giovedì 14 Novembre 2019

La morte di Calvino

La morte di Calvino

Venti settembre 1985, in ricordo dello scrittore

di Gore Vidal

 

Repubblica19.9.85

Nella mattina di venerdì 20 settembre 1985, la prima tempesta equinoziale dell’anno scoppiò sulla città di Roma. Mi svegliai al suono dei tuoni e dei lampi; e pensai d’essere, di nuovo, nella Seconda Guerra Mondiale. Un po’ prima di mezzogiorno, una macchina con autista arrivò per portarmi lungo la costa mediterranea verso un paesino sul mare chiamato Castiglion della Pescaia dove, all’una, sarebbe stato sepolto, nel cimitero del paese, Italo Calvino, deceduto il giorno precedente. Calvino aveva avuto un’emorragia cerebrale due settimane prima mentre stava seduto nel giardino della sua casa in Pineta di Roccamare, dove aveva passato l’estate lavorando alle lezioni su Charles Eliot Norton che avrebbe tenuto durante l’autunno e l’inverno presso Harvard. L’avevo visto nel mese di maggio. L’avevo lodato per il suo coraggio: intendeva dare le lezioni in inglese, una lingua che leggeva con facilità ma che parlava con esitazione, non come il francese o lo spagnolo, che parlava perfettamente; del resto era nato a Cuba figlio di due agronomi italiani; e aveva vissuto per molti anni a Parigi. Era notte. Eravamo sulla terrazza del mio appartamento romano; una luce sopra le nostre teste rendeva i suoi occhi infossati ancora più scuri del solito. Italo aggrottò le ciglia come per dire, così o cosà; poi sorrise, e quando sorrideva, all’improvviso, il suo viso diventava come quello di un bambino immensamente sveglio il quale ha appena elaborato la teoria di campo unificata. «A Harvard farfuglierò», disse, «ma tanto farfuglio in qualunque lingua”.

A differenza degli Stati Uniti, l’Italia ha sia un sistema educativo (non importa se buono o cattivo) ed una cultura comune, sia buona sia cattiva. Negli anni recenti, Calvino era diventato la figura centrale nella cultura dell’Italia. Gli italiani erano fieri d’aver generato uno scrittore di livello mondiale la cui reputazione americana iniziò, se lo posso dire, poiché nessun altro lo farà, dal 30 maggio 1974, quando io descrissi uno dei suoi romanzi su The New York Review of Books. Entro il 1985, fatta eccezione per l’Inghilterra, Calvino era letto ovunque fossero letti i libri. Ho persino trovato un Calvino inserito nella burocrazia letteraria moscovita, e penso che possa aver convinto gli editori di stato a tradurne di più. Curiosamente, il fatto che egli se la fosse squagliata dal partito comunista italiano nel 1957 non disturbava nessuno. Calvino è morto tre settimane prima del suo sessantaduesimo compleanno; e l’Italia mise il lutto, come se fosse morto un amato principe. Per un americano, il contrasto fra loro e noi è impressionante. Quando muore uno scrittore americano, viene pubblicata, se egli è una celebrità (la fama non è più possibile per nessuno di noi), una foto sotto la piega delle prime pagine; più in là, un breve apprezzamento nella pagina dedicata ai libri dei quotidiani che ne hanno una, di solito si tratta del lavoro di un giornalista o altro quasi scrittore il quale non ha effettivamente letto niente del lavoro dello scrittore mancato ma che si trova a suo agio con l’arcano della pettegola Pagina Sei, e finisce tutto lì.

