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Un cunto senza affabulazione

Italiani a Cannes/2 Il racconto di Matteo Garrone, una fiaba per adulti che non convince ma con buone chances per il terzo Grand prix

di Maurizio Zuccari

Stacey Martin in una scena del film
Stacey Martin in una scena del film

«Il presente è ricco di un horror per niente fiabesco che la televisione macina ogni giorno, con immagini ripetitive che sfuocano la notizia, la fanno diventare insignificante dopo averci reso inquieti. Ho sentito il bisogno di ritrovare un po’ di umanità e verità nella fantasia: niente è più fantasioso e vero delle fiabe, e il loro horror non ci spaventava neppure da bambini. Il racconto dei racconti non è nato come film da festival ma come puro intrattenimento per un pubblico popolare di oggi, come era quello del XVII secolo che amava il racconto orale delle fiabe. Le fiabe di Basile sono troppo belle per abbandonarle: delle cinquanta, almeno una ventina permetterebbero di girare per la televisione una fiction appassionante tipo Il trono di spade. Anzi, quella era la mia prima idea, poi si è scelto il cinema».

Eccolo, il succo del primo film italiano in concorso a Cannes, presentato in contemporanea nelle sale nostrane, estratto dalla viva voce del regista che, dopo due Grand prix con Gomorra e Reality, punta alla Palma d’oro col suo Tale of tales, per dirla col titolo inglese del film e, forte di un cast internazionale, a un pubblico di pari livello, al boom globale. Ché col suo Racconto Matteo Garrone vuole volare ancora più in alto di dove l’hanno portato gli ultimi successi, forte di un budget d’altri tempi capace di fare invidia ai suoi colleghi d’oltre oceano: 12 milioni di euro, un paio solo per gli effetti speciali. E questi non mancano nella sua favola scura che ripesca dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile tre racconti – La regina, La pulce e Le due vecchie – del fiabesco seicentesco per riproporli in salsa dark al pubblico d’oggi.

Orchi e streghe, mostri e paesaggi onirici di selvaggia bellezza, in un centrosud capace di rievocare le atmosfere di Basile (che per il suo Cunto scelse Acerenza, in Basilicata, oggi in procinto d’aprire il suo museo delle fiabe), dall’etrusca Sovana alle gole sicule dell’Alcantara, passando per l’Apulia e la Napoli dello stesso poeta di corte, non mancano ma non bastano alle oltre due ore di pellicola per farne un buon film, forse neppure un film. Così come gli scarni dialoghi (girati in inglese) e le scene in costume con Salma Hayek, moglie del mecenate Francois-Henri Pinault, e Vincent Cassel, Toby Jones e neppure le grazie di Stacey Martina, bastano per dare quelle emozioni che pure dovrebbero essere il piatto forte del fantasy, e infatti al pubblico non si è spellato nei battimani, in terra di Francia come nelle sale italiane.

È che tutto, compresi effetti e fotografia, pur di livello, appare già visto, un déjà vu stranoto ai cultori sazi delle serie tv, dunque incapace di fare breccia nella mente e nei cuori di spettatori abituati al genere, mentre nei disabituati non produce che perplessità. L’intreccio dei tre racconti si dipana senza soluzione di continuità, dove al fantastico s’accompagna il grottesco in quello che alla fine appare un pateracchio più che un racconto. Un’affabulazione mancata che neppure il grande schermo salva. Così, se il fine e i mezzi sono quelli dichiarati da Garrone, ritrovare nel fiabesco quel po’ d’umanità e verità affossate dall’orrore contemporaneo, iniettando nel grande pubblico dosi d’horror fantasy, non pare che il mezzo possa dirsi all’altezza del fine. Niente è più fantasioso e vero delle fiabe, dice giustamente il regista, a patto di saperle raccontare. Forse l’ennesimo Trono di spade posticcio sarebbe stato meglio, aveva ragione lui.

Curioso, del resto, che in questo il regista segua nell’equivoco, secoli dopo, l’orma dello scrittore, che scrivendo in fin di vita un “trattenemiento de peccerille”, mise in scena una fiaba delle fiabe più amara che dolce, più adatta ai cortigiani che al volgo o agli infanti che avrebbero dovuto trarne insegnamento sui vizi e gli orrori, sulle assurdità del mondo dei grandi. Un’opera oggi celebrata come capolavoro della letteratura barocca, all’epoca data postuma alle stampe da Adriana Basile, sorella e cantante di fama assai maggiore del fratello. Ma il pubblico è animale ancor più strano del bestiario seicentesco e, dato che non c’è due senza tre, almeno il terzo Grand prix è a portata di campo, per il regista romano.

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