratore. In quell’evoluzione politica e letteraria che lo vedeva ancora più interessato alla letteratura che alla rivoluzione, Walsh recuperò la propria esperienza come studente di un liceo di preti irlandesi, un’esperienza simile a quella narrata da James Joyce in Ritratto dell’artista da giovane.
Rodolfo Walsh aveva già raggiunto una grande maturità dal punto di vista espressivo quando ci fu la Rivoluzione cubana, che arrivò insieme all’invito dell’amico e giornalista Jorge Ricardo Masetti, amico del Che, di fondare l’agenzia Prensa Latina. Walsh si unì alla sede centrale dell’agenzia, a L’Avana, insieme a Jorge Masetti e Gabriel García Márquez. Lì non si faceva solo giornalismo d’attualità, come in tutte le agenzie, ma anche giornalismo investigativo. Fu lì, grazie all’esperienza cubana, che Walsh fece un altro passo verso lo sviluppo della sua coscienza. In questo senso, stando a L’Avana, il detective che era in Rodolfo ebbe occasione di ricomparire quando giunsero a Prensa Latina, da altre agenzie, degli strani cabli con una serie di numeri. Rodolfo, che non sapeva nulla di criptografia né di codici, espresse a Masetti il sospetto che potesse essere un messaggio cifrato: vide che molti numeri si ripetevano e capì che si trattava di un messaggio. Girò in lungo e in largo L’Avana per procurarsi tutti i libri di criptografia, si mise a studiare e scoprì che era un messaggio della CIA, in cui si riferiva dell’addestramento in Guatemala di alcuni controrivoluzionari cubani, gli stessi che poi parteciperanno alla invasione della Baia dei Porci. L’informazione risultò vitale per la Rivoluzione cubana, che si allertò contro la brutale aggressione imperialista che sarebbe avvenuta a
breve. Il ritrovamento di Walsh segnò la sua futura militanza negli apparati di intelligence di tre organizzazioni armate: le Fuerzas Armadas Peronistas (FAP), le Fuerzas Armadas Revolucionarias (FAR) e quell’insieme di organizzazioni che fu il Movimiento Peronista Montonero (MPM).
Una volta rientrato da Cuba, Rodolfo pubblicò Los oficios terrestres3 con la casa editrice Jorge Álvarez. Sempre allora fece un ulteriore passo nella sua militanza avvicinandosi alla CGT de los Argentinos, guidata da Raimundo Ongaro, che in piena dittatura di Onganía rappresentava il sindacalismo non burocratico, slegato dalla destra peronista. Walsh diventò la penna della CGT de los Argentinos, portando avanti nel frattempo un processo quasi di ascetismo, approfondito durante l’esperienza guerrigliera, che consistette nello sparire come individuo, come scrittore.
Durante quella tappa, la CGT de los Argentinos aveva uno straordinario giornale su cui venivano pubblicate denunce importantissime sulla denazionalizzazione dell’industria argentina. Personalmente, ebbi lì l’immenso privilegio di conoscere Walsh alla fine degli anni sessanta e di condividere poi la militanza e il lavoro al giornale “Noticias”.
In quegli anni, Rodolfo conobbe Perón a Madrid e proseguì con il lavoro militante. Si legò alle FAP, la seconda organizzazione armata peronista, formata da gente vicina a John William Cooke4 e all’esperienza cubana. Verso la fine della dittatura di Lanusse, si avvicinò alle FAR – nate per sostenere la guerriglia del Che in Bolivia – dove svolse lavori di intelligence, mentre portava avanti una intensa attività politico-sindacale con l’organizzazione 26 de Julio della categoria dei giornalisti. L’organizzazione confluì più tardi nella 26 de Enero, dove stavo io, per formare infine, all’inizio degli anni settanta, il blocco della stampa peronista.

Seguirono gli anni intensi del ritorno di Perón e militammo insieme, lui nelle FAR e io nei montoneros, dal settembre 1971. Ci venne assegnato un progetto comune, il giornale “Noticias”, che durò nove mesi e fu un parto che miracolosamente riuscimmo a salvare da bombe ed episodi di ogni tipo. Anche se io figuravo come direttore, si formò una cellula di direzione collettiva. “Noticias” fu uno splendido mosaico, una vetrina nazionale: Juan Gelman, Paco Urondo, Horacio Verbitsky, Rodolfo Walsh. La pubblicazione venne chiusa dal commissario Villar – capo della polizia federale e della Triple A – la notte che entrò carico di granate chiedendo quale fosse la scrivania di Walsh.
Dopo che un ministro radicale della dittatura di Lanusse ebbe dichiarato che non c’erano prigionieri politici in Argentina, pubblicai un’inchiesta su tutti i prigionieri senza causa legale. Rodolfo mi si avvicinò e con il suo stile, di una sobrietà totale, mi disse: “Bene, ragazzo, è un buon lavoro giornalistico, e utile politicamente”. Per me quella frase fu il riconoscimento più grande di tutta la mia vita. Per un mese andai dicendo a tutti: “Hai visto cosa mi detto Rodolfo!”
Chiuso il giornale, iniziammo a vederci sempre meno. Lui stava nella struttura di intelligence dei montoneros, io in quella della stampa. Poi seguì la clandestinità. L’ultimo compito che mi venne assegnato fu quello di incontrarlo. Troppo tardi venne in mente ai dirigenti montoneros che avrebbero dovuto proteggerlo, portarlo fuori dal paese.
Non sappiamo con certezza se Walsh cadde per via della Lettera aperta inviata alla Giunta Militare, come qualcuno ha romanticamente sostenuto. Ma è certo che la lettera, letta e riletta, ispirata alle Catilinarie, era una straordinaria sintesi della repressione clandestina e delle ragioni per cui era portata avanti, mostrando la natura di classe del golpe, il carattere del potere economico contro i settori popolari (presente ancora oggi). La lettera conteneva frasi che indicavano il livello metafisico raggiunto dalla tortura in quella tappa della dittatura, una tortura senza limiti, né spaziali né temporali. E Rodolfo lasciò quella testimonianza letteraria, insieme ad altri testi che purtroppo non possiamo conoscere. Esistono sicuramente, come esistono le liste dei desaparecidos, come esistono tutti i documenti, perché alcuni vennero bruciati ufficialmente dall’Esercito ma altri sono ben custoditi.
Con l’imboscata in cui cadde Rodolfo, terminò la parabola e iniziò il mito. Per me, Walsh rappresenta la più grande confutazione della teoria dei due demoni, appunto perché quando si mette a un estremo dei demoni Rodolfo Walsh e all’altro Emilio Massera, si avverte, come in un esperimento scientifico, che non ci sono simmetrie, ci sono antagonismi, che sono due universi etici irriconciliabili.

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