Nel caso di Calvino, i necrologi dei quotidiani americani furono superficiali ed incompetenti: i circuiti fra i dipartimenti d’inglese, dove le nostre pillole di reputazione letteraria vengono custodite adesso, ed il mondo del giornalismo sono più che mai fragili e la ricettività è sempre cattiva. Sorprendentemente, Time and Newsweek, benché l’ho abbiano messo sulla pagina letteraria, non erano male, anche se uno lo riteneva un surrealista e l’altro un maestro della fantasia; egli era, senza dubbio, un vero realista, il quale credeva “che solo una certa solidità prosaica può dare alla luce la creatività; la fantasia è come la marmellata, la devi spalmare sopra una fetta di pane. Altrimenti, rimarrà una cosa senza forma, come la marmellata, dalla quale non si ricaverà niente”. Questa semplice analogia è tratta da un’intervista alla televisione italiana, trasmessa dopo la sua morte. Per dimostrare quanto Calvino fosse ben visto da queste parti, The New York Times citò sia John Updike, l’apostolo perenne della nostra letteratura per le persone di media cultura (con questo non intendo essere, completamente, scortese), che Margaret Atwood (un nome che mi giunge nuovo), Ursula K. Le Guin (una stimabile scrittrice di fantascienza, ma a che titolo vuol dire un’ultima parola a proposito di uno dei più complessi fra gli scrittori moderni?), Michael Wood, il cui commento è stato abbastanza buono, e, in ultimo, l’eccellente Anthony Burgess, il quale non ha raggiunto il suo livello abituale in quest’occasione. Altrove, il Sig. Herbert Mitgang citò anch’egli il sig. Updike e anche John Gardner, ex-apostolo degli ignoranti, una specie d’evangelico cristiano che vedeva il paradiso come un’università pragmatica americana. L’Europa considerava la morte di Calvino come una calamità per la cultura. Un critico letterario, contrapposto a teorico, scrisse a lungo su Le Monde, mentre in Italia, ogni giorno per due settimane, furono pubblicati i bollettini dell’ospedale di Siena, e all’improvviso l’intera nazione era unita nella sua stima non solo per un grande scrittore ma per qualcuno che raggiungeva non soltanto gli scolari delle scuole elementari attraverso le sue collezioni di racconti popolari e favole, ma anche, una volta o l’altra, tutti coloro che leggono.

La prima emorragia fu seguita da un intervento chirurgico che durò per molte ore. Calvino uscì dal coma. Era disorientato: pensò che uno del personale medico fosse un poliziotto; poi si domandò se avesse subito un intervento a cuore aperto. Nel frattempo il chirurgo era diventato ottimista e persino loquace. Raccontò ai giornalisti che non aveva ancora visto una struttura cerebrale tanto delicata e complessa come quella di Calvino. Pensai, immediatamente, al cervello più piccolo mai registrato, quello di Anatole France. Il chirurgo raccontò alla stampa che si era trovato costretto a fare del proprio meglio. Dopotutto, l’inverno precedente, sia lui che i suoi figli avevano letto e discusso Marcovaldo. Il cervello che era capace di farli scervellare tanto doveva essere tenuto in vita per la sua rarità. Possiamo immaginarci un paragonabile chirurgo americano: solo sabato scorso ha fatto ridere me e i miei figli a crepapelle; adesso stentavo a credere che stavo effettivamente guardando il mitico cervello di Joan Rivers! D’altronde, forse l’ammiratore di Joan Rivers avrebbe potuto salvare Calvino; solo che non c’era mai stata nessuna vera speranza. Nel mese di giugno aveva avuto quello che lui riteneva fosse un terribile mal di testa; fu il primo attacco. Inoltre, proveniva da una famiglia con una storia di debolezza arteriosa. O così scrissero i giornali. I servizi stampa riguardanti gli ultimi giorni di Calvino non furono di più di quelli dedicati all’intervento subito da un vecchio attore che i nostri maestri hanno ingaggiato per interpretare un presidente, il tipo di soggetto che deliziava Calvino, cioè, il Presidente Sostituto. Mentre viaggiavamo verso nord sotto la pioggia, lessi l’ultimo romanzo di Calvino, Palomar. Me lo aveva dato il 28 novembre, 1983. Mi sentii agghiacciare – e in colpa –nel leggere, per la prima volta, la dedica: “Per Gore, queste ultime meditazioni sulla Natura, Italo”. Ultime è una parola che gli artisti non dovrebbero usare con facilità. Cosa significavano queste “ultime”? Più recenti? Oppure il suo ultimo tentativo di scrivere del mondo fenomenale? Oppure, egli sapeva, in qualche modo, che era in procinto di Come imparare a essere morto, il titolo dell’ultimo capitolo del libro?

