mercoledì 21 Agosto 2019

Noi non siamo in guerra, noi siamo ostaggi delle loro guerre

Noi non siamo in guerra, noi siamo ostaggi delle loro guerre

Lettera alle amiche e agli amici parigini: l’urgenza non è quella di continuare la guerra, la necessità è di rimettere al centro la pace e la fratellanza tra i popoli, uscendo dalle sciagurate dinamiche dell’apartheid neoliberista

di Giampaolo Martinotti

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Ad una settimana dai traumatici eventi che hanno colpito la nostra amata Ville Lumière, vi esprimo la più profonda solidarietà umana e la mia amicizia. Come molti di voi, anch’io sono rimasto piuttosto impressionato dagli orribili attacchi indirizzati al cuore pulsante di una capitale europea, ai luoghi che abbiamo spesso frequentato insieme, dal Bataclan al bar Le Carillon. E se in questo momento fossimo proprio seduti alla sua terrace, per un classico bicchiere di Côtes du Rhône, vi dire che la profonda tristezza che ho provato guardando quelle immagini è la stessa che provo ogni giorno, ormai da anni, pensando all’orrore che milioni di esseri umani vivono quotidianamente, dall’Iraq alla Nigeria, dall’Afghanistan al Rojava, dal Mali alla Libia, dalla Siria alla Somalia, dal Donbass alla Palestina, dall’Etiopia al Sud Sudan, dalle periferie di Parigi al centro di Beirut.

E devo ammettere però che sono proprio le inquietanti dichiarazioni del presidente François Hollande ad avermi sconvolto. «Siamo in guerra». «Le vittime saranno vendicate». «La Costituzione dovrà essere modificata». Parole che, seguendo un copione tanto macabro quanto familiare, hanno anticipato l’inizio dei pesanti bombardamenti franco-statunitensi in territorio siriano. Nel frattempo, la Bourse de Paris vola, migliore d’Europa.

Noi non siamo in guerra, noi siamo ostaggi delle loro guerre. I morti di Parigi, i migranti che affogano nel Mediterraneo, i civili uccisi dai droni occidentali, le madri palestinesi, i bambini siriani, le ragazze nigeriane, gli operai periti sul lavoro e tutte le altre vittime che potremmo elencare sono “effetti collaterali” di una guerra di religione: quella portata avanti dai teologi del dio Profitto. Questi fondamentalisti antidemocratici, che non perdono occasione per attaccare lo stato di diritto, o una Costituzione, per sacrificarlo sull’altare del potere, sono gli stessi che trasformano con tanta disinvoltura le marce del cordoglio in sfilate dell’ipocrisia.

Sciamani neoliberisti, vogliono “difendere il nostro stile di vita” dalla minaccia islamista, mentre al G20 di Antalya stringono la mano e si intrattengono con il presidente turco Erdoğan, che da tempo ormai bombarda le forze curde del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e delle Unità di protezione popolare maschili (Ypg) e femminili (Ypj), musulmani impegnati instancabilmente nell’arginare la furia dell’Isis con il proprio sacrificio, a discapito di chi “Daesh” lo ha sempre finanziato.

Sì, proprio così. Perchè in fondo il terrorismo più subdolo, in questi ultimi trent’anni, è stato quello capitalista. Grazie al neoliberismo più aggressivo, nell’indifferenza generale, sono stati creati sciagurati conflitti militari, si è distrutto lo stato sociale e mercificato ogni ambito collettivo e individuale.

Viviamo in una società profondamente iniqua, nella quale il profitto è di gran lunga più importante della stessa vita umana. Pensate solo per un attimo ai giovani cresciuti nella segregazione delle banlieues più disgraziate. Centinaia di migliaia di persone volutamente emarginate dal sistema dell’Europa del successo personale e dell’arrivismo, letteralmente abbandonate nei ghetti della povertà alla mercé del pifferaio magico di turno.

Un sistema questo che affonda le sue radici nella violenta storia coloniale dell’Occidente, scandita dalle dinamiche di sfruttamento e appropriazione sanguinosa di materie prime a sostegno di una economia perversa. “Felicità e benessere diffuso”, questa era la promessa: l’individualismo consumista e le autodistruttive politiche di austerità dei nostri governi hanno solo creato disuguaglianze mostruose e nuove malattie psicosomatiche.

Mentre una pioggia di retorica ha già iniziato a cadere sulle nostre teste, l’uragano mediatico fa riecheggiare i proclami dell’ultimo condottiero che vorrebbe trascinarci nell’ennesima disastrosa operazione militare “anti-terrorismo”, o “umanitaria” che sia, al grido di «Liberté, Égalité, Fraternité». Perchè dev’essere chiaro a noi tutti che «adesso bisogna reagire»; parole sante.

Non c’è tempo da perdere. Noi abbiamo infatti il dovere di reagire contrastando gli estremismi d’ogni sorta: il razzismo e l’omofobia delle destre xenofobe, il qualunquismo di chi tende a banalizzare e manipolare le tragedie per interesse personale, politico o economico, l’ignoranza della propaganda “islamofoba”, i deliranti fanatismi pseudo-religiosi, le ideologie di intolleranza e di sopraffazione che si possono nascondere sotto le insegne dei governi di unità nazionale.

Sono questi stessi governi reazionari che minacciano le nostre libertà personali e la libertà d’espressione e di dissenso dagli schermi della propaganda della paura. Liberiamoci dalla morsa del terrorismo psicologico di quelli che non amano il fatto che la massa possa riflettere, formarsi ed informarsi liberamente; perchè un popolo cosciente del periodo storico in cui vive e consapevole della società nella quale, per certi versi, è imprigionato, rappresenta un’arma molto più pericolosa di un kalašnikov.

Il processo di globalizzazione dell’odio e del capitale, la turpe logica dell’esportazione della democrazia a suon di bombe, il ruolo crescente delle destre nazionaliste e del populismo razzista, il clima di islamofobia da tempo latente in tutta Europa, tristemente confermato dalle miserabili aggressioni xenofobe di questi ultimi giorni, non possono trovarci passivamente compiacenti. Se barattiamo i nostri residui diritti e libertà per una maggiore “sicurezza” saremo sempre più oppressi dagli stessi imperialisti che sono i veri protagonisti delle guerre e delle catastrofi umanitarie ed ecologiche che oggi paghiamo a un caro prezzo.

Sì, questa è proprio la società che “abbiamo” creato, ma nulla è immutabile. L’urgenza non è quella di continuare ad uccidere al grido di “à la guerre, la necessità è di rimettere al centro della discussione la pace e la fratellanza tra i popoli, uscendo dalle sciagurate dinamiche dell’apartheid neoliberista. Avremo bisogno di essere categorici per quanto riguarda la società solidale e multiculturale che vogliamo costruire come alternativa alle violenze delle quali siamo ormai tutti testimoni. Una società basata sulla giustizia sociale e sull’uguaglianza