mercoledì 13 Novembre 2019

Le ferie di massa e la coscienza di Doisneau

Le ferie di massa e la coscienza di Doisneau

Fotogallery di Robert Doisneau. In Francia le ferie pagate furono l’effetto di una straordinaria mobilitazione operaia

di Giulio AF Buratti

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All’inizio dell’estate del ’36 milioni di francesi salivano sui «treni del piacere» a tariffe ridotte del 40%. Scoprivano la Francia, sacco in spalla o sui tandem, alcuni avrebbero visto il mare per la prima volta nella loro vita o sarebbero riusciti a tornare, dopo lungo tempo, ai paesi lasciati per emigrare. Quanche benpensante, su giornali benpensanti, deplorò il degrado delle spiagge da parte dei «poveracci col baschetto che vogliono coprire la Francia di cartacce unte». Molti restarono a casa a casa per mancanza di mezzi ma le ferie pagate non saranno mai rimesse in discussione.

Era successo che una settimana dopo la vittoria elettorale del Front Populaire, scoppiassero degli scioperi spontanei che presero di sorpresa il sindacato tradizionale. Il movimento ha inizio il 12 maggio a Le Havre, raggiunge Parigi due giorni dopo, poi si propaga in provincia. Il 10 giugno, tre milioni di scioperanti occupano i loro luoghi di lavoro. La gioia della vittoria elettorale, il timore diffuso di non poterne raccogliere i frutti, ma con la speranza di un miglioramento delle condizioni della vita quotidiana e il sentimento di una dignità acquisita, sono i principali caratteri di questi scioperi né rivoluzionari né aggressivi: gli operai rispettano gli attrezzi di lavoro e limitano i loro obiettivi alla fabbrica in cui lavorano. Léon Blum, leader socialista, preso alla sprovvista, calma questo sfogo collettivo con una serie di decisioni spettacolari che vanno oltre il suo programma elettorale: L’11 e il 12 giugno 1936, alcune leggi istituiscono la settimana di 40 ore, 15 giorni di ferie pagate per tutti i salariati e dei contratti collettivi per tutte le categorie professionali. Da quelle prime ferie di massa giunsero al Matignon (residenza del Primo ministro) migliaia di commoventi cartoline postali: «Grazie signor Blum».

Trovo queste notizie su un sito dell’Anpi di Lissone e penso alla Grecia di Tsipras e di Syriza dove sembra stia andando tutto storto.

Il 7 giugno di quell’anno i cosiddetti “acccordi Matignon” rivalutano i salari dal 7 al 15%, garantiscono la libertà sindacale, istituiscono i contratti collettivi così come l’elezione dei delegati del personale. Gli scioperi diminuiscono, mentre i «biglietti Lagrange (Ministro delle Attività ricreative)», a tariffe preferenziali, facilitano le prime vacanze per milioni di francesi. Lagrange moltiplica il numero degli stadi, le piscine, gli ostelli della gioventù. Nel corso dell’estate 1936, la volontà di giustizia sociale legata ad un rilancio dell’economia, induce il governo Blum ad una intensa attività legislativa: le industrie degli armamenti e l’industria aeronautica vengono nazionalizzate, sono riformati gli statuti della Banca di Francia (organizzazione privata), la scolarità obbligatoria è prolungata fino ai 14 anni, viene dato un forte impulso al tempo libero e alla cultura. Grandi lavori sono programmati per riassorbire la disoccupazione. Infine la creazione di un Ufficio del grano dovrebbe contribuire a far aumentare le tariffe agricole falcidiate dalla crisi

Per la prima volta, le sospensioni dal lavoro assumono un carattere sorridente. Novità, le fabbriche e le officine sono occupate e diventano un luogo di festa popolare: gli scioperanti giocano a carte o alle bocce, ballano al suono delle fisarmoniche e sono riforniti dalle loro famiglie. Questo entusiasmo tutto pacifico resterà nella memoria.

Ma il governo traballa di fronte alla guerra civile spagnola: i radicali, l’ala borghese e moderata del Front, non ne vogliono sapere di aiutare i repubblicani contro i franchisti e Blum cede. Continuo a pensare alla Grecia di oggi.