Lessi il libro, era molto breve. Una serie di meditazioni su soggetti diversi di un certo sig. Palomar, il quale è Calvino stesso. Le ambientazioni sono, variamente, la spiaggia a Castiglion della Pescaia, la vicina casa nei boschi a Roccamare, l’appartamento di Roma con la sua terrazza, un negozio di specialità gastronomiche a Parigi. Non è questa l’occasione adatta per recensire il libro. Ma feci delle osservazioni e sottolineai certi brani che mi sembrava chiarissero questa prospettiva. Palomar è sulla spiaggia a Castiglione: sta cercando di capire la natura delle onde: è possibile seguirne solamente una? O diventano tutte una? E pluribus unum ed il suo contrario potrebbero riassumere l’approccio di Calvino alla nostra condizione. Facciamo parte dell’universo? O, semplicemente, l’universo è noi che pensiamo che una tale cosa esista? Spesso Calvino scrive da scienziato, come lo furono i suoi genitori. Osserva, con precisione, i minimi particolari della natura: le stelle, le onde, le lucertole, le tartarughe, i seni di una donna sulla spiaggia. Durante l’operazione, egli vacilla tra macro e micro. L’intero e una parte. Ed anche illusioni ottiche: il libro è scritto al presente, come uno scienziato che fa rapporti su quell’esperimento in corso, la vita esaminata.

Le onde gli forniscono dei suggerimenti ma nessuna risposta. Viste in una certa maniera, sembra che non vengano dall’orizzonte ma dalla spiaggia stessa. Forse il vero risultato a cui il signor Palomar sta per giungere è di far correre le onde in senso opposto, di capovolgere il tempo, di scorgere la vera sostanza del mondo al di là delle abitudini sensoriali e mentali? Ma non funziona del tutto, e non può estendere questo sapere all’intero universo. Ci si accorge, durante la sua nuotata serale, che il riflessso del sole diventa una spada scintillante nell’acqua che dall’orizzonte s’allunga fino a lui. Il signor palomar nuota nella spada… Ma anche tutti gli altri a quell’ora del giorno, ognuno nella stessa spada che è dappertutto e da nessuna parte. Ma la spada s’impone ugualmente all’occhio di ciascuno, non c’è modo di sfuggirle. Ciò che abbiamo in comune è proprio ciò che è dato a ciascuno come esclusivamente suo? Mentre Palomar galleggia sull’acqua si chiede se esiste. Adesso è trasportato verso il solipsismo: “Se nessun occhio tranne quello vitreo dei morti s’aprisse più sulla superficie del globo terracqueo, la spada non tornerebbe più a brillare”. Sviluppa questo mentre galleggia sul dorso. “E forse non la nascita dell’occhio ha fatto nascere la spada ma viceversa, perché la spada non poteva fare a meno d’un occhio che la guardasse al suo vertice”. Ma la giornata sta volgendo al termine, i surfisti sono tutti rientrati e anche Palomar ritorna a riva. “Si è convinto che la spada esisterà anche senza di lui”. Nel giardino di Roccamare, Palomar osserva l’accoppiamento esotico di due tartarughe; medita sul fischio, così simile a quello di un essere umano che potrebbe essere lo stesso tipo di comunicazione. “Qui si apre una prospettiva di pensieri molto promettente per il signor Palomar a cui la discrepanza tra il comportamento umano e il resto dell’universo è sempre stata fonte d’angoscia. Il fischio uguale dell’uomo e del merlo ecco gli appare come un ponte gettato sull’abisso”. Ma il suo tentativo di comunicare con loro fischiando in maniera similare porta a perplessità da ambo le parti. Poi, nel contemplare gli orrori del suo prato e le sue parti costituenti, fra queste erbacce, nomina e numera con precisione quello che vede finché “non pensa più al prato: pensa all’universo. Sta provando ad applicare all’universo tutto quello che ha pensato del prato. L’universo come cosmo regolare e ordinato o proliferazione caotica”. L’analogia, come sempre con Calvino, decolla (la marmellata sul pane) e la risposta è, di nuovo, molte in una, o insiemi di insiemi.

