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Shingal, un anno dal massacro degli Ezidi

Il 3 agosto 2014 l’Isis attaccava Shingal, uccidendo e costringendo alla fuga gli Ezidi. Oggi il corteo per non dimenticare il massacro

di Carlo Perigli

(foto: anf.com)
(foto: anf.com)

Un anno esatto, tanto è passato da quando, il 3 agosto 2014, l’Isis lanciava una massiccia offensiva contro gli Ezidi a Shingal, nel sud del Kurdistan iracheno, causando una crisi umanitaria di enormi proporzioni. Un massacro, il “74° genocidio“, che la popolazione locale ha voluto ricordare con un corteo al quale hanno preso parte gli abitanti dei campi a ridosso del Monte Shingal, dove migliaia di Ezidi trovarono rifugio in seguito agli attacchi, ai quali si sono uniti giovani provenienti dalle strutture dislocate nel Kurdistan occidentale – Rojava – e meridionale. La manifestazione, preceduta da una conferenza stampa nel corso della quale gli organizzatori hanno chiesto l’istituzione di un processo in grado di punire i colpevoli del massacro, si è conclusa nella valle Kerse, dove il Movimento dei giovani di Shingal ha denunciato i numerosi genocidi sofferti dal popolo Ezidi nel corso dei secoli. “Ma la fede del popolo Ezidi non è mai scomparsa, ed è sempre stato in grado di proteggere se stesso“.

Una manifestazione per denunciare non solo i crimini di Isis, ma anche per rimarcare il comportamento tenuto nell’occasione dal Kdp, il Partito democratico del Kurdistan. “Di fronte ad un grande tradimento da parte del Kdp – recita il comunicato – il nostro popolo ha subito un altro genocidio selvaggio il 3 agosto 2014. I peshmerga hanno abbandonato le loro posizioni, lasciando i nostri civili nelle mani delle bande dell’Isis. Migliaia di giovani, uomini donne, anziani e bambini sono stati rapiti dall’Isis, mentre altri sono stati massacrati in questo genocidio“. Un atto che, secondo gli organizzatori del corteo, sarebbe stato il frutto di scelte ponderate del Kdp, portate avanti con l’obiettivo di allontanare la popolazione Ezidi dall’area.

Accuse anche nei confronti della Turchia, e del supporto che Ankara avrebbe fornito allo Stato Islamico. “Le basi del rafforzamento di Isis sono state poste dal Mit [il servizio di intelligence turco]. Attraverso l’Isis viene pianificata la distruzione di comunità e persone con un’origine storica e culturale intimamente legata al concetto di libertà. Per mezzo del recente massacro di Suruc e dei continui attacchi contro il movimento per la liberazione curda, l’Akp cerca di mantenere in salute l’Isis dopo la sconfitta subita per mano del popolo curdo“. Gli unici riconoscimenti sono andati alle Unità di resistenza di Shingal (Ybs) e all’Unità di protezione delle donne (Ypj), verso i quali i manifestanti hanno invocato il supporto della comunità internazionale.

Il 3 agosto dello scorso anno le bande dell’Isis conquistavano Shingal, uccidendo chiunque non riuscisse a fuggire dalla città. Mentre 30mila persone si diressero verso il Kurdistan iracheno, altre 200mila trovarono il solo rifugio nel Monte Shingal, dove rimasero assediati dallo Stato Islamico senza acqua né cibo. Circa 70mila tra donne e bambini vennero rapiti, per essere poi venduti all’interno di un mercato che prosegue ancora. Solamente l’intervento dell’Hpg – il reparto armato del Pkk – e dell’Yja – l’Unione delle donne libere – consentì l’apertura di un corridoio di sicurezza in grado di collegare Shingal alla Rojava, attraverso il quale fu possibile raggiungere il campo profughi di Newroz e Derik.

Ci sono molte ragioni dietro l’attacco di Daesh su Shingal – ha spiegato a Jinha Berfin Nurhaq, comandante delle YJA-Star – la prima è che confina con la regione autonoma della Rojava in Siria. In Rojava è in atto la rivoluzione delle donne, che Daesh e i poteri forti non possono tollerare. Le montagne vicino Shingal – ha proseguito – sono un punto strategico per attaccare il Rojava. Un altro motivo è che dal punto di vista del Kurdistan e del Medio Oriente la zona di Shingal ha un’importanza storica, geografica, culturale e religiosa che Daesh ha cercato di distruggere, mettendo in pratica la repressione di una religione unica. Riferendosi al pensiero del leader del Pkk Abdullah Ocalan, nel sistema capitalista le società cessano di essere società perdendo la loro forza culturale. Così Isis, supportato da chi sta al potere – ha portato avanti attacchi inumani in Medio Oriente per distruggere i valori culturali.

Contro l’atteggiamento tenuto all’epoca da Barzani si è scagliata anche Sirin Salih, sopravvissuta al massacro e che dal 3 agosto dello scorso anno vive sulle montagne intorno a Shingal. “Mesut Barzani ha venduto gli Ezidi di Shingal [..] I guerriglieri hanno assunto un ruolo attivo nella lotta per liberare Shingal dopo che l’esercito del Kurdistan irakeno ha abbandonato la regione. Il massacro non si deve dimenticare e ci deve essere una lotta per fare in modo che ci sia una presa di coscienza collettiva su questi crimini di guerra.

 

 

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