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Lagioia stravince con La ferocia

Allo scrittore barese il 69esimo premio Strega. Flegetonte intorpidisce pure la Rai

di Maurizio Zuccari

Lagioia

Più che una corsa, è stata una galoppata sfrenata quella di Nicola Lagioia verso il bottiglione dello Strega. Poco è mancato che lo scrittore barese, primo con 145 preferenze, doppiasse il secondo arrivato, Mauro Covacich con La sposa (Bompiani), fermo alla soglia degli 89 voti. Mai, nelle 69 edizioni del premio, s’era avuto tanto stacco tra primo e secondo arrivato. Buona terza, Elena Ferrante con 59 preferenze per la sua Storia della bambina perduta, quarti a pari merito Fabio Genovesi (Chi manda le onde, Mondadori) e Marco Santagata (Come donna innamorata, Guanda), con 37 voti a testa. Lagioia stravince con La ferocia, dunque, e l’Einaudi bissa il successo arriso lo scorso anno a Francesco Piccolo con Il desiderio di essere come tutti, manifesto del renzismo ai tempi della buona scuola. La sua è la cronaca d’una vittoria alata e forse annunciata, stacca tutti fin dall’inizio e non ce n’è per nessuno.

Sguardo introspettivo sotto l’occhiale squadro, informale quel che basta a chiamare la moglie Chiara sul palco, in sfavillante completo rosso e lacrima al ciglio, Lagioia sorride felice sull’eco della colonna sonora felliniana che fa da sottofondo al gran finale, sorseggiando dal bottiglione come d’uopo. Invano Concita De Gregorio chiede bicchieri per buona grazia, qualcuno spiega alla pastosa intrattenitrice di Rai Tre che la prassi è quella, il pubblico da casa non se n’abbia a male. Giacchino e cravattino da intellettuale post pasoliniano, il vincitore è il solo a entrare davvero nella parte, fatta salva la fantasmatica Ferrante che, come da copione, è restata fedele al motto morettiano: ma mi si vede di più se non vengo eccetera. La napoletanicchia di cui ognun sa ma nessun dice non s’è vista ma non per questa se n’è sentita davvero la mancanza, nonostante la Concita s’ostinasse ogni tanto a buttarla lì, e San Saviano da Gomorra, intestardito a farle da padrino, abbia dato del mafioso agli amici della domenica che non l’avessero appoggiata, sollevando le ire funeste persino d’un flemmatico come Tullio de Mauro. Al presidente della fondazione Bellonci piaceva la Sanvitale e pure Zerocalcare, sarà per un’altra volta. A lei già arridono le vendite, alla E/o possono consolarsi del mancato Strega.

Quanto agli altri, s’è rispettato quasi al millesimo il copione andato in scena a casa Bellonci in occasione della cinquina, e anche questo è un inedito. Tutti arrivati nello stesso ordine, dal manifesto alla sterilità coèva del triestino Covacich agli ex aequo, passando per il fantasma Ferrante. Così la serata di Valle Giulia, tra intorpidimenti generali e folate di bollente Flegetonte, è trascorsa come da scaletta, persino troppo. Coi voti della Mondadori confluiti sull’Einaudi, l’altra metà del gruppo editoriale in attesa di farsi trino con l’acquisizione della Rcs libri, con buona pace della restante editoria del Belpaese. Alle onde di Genovesi, candidato di scuderia, ultime in compagnia dell’amorosa biografia dantesca, può ben bastare l’aver vinto il premio giovani, quest’anno. Quanto a Dante, l’infocato fiume infernale che trascina l’anticiclone africano non l’ha aiutato, intorpidendo un po’ tutti. Pure la Rai che, ripescando dalle sue teche i vincitori delle passate edizioni, ha affibbiato a Vittorio Gassman lo Strega del ‘90. Con buonissima pace di Sebastiano Vassalli e del premio più blasonato d’Italia.

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