Le osservazioni e le meditazioni continuano. Egli annota, “La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse”. Mentre cala la notte, egli si chiede se lo splendore intenso della luna è “dovuto al lento arretrare del cielo che più si allontana più sprofonda nell’oscurità, o se invece è la luna che sta venendo avanti raccogliendo la luce prima dispersa intorno e privandone il cielo e concentrandola tutta nella tonda bocca del suo imbuto”. Adesso si comincia a capire il metodo di una meditazione di Calvino. Egli guarda; descrive; ha un rispetto da scienziato per i dati (al contrario del surrealista o lo scrittore di fantascienza). Vuole che vediamo non solo quello che vede lui ma anche quello che ci può essere sfuggito perché non abbiamo guardato abbastanza attentamente. Non c’è da meravigliarsi se spunta Galileo nelle sue scritture. L’opinione accettata dall’umanità nel corso dei secoli (e questo è tutto ciò che riguarda la media cultura) era certa che il sole si muovesse attorno alla terra ma per una mente divergente di un intellettuale, come quella di Galileo o Calvino, è chiaramente il contrario. Galileo applicava i metodi scientifici del suo tempo; Calvino usava la sua immaginazione. Per ognuno di loro o le cose quadravano subito oppure riunivano i dati in modo che altri potessero capire il fenomeno.

Nell’aprile del 1982, mentre stavo parlando ad un uditorio a Los Angeles insieme a George Mc Govern, Eugene Mc Carthy, e la temibile fisioterapista Fonda-Hayden, i tre pianeti esterni, visibili ad occhio nudo… sono tutti e tre in opposizione dunque visibili insieme per l’intera notte. È superfluo dire, “Il sig. Palomar corre sul terrazzo”. Fra le stelle di Calvino e le mie, vinse lui, eppure scrisse moltissimi commentari politici. Ma dopo la sua uscita dal Partito comunista , aveva la tendenza più a descrivere la politica e le sue illusioni che sostenere delle cause… “In un tempo e in una nazione dove tutti si scomodano per annunciare le loro opinioni o trasmettere giudizi, il sig. Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di asserire qualunque cosa.. Dopo essersi morso, se è sempre convinto di quello che sta per dire, lo dice. Ma poi, l’aver avuto l’opinione giusta non è niente di meritevole; statisticamente, è quasi inevitabile che fra le molte idee assurde, confuse o banali che gli vengono in mente, ce ne siano anche alcune idee perspicaci, persino idee geniali; e come gli sono venute in mente a lui, sicuramente possono essere venute in mente anche a qualcun altro”. Com’era uno scrittore di letteratura e non un teorico, così era un osservatore della politica e non un politico.

Calvino traeva ispirazione tanto dagli abitanti degli zoo quanto da quelli delle città. “A questo punto la bambina del sig. Palomar, che si è stancata da un pezzo di guardare le giraffe, lo trascina verso la grotta dei pinguini. Il. sig. Palomar cui i pinguini danno angoscia, la segue a malincuore, e si domanda il perché del suo interesse per le giraffe. Forse perché il mondo intorno a lui si muove in modo disarmonico ed egli spera sempre di scoprirvi un disegno, una costante. Forse perché lui stesso sente di procedere spinto da moti della mente non coordinati, che sembrano non aver niente a che fare l’uno con l’altro e che è sempre più difficile far quadrare in un qualsiasi modello d’armonia interiore”. Palomar è attratto dalla maleodorante casa dei rettili. “Al di là del vetro d’ogni gabbia c’è il mondo di prima dell’uomo, o di dopo, e di mostrare che i mondo dell’uomo non è eterno e no è l’unico. I coccodrilli, nella loro immobilità lo atterriscono. Cosa aspettano? o cosa hanno smesso di aspettare?In quale tempo sono immersi?”. Palomar fugge verso il gorilla albino, “unico esemplare al mondo di una forma non scelta, non amata”. Il gorilla, nella sua noia, gioca con un pneumatico; se lo stringe al petto per ore. L’immagine perseguita Palomar. Pensa,“come il gorilla ha il suo pneumatico, che gli serve da supporto tangibile per un farneticante discorso senza parole – egli pensa – così io ho quest’immagine del grosso scimmione bianco. Tutti rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono”. Questo è il massimo fra le immagini degli scrittori; quello stato indescrivibile dove le parole sono assenti, non perché fermate dalle sbarre di ferro di una gabbia allo zoo ma dalle limitazioni di quel sistema elettrico binario ricoperto d’osso che, nel caso di Calvino, si guastò il 19 settembre, 1985.

