L’Europa va a mare

L’Europa va a mare

Il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sullo stato dei mari parla chiaro: l’ecosistema marino è a rischio

Marco Vulcano

151649352-6f26a093-a3dd-4742-a4a3-47a8ddcab155Prima lo spread, poi la crisi, l’austerità, il debito, l’accoglienza dei profughi. Le istituzioni europee sono presenti in tutte le questioni cruciali del continente. Eppure, tralasciando la qualità e la desiderabilità di questa presenza, esse mancano esattamente dove ce ne sarebbe bisogno in modo urgente e radicato: nel mare.

Per ben strano che possa sembrare, dato che le acque marine ricoprono la maggior parte del Pianeta e circondano il continente europeo per tre lati, è infatti proprio qui che la politica europea marca una delle assenza più fastidiose; nell’occuparsi di una risorsa fondamentale, più di ogni legge economica.

L’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), intitolato “Lo stato dei mari europei”, fa il punto su quanto le politiche per un uso sostenibile dei mari in materia di produzione energetica, pesca e protezione della biodiversità marina, enunciati nell’European Union’s Blue Growth, siano stati centrati. Il risultato è, manco a dirlo, preoccupante.

Dei tre obiettivi fissati per i mari europei dalla Direttiva quadro sulla strategia marina, adottata nel 2008 – mari produttivi, sani, puliti – solo quello della produttività è in qualche modo raggiunto. Così, sull’altare ella produttività viene sacrificato tutto il resto, a cominciare da una gestione dei mari in grado di coniugarsi con il funzionamento degli ecosistemi attraverso uno sfruttamento sostenibile.

Ad oggi, solo un piccolo numero di habitat e specie viventi marine presentano uno stato di conservazione favorevole. Le cause principali sono da ricercare nei danni ai fondali causati dalla pesca a strascico, l’introduzione di specie alloctone, la presenza di nutrienti quali i fertilizzanti agricoli, l’inquinamento, i rifiuti marini e la produzione energetica. Il tutto accentuato dal cambiamento climatico in corso, che con l’aumento delle temperature induce una potenziale acidificazione degli oceani che rischia di indebolire ancora il grado di resilienza ecologica, ovvero la capacità dell’ecosistema marino di tornare allo stato iniziale dopo un disturbo.

Il problema principale, come ormai sempre più spesso accade, è dunque costituito dalle attività umane, che ormai minacciano apertamente la possibilità di recupero dei mari, distruggendone così sia la produttività nel lungo periodo che, cosa assai più importante, la funzione eco-sistemica.

Se sia o meno possibile un’economia sostenibile, in grado di garantire la produttività necessaria al mercato senza oltrepassare i limiti che garantiscono il rispetto degli ecosistemi marini, è questione da affrontare e risolvere immediatamente. Senza un capitalismo sostenibile, evidentemente, l’alternativa socialismo o barbarie torna ad affacciarsi più attuale che mai.

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