Eterotopie lucane

Eterotopie lucane

Eterotopie lucane: i luoghi dell’attraverso tra Sant’Arcangelo e Craco

[di Irene Ranaldi]

 

Nell'immagine, l'abitato abbandonato di Craco, in un certo senso il simbolo della narrazione di questo angolo di Lucania
L’abitato abbandonato di Craco, in un certo senso il simbolo della narrazione di questo angolo di Lucania

Qualunque paesaggio è uno stato d’animo

(Henri Frédéric Amiel)

La mia prima esperienza in pullman verso il profondo sud, parte da una affollatissima quanto desolante stazione Tiburtina a Roma. Facce scure e sofferenti, i migranti accalcati qui in uno spazio antistante la stazione, in attesa di nulla e in fuga dal peggio. Sono in compagnia, allo “Stallo 4”, di studenti universitari calabresi sorridenti e desiderosi di riabbracciare famiglie e amori. Molte donne, alcune insegnanti precarie “comandate” in cattedre a centinaia di chilometri di distanza, altre impiegate e assegnate con la stessa modalità a Ministeri lontanissimi dalle loro case. Tutti tornano a casa, invece io – come sempre – mi sento a casa ovunque e da nessuna parte.

Vado a fare un po’ di flanerie a Sant’Arcangelo, mi perdo e mi ritrovo, e nel frattempo mi godo dal finestrino tutti i luoghi dell’attraverso, le eterotopie come le ha chiamate Michael Focault, che sono il contrario delle utopie.

Le utopie sono morte, insieme alle ideologie, a Dio e a Marx.

Ci restano i luoghi immaginati, i luoghi degli interstizi, i luoghi dove c’era città e vita ed oggi solo persistenze di memoria, come nuvolette di un fumetto che sembra chiedere: “Mi riconosci? Sono sempre stato qui”.

Parto sola, ma in compagnia della mia nuova associazione culturale “Ottavo Colle” che questi luoghi dell’immaginario vuole farli parlare e interagire con i luoghi del reale.

Via Tiburtina, lasciando Roma, è ormai un susseguirsi di stabilimenti in disuso e sale scommesse con improbabili nomi e luci a illuminare il lavoro e la produzione che non c’è più.

C’è una parte d’Italia di cui raramente ci si occupa. Si tratta delle aree dismesse, che nel nostro paese sono moltissime mentre il dibattito sembra piuttosto concentrarsi sulle potenzialità delle smart cities che non sempre partono dal recupero, bensì all’invenzione ex novo degli spazi senza tenere necessariamente in conto che essi siano effettivamente sostenibili da una parte e a misura d’uomo dall’altra.

Siamo diventati un Paese di ex: ex fabbriche, ex caserme, ex scali ferroviari, ex ospedali, ex preture, ex mattatoi e le città sono piene di spazi vuoti.

Ma se in altre fasi storiche, come negli anni Ottanta quando nacque addirittura una grande associazione per l’archeologia urbana, questi luoghi sono stati visti come delle opportunità per ridare vita alle città e ai centri minori, oggi sono sembrano essere diventati un problema. Con la crisi dell’edilizia, la saturazione dei centri commerciali e le banche che non finanziano più progetti come un tempo, il rischio sotto gli occhi di tutti è quello di zone destinate al degrado per un periodo lunghissimo.

Lasciata la Campania, è la luce spiazzante riflessa su una terra agre ma accogliente, la terra della Lucania, a farmi mutare d’animo. E’ il suo paesaggio che suggerisce antichi riti, nelle piccole grotte scavate nella roccia, nei ruscelli usati come punto di sosta dai tanti cavalli che si incontrano, a portarmi in questo spazio eterotopico di cui scrive Focault.

Ricordo lo stupore dei sassi di Matera, visitati più di quindici anni fa. Ricordo un unico bar nella “terra di sotto”, ma già leggo di una museificazione dei Sassi e della messa in atto di una spettacolarizzazione dell’identità originaria e della memoria collettiva di questi posti. Ho timore di tornare a Matera, perché già so che andrò ad abbracciare un ricordo.

Il Monastero di Craco in Rovina
Il Monastero di Craco in Rovina

Attraverso la Val d’Agri e persa nella costruzione della mia personale geografia di questo primo attraversamento della regione dal doppio nome (Basilicata e Lucania), arrivo a Sant’Arcangelo, ospite per alcuni giorni degli amministratori locali che tanto si stanno dando da fare per valorizzare questa terra.

La Basilicata è, per molti, il luogo ideale. Per vivere, per abitare, per far crescere i propri figli, per fare cinema, per generare nuove imprese, per realizzare sogni, per trascorrere del tempo e farsi ispirare. Per l’amica che mi ospita, nativa di qui, è stato il posto dove tornare per restare.

Lo stendardo del Comune di Sant'arcangelo
Lo stendardo del Comune di Sant’arcangelo

Me lo aspettavo molto più piccolo Sant’Arcangelo. Invece domina, al centro, la valle dei Calanchi, a sinistra della terrazza del palazzo dove dormo si vede Aliano, la cui intelligente narrazione degli spazi, attraversati in un forzato esilio da Carlo Levi, è paese ormai noto.

A destra, si intravedono le rovine del posto incredibile di Craco.

Sant’Arcangelo è quindi un punto fondamentale nella mappa psico geografica della valle dei Calanchi: può essere punto di arrivo e punto di partenza, con stazioni intermedie dove, camminando, ci si possa fermare per delle soste poetiche, letterarie ed artistiche che ne possano tessere la contro narrazione di una regione troppo spesso raccontata per il malaffare legato al petrolio, alla povertà, all’abbandono.