All’improvviso, avanti, sopra una collina sul mare, c’è Castiglion della Pescaia. Sulla mia sinistra si trova la spiaggia dove Palomar vide ma non vede più la spada di luce. Il mare è diventato di uno strano sgradevole color violaceo, più appropriato al Mar dei Caraibi, dove Calvino era nato, che al Mediterraneo. Il cielo è coperto. L’aria è calda, umida, senza vento (il titolo del giornale d’oggi, che ha dedicato sei pagine alla vita e al lavoro di Calvino: CATACLISMA IN MESSICO). Sono in anticipo di quaranta minuti. Il cimitero si trova sopra una collina dietro il paese che è situato sopra una collina più bassa. Parcheggiamo vicino ad un pezzo di muro medioevale ed una torre spaccata. Salgo verso il cimitero che è circondato da un alto muro di cemento. In uno dei suoi primi libri, La Speculazione Edilizia, descrisse come l’edilizia era riuscita, negli anni 50, a seppellire la Riviera Italiana, la sua nativa Liguria, sotto un mare di orribile cemento rinforzato; era chiamato il boom. Una buona porzione del muro a destra dell’ingresso del cimitero era stata ricoperta con lo stesso piccolo annuncio funebre, ripetuto parecchie centinaia di volte. Il nome Italo Calvino, il nome di Castiglion della Pescaia, il paese di Palomar, dice fieramente il cartello; poi l’omaggio del sindaco del consiglio comunale e della popolazione.

All’interno del cimitero ci sono molte zone separate con muri. La prima è una specie d’atrio, le cui pareti sono riempite di cassetti che contengono i morti, impilati uno sopra l’altro, ognuno con una fotografia dell’occupante, fatta troppo tardi nella vita per destare pietà invece di un timore reverenziale. Ci sono fiori di plastica dappertutto, e pochi fiori veri. Ogni tanto c’è una piccola cappella, l’ultimo luogo di riposo delle famiglie ricche o nobili. Mi viene un senso di panico: non metteranno Italo in un cassetto? Poi, sulla destra, alla fine dell’atrio, all’aria aperta, contro un muro basso, vedo una fila d’immense corone di fiori, adatte ad un gangster americano o napoletano, e non un cassetto ma una nuova fossa, della grandezza di una vasca da bagno in un albergo moderatamente lussuoso. Su una delle corone riesco a distinguere le parole Senato e Comunista… omaggio della delegazione comunista al Senato Italiano. Fra parentesi, poiché l’Italia è una nazione di molti partiti politici ma poche ideologie, il livello del parlamentare comune ha tendenza ad essere più alto di quello dei suoi colleghi americani o inglesi. Moravia è deputato al Parlamento Europeo. Sciascia era nella camera dei deputati. Ogni partito cerca di mettere sulla propria lista elettorale un certo numero di nomi d’illustri intellettuali. L’attuale sindaco di Firenze è stato, fino a tempi recenti, a capo dell’Opera di Parigi. Secondo la saggezza popolare, chiunque fosse capace di occuparsi di quel marciume probabilmente sarebbe stato in grado di affrontare Firenze.