La firma del patto Roma-Berlino obbliga la Francia ad aumentere le spese militari, che appesantiscono il bilancio dello Stato. L’attività economica resta stagnante, malgrado una timida ripresa: i prezzi aumentano per compensare le concessioni accordate a giugno. Pierre Gaxotte, un espondente della destra, è caustico su «questa cattiva abitudine del padronato di lasciarsi strappare quello che potrebbero concedere di buona grazia». Gli industriali si rifiutano di investire, alcuni speculano contro il franco; le riforme sono costate caro, senza dare i risultati sperati: la generalizzazione delle «quaranta ore» non ha fatto crescere l’occupazione. Il 28 settembre 1936, il ministro delle Finanze Vincent Auriol svaluta il franco del 25% . L’estrema destra conduce una campagna antioperaia rabbiosa. La stampa moderata fa da coro. Il malessere aumenta. La fiducia nel governo diminuisce: la fuga dei capitali si aggrava, il deficit del bilancio e l’inflazione aumentano. Blum chiede una «pausa» delle rivendicazioni. Il 13 febbraio, inaugurando l’Expo del 1937 si lascia andare: «I lavoratori non devono confondere libertà e licenza». Il Front si sfilaccia e subisce ogni sorta di condizionamento e sabotaggio. Il 10 aprile 1938, Daladier forma un governo di radicali e di centrodestra; il Front Populaire è ormai un ricordo e un decreto legge del novembre 1938 sopprime la settimana di quaranta ore lavorative.

Ma le ferie di massa – prima erano una disoccupazione tecnica mascherata e non retribuita – una sorta di disoccupazsarebbero sopravvissute e, tra chi fotografò quell’epoca e molte stagioni a venire, c’era Robert Doisneau, uno dei fotografi più popolari del Novecento francese. In quel periodo era impiegato alla Renault dove, prima di essere licenziato per le troppe assenze, fece in tempo a «capire cosa fosse la solidarietà tra lavoratori». «Quell’aperta lotta di rivendicazione fu per me una straordinaria scoperta». Forse è lì che imparò che “vedere è disubbidire”.

Sette anni dopo la sua morte uscirà un libro di sue foto corredato da un testo di Daniel Pennac. Si tratta di “Le grand vacances”, in Italia “Le vacanze” (Biblioteque de l’image). Ecco l’attacco di quel libro mentre osservo la gente partire e tornare da Roma in quest’ennesima estate di crisi, di vacanze obbligatorie e surreali. E continuo a pensare alla Grecia, a Syriza che si sta per spaccare.

“Doisneau e la sua Pierrette avevano inventato un gioco avvincente: tenere segreto il luogo dove avremmo passato le vacanze. Segreto di stato per tutto l’anno e fino alla fine del viaggio. Partivamo in due famiglie, con due macchine. Solo uno dei quattro adulti conosceva la destinazione. Il giorno della partenza quello che guidava la seconda macchina riceveva una busta in cui doveva distruggere il contenuto dopo averne preso conoscenza, come nei film. Quando Doisneau era alla guida della spedizione, faceva più volte il giro della circonvallazione in modo che fino all’ultimo i bambini si domandassero da quale porta di Parigi sarebbero usciti… e ogni anno era diversa. Un gioco che metteva Annette e Francine in uno stato di agitazione permanente: “Dove andiamo questa estate?” “Dai, su dove andiamo?…”. I marmocchi chiedevano, perlustravano, cercavano un indizio, tenevano d’occhio le caselle della posta degli uni e degli altri, ma niente da fare: i grandi arrivavano al punto di farsi spedire la prenotazione al fermo posta. Un vero e proprio gioco, per tutti quanti- compresa l’impiegata dell’ufficio postale numero 13 che strizzava l’occhio tenendo il plico ultra segreto attraverso lo sportello: “Ecco qua una bella lettera per il signor Doisneau! Lei fa Robert di nome, vero? Allora è per lei: viene dalla Bretagna.” Brava postelegrafonica, custode degli amori clandestini; un ufficiale di collegamento, in un certo senso. Anche lei stava al gioco!

 

 

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