Il giorno dopo andiamo a Craco, comune abbandonato e non posso non pensare a quanto peso abbia il marketing territoriale per attrarre attenzione, progetti di recupero e con essi finanziamenti. Craco sembra il pulcino nero della stessa nidiata di Civita di Bagnoregio, nella florida Tuscia (confinante con la ricca Toscana). Ha subito infatti un fenomeno erosivo simile, ma al contrario di Bagnoregio, da anni ormai brandizzata e riconoscibile ovunque come “la città che muore”, quasi nessuno parla di Craco.

Anche per me è una sorpresa conoscere l’esistenza di questo centro in provincia di Matera che dista 54 km dal capoluogo. Leggo che questi luoghi, dopo aver offerto riparo ai coloni greci di Metaponto, sono diventati insediamenti bizantini.  La prima testimonianza del nome del paese è del 1060, quando il territorio viene sottoposto all’autorità dell’arcivescovo Arnaldo di Tricarico e citato con il nome Graculum, ovvero “piccolo campo arato”.

La (perduta) fortuna del paese si deve alla sua posizione strategica tra le valli fluviali del Cavone e dell’Agri, in passato navigabili, vie privilegiate per chiunque volesse attraversare la Basilicata interna: infatti la torre di Craco costituiva una importante torre di avvistamento in grado di garantire il controllo assoluto dell’intera zona.

A causa di una frana di vaste proporzioni, causata dall’erosione dei calanchi sul quale Craco poggia, nel 1963 la località è stata completamente evacuata e la popolazione si è trasferita a valle.

Allora il centro contava oltre 2000 abitanti.

Da quel momento Craco è diventato un vero e proprio paese fantasma, uno dei rari esempi in Italia, e da alcuni decenni entusiasma viaggiatori e numerosi registi che hanno scelto proprio il centro lucano per girare alcune scene dei loro film, da Lattuada, a Rosi, ai fratelli Taviani, fino ai kolossal di Hollywood come Agente 007 e La passione di Cristo con Mel Gibson.

Una atmosfera a dir poco surreale essere arrivate li, dopo aver sbagliato strada grazie a cartelli errati ed aver percorso chilometri nella più totale solitudine, intervallata dall’ improvviso stagliarsi davanti a noi di una autovettura circense a metà tra un sidecar e un carretto di gelati.

Nonostante un cartello indichi un info point e addirittura una “Craco Card”, non è possibile visitare Craco e le sue rovine.

O meglio, non lo è quel giorno; ma non è indicato se e quando lo sarà. Eppure, lo stato d’animo che mi pervade non è né rassegnazione né rabbia.

Sarà forse lo spleen di questa terra che induce alla calma e incoraggia ad ascoltare il rumore del silenzio anche a me, ipercinetica per natura.

Craco: appunto mentale. Il mio post it cognitivo dice: questo è un punto psico-geografico nella mia personale mappa della Val D’Agri dove so che tornerò, insieme ad altre persone per farne conoscere la bellezza, insieme a note musicali e voci per cantarne l’oblio.

Il Convento di Santa Maria di Orsoleo A Sant'arcangelo
Il Convento di Santa Maria di Orsoleo a Sant’arcangelo

Lascio la Val d’Agri, e con essa il mio primo sopralluogo lucano, conoscendo due gioielli. Il Museo Scenografico di Orsoleo e l’archeologa che con competenza e passione lo valorizza. Il Convento di Santa Maria di Orsoleo offre un percorso museale allestito all’interno che rappresenta un viaggio spirituale nella Basilicata del passato e del presente. Grandi immagini, narrazioni sonore, video istallazioni, effetti scenografici, ologrammi e filmati in 3D narrano ed evocano le origini, la vita quotidiana, la memoria viva del convento, e il relativo contesto ambientale. Si tratta di ben 23 sale, organizzate per spazi tematici: dalle origini del convento, alla articolazione spaziale e funzionale del complesso monumentale, dalle destinazioni d’uso della sua storia più recente, alla la vita quotidiana: la tavola dei frati, i mestieri, l’aromatarium (la farmacia-spezieria alla quale era addetto un frate nel convento), lo studio e la predicazione.

La narrazione museale prosegue alla scoperta della Basilicata, in una dimensione intimistica e spirituale: l’avventura dei monaci italo-greci che vi si rifugiarono – utilizzando grotte naturali come eremi, realizzando un modo di vivere che era, al contempo, una scelta di cultura e di civiltà – la devozione mariana, il culto delle immagini, la musica dello spirito, fruibile in appositi stalli sonori.

Il ciclo di affreschi di Giovanni Todisco di Abriola, un capolavoro inestimabile dell’arte cinquecentesca del sud Italia vale da solo la visita. Tuttavia attende di essere ricollocato nel suo contesto originario, ovvero nel chiostro del convento francescano. In questo momento è restituito al visitatore nella sua sequenza originaria attraverso la realtà virtuale, gli originali non fanno parte del percorso museale…da qui anche il nome di “museo scenografico”.

Per arrivare al Convento, uscendo dal centro abitato di Sant’Arcangelo, c’è circa 1 km di strada/mulattiera molto pericolosa per le auto, figurarsi per i pullman turistici (che in altre regioni, se avessero avuto la fortuna di avere un convento del genere, sarebbero arrivati a frotte).

Eppure la strada è stata appena consegnata, chissà con quali costi per la collettività. Non esiste né un punto di ristoro né la possibilità di acquistare una bibita. E questo, pur stordita da tanta bellezza, non posso non notarlo.

Torno a Roma con il bello di questa terra negli occhi, mi riporto la luce ad illuminare la pietra e tanta energia che ho raccolto nei fumetti di idee che la mia personale mappa psico geografica di questi luoghi mi ha suggerito. Arrivederci a molto presto, Sant’Arcangelo.

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