Dall’altra parte del muro, erano visibili il mare violaceo ed i tetti rossi delle case imbiancate a calce. Mentre fisso, moderatamente melanconico, il paesaggio di Palomar, un giornalista di Napoli mi riconosce. Dopo tutto sono un vicino, abito nel vicino Ravello. Sono intervistato fra le tombe. Come avevo conosciuto Calvino? Cade qualche goccia di pioggia tiepida. Appare un cameraman da dietro una cappella e m’inquadra. Sta arrivando la troupe della televisione di stato. Ricordo che undici anni prima avevo scritto un pezzo sul suo lavoro. L’aveva conosciuto prima d’allora? Lo scambio di favori è ancora più evidente in una piccola nazione come l’Italia che nel nostro caro New York Times. No, non l’avevo ancora conosciuto quando scrissi il pezzo. L’avevo solo letto, l’avevo ammirato; descritto (l’unico compito del critico) la sua opera per coloro che mi potevano leggere (l’unico scopo del critico). Lo ha incontrato in seguito? Si, mi scrisse una lettera a proposito del pezzo. In Italiano o in Inglese? Dico, in italiano. Cosa le scrisse? Che cosa pensa che dicesse? Mi sto irritando. Disse che gli era piaciuto quello che avevo scritto.

In effetti, la lettera di Calvino era stata, tipicamente, interessante e tangenziale. Avevo terminato la mia descrizione con “Leggendo Calvino, avevo la sensazione snervante che anch’io scrivevo quello che lui aveva scritto; in questo modo la sua arte dimostra la sua tesi mentre lo scrittore ed il lettore diventano uno, o Uno. Questo catturò la sua attenzione, educatamente, iniziò a dire che era sempre stato attratto dalla mia ironia pungente”, e così via, ma, in particolare, gli era piaciuto quello che avevo scritto di lui per due motivi. Il primo, “Si ha la sensazione che Lei abbia scritto questo saggio per il piacere di scriverlo, alternando elogi calorosi e critiche e riserve con assoluta sincerità, libertà e umorismo continuo, e questa sensazione di piacere è irresistibilmente trasmessa al lettore. Secondo, ho sempre pensato che sarebbe difficile trarre un tema unificante dai miei libri, ognuno così diverso dagli altri. Adesso Lei – esplorando la mia opera come dovrebbe essere fatto, cioè affrontandola in maniera non sistematica, fermandosi qua e là; a volte con una mira precisa senza deviazioni; altre volte, vagando come un vagabondo – è riuscito a dare un senso generale a tutto ciò che ho scritto, quasi una filosofia”. Poi Calvino viene al punto. “La fine del Suo saggio contiene un’affermazione di ciò che mi sembra importante in senso assoluto. Non so se in realtà si riferisce a me, ma è vero di una letteratura ideale per ognuno di noi: la fine essendo che ognuno di noi dev’essere, che lo scrittore ed il lettore diventano uno, o Uno. E per chiudere il mio discorso ed il Suo in un cerchio perfetto, possiamo dire che Uno è Tutti”. In un certo senso, il successivo Palomar era l’assembramento degli elementi di una filosofia o filosofie; di qui, l’iscrizione “le mie ultime meditazioni sulla Natura”. Non mi lascio sfuggire nemmeno una parola di tutto questo al giovane giornalista. Ma gli dico che avevo incontrato Calvino e sua moglie, Chichita, a casa di un editore americano, poco dopo aver ricevuto la lettera, e, benché fossi stato assicurato che non ci sarebbero stati altri scrittori a parte noi, trovai una stanza sprizzante di genio letterario americano. Timoroso del diventare prematuramente Uno di loro, me la squagliai nella notte. Due anni fa, quando fui insignito della cittadinanza onoraria di Ravello, Calvino accettò l’invito della cittadina di partecipare alla cerimonia, durante la quale pronunciò uno splendido discorso sul mio lavoro in generale e su Duluth, in particolare. Inoltre, il suo appartamento di Roma era nella stessa strada del mio (ci divideva – ah, la bellezza del simbolo casuale! – il Pantheon), ogni tanto ci vedevamo.

Per tutto lo scorso anno, Calvino aveva atteso con impazienza l’autunno e l’inverno che avrebbe passato a Harvard. Aveva persino iniziato a studiare sodo teoria letteraria. Sapeva benissimo che giardino d’infanzia mefitico siano diventati i nostri dipartimenti d’Inglese, e non vedo l’ora di sentire cosa ha da dire nelle cinque lezioni che è riuscito a scrivere. Mi ero proposto d’armarlo di un po’ di critica meravigliosamente sciocca e di nessun valore culturale (tratta da Partisan Review), a proposito del perché le persone non amano più leggere. Si cita con ammirazione John Gardner: “In quasi tutta la prosa narrativa di buon livello, la trama – quasi inevitabile – di base è questa: un personaggio centrale desidera qualcosa, la insegue nonostante l’opposizione (che forse include anche i suoi stessi dubbi), e in questo modo arriva ad una vittoria, una sconfitta o un pareggio”. Per coloro che ancora desiderosi di saper qualcosa in più a proposito della cultura di lato medio e basso livello, quest’ultimo è l’Excelsior delle commercialità prive di valore culturale, scritte con caratteri d’oro nelle sale del Thalberg Building presso MGM, ma che non troveremmo mai, diciamo, nell’originale Partisan Review di Rahv e Dupee, Trilling e Chase. Poi, il critico del PR cita un recensore del New York Times che sta cercando di capire perché Calvino è così apprezzato. “Se l’amore fallisce, ricominciano da capo; le loro vite sono una serie di nuovi inizi, dove le complicazioni non si sono ancora mostrate. A differenza dei grandi romanzieri Rrussi e francesi [e questa è media cultura pura: Quali romanzieri, scemo? Fai i nomi, esponi la tua tesi, descrivi], che seguono i loro personaggi attraverso le lunghe e tortuose caverne [!] delle loro vite, Calvino spegne semplicemente l’apparecchio dopo il facile inizio e cambia canale”. Questo tipo di scritti ha dato alla chiacchiera libraria americana, (bookchat – un parola coniata da me, sarete desiderosi di sapere), una cattiva reputazione. Ma la nostra critica di PR, una donna, la minoranza favorita di quest’anno (sic), afferma, aspramente, che tutta questa indeterminazione non è il tipo di roba che la gente vera vuole leggere. E Calvino è popolare, se mai lo è, fra i teorici, consumatori di testi piuttosto che di romanzi e racconti. Oramai non avrò più occasione di farmi una risata insieme a Calvino a proposito di quest’ultimo rapporto proveniente dalla terra verso la quale emigrarono Bouvard e Pecuchet.

Un furgoncino pieno di poliziotti si ferma ai piedi della collina del cimitero. Ci si aspetta l’arrivo di una folla. Il giorno prima il Presidente della Repubblica era venuto all’ospedale di Siena per congedarsi. Ci si può immaginare una scena simile negli Stati Uniti. In alto in cima al Tulsa Tower Hospital, il Reverendo Oral Roberts entra nella stanza silenziosa. “Sig. Presidente, è tutto finito. Egli ha attraversato il fiume risplendente”. Una lacrima luccica nell’occhio del Presidente in carica. L’ultima riunione, mormora. La piccola figura al suo fianco, con gli occhi enormi spalancati e colmi di lacrime, sussurra, “Questo significa che non ci saranno più romanzi Harlequin?” Il presidente in carica la tiene stretta. “Ci saranno sempre gli Harlequin, Mammina”, egli dice. “Ma non saranno più gli stessi. Non senza Louis L’Amour”.

Ora, centinaia d’amici di Calvino, scrittori, editori, giornalisti, dignitari locali stanno riempiendo il cimitero.Tengo la mano di Chichita per un lungo momento; ha avuto, come ha detto qualcuno, due settimane per accettare non tanto la morte ma l’incubo che è morire. L’ultimo capitolo di Palomar inizia così, “Il sig. Palomar decide che d’ora innanzi egli si comporterà come se fosse morto, per vedere come se la cava il mondo senza di lui”. Fino a qui, non tanto bene, pensai. Città del Messico è crollata e sua figlia è in ritardo per la sepoltura. Sul lato positivo, non c’è nessun prete, nessuna funzione, nessuna parola. All’improvviso, mentre si accendono una dozzina di telecamere, la scatola di legno scuro e lucido, contente Calvino, appare nell’atrio. Com’è piccola la scatola, penso. Era più piccolo di quello che mi ricordo? O si è ritirato? Certamente, è morto ma, com’egli ha scritto, “Prima di tutto, non devi confondere l’essere morto con il non essere, una condizione che occupa il vasto spazio di tempo prima della nascita, apparentemente simmetrico con l’altro, ugualmente vasto spazio che segue la morte. Infatti, prima della nascita, facciamo parte dell’infinita possibilità che potranno o non potranno essere realizzate; mentre, una volta defunti, non potremo realizzarci né nel passato (al quale adesso apparteniamo completamente ma sul quale non abbiamo più nessun’influenza) né nel futuro (il quale, anche se è influenzato da noi, resta per noi proibito)”. Con un fracasso, la scatola viene abbassata dentro la vasca da bagno. Adesso, il naso di Palomar è circa 10 centimetri sotto la terra che era solito esaminare così minuziosamente. Poi, delle mattonelle sono disposte senza cura sopra la bara; e la scatola non si vede più. Il caldo é fastidioso, mentre aspettiamo l’arrivo della figlia.

Ci guardiamo l’un l’altro come fossimo ad una festa che si è rifiutata di decollare. Riconosco Natalia Ginzburg. Vedo qualcuno che mi sembra dovrebbe essere Umberto Eco, e lo è. “La vita di una persona è fatta d’un insieme d’eventi, l’ultimo dei quali potrebbe anche cambiare il significato del tutto…” Noto, nella folla, diverse dozzine di scolari. Sono dei fans delle favole di Calvino; semplicemente, dei consumatori precoci di “testi” e proto-teorici. Poi la figlia e dei secchi di cemento arrivano contemporaneamente.Uno dei muratori versa il cemento sopra le mattonelle; con perizia liscia la superficie viscida con una cazzuola. Cemento orribile. “Per questo Palomar si prepara a diventare un morto scorbutico, che mal sopporta la la condanna a restare così com’è, ma non è disposto a rinunciare a nulla di sé neanche se gli pesa”. Finalmente il cemento è a filo del terreno; e questa è fatta.

Sto in piedi dietro Chichita, che è immobile. Alla fine alzo lo sguardo dal rettangolo grigio di cemento fresco e lì, fissandomi, è Calvino. Sembra angosciato, strano, non proprio a posto. Ma è, senza dubbio, il sig. Palomar, presente al suo stesso funerale. Per un breve attimo pazzo, ci fissiamo; poi lui guarda in basso verso la bara che non contiene lui ma Italo. L’uomo che io ho pensato fosse Italo è suo fratello minore, Floriano. Mi allontano prima degli altri. Durante il rientro a Roma, nonostante il sole sia splendente e caldo, comincia a piovere. Il diavolo sta picchiando sua moglie, come dicono al sud. Poi, un arcobaleno copre tutto il cielo ad est. Per i Romani e gli Etruschi, i primi abitanti della zona attraverso la quale stiamo viaggiando, l’arcobaleno era messaggero infausto di cambiamenti imminenti negli affari umani, la morte di re, città, il mondo. Faccio un gesto di scaramanzia. Il Tempo può finire adesso. Ma, “«Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante – pensa Palomar – e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine». Decide che si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, e finché non li avrà descritti tutti, non penserà più d’essere morto. In quel momento muore”. Così finiscono le mie ultime meditazioni sulla Natura, e Calvino e la Natura, adesso, sono una cosa sola, o Una.

(The New York Review Of Books, 21 novembre 1985)

online su www.sagarana.it/rivista/numero3/saggio1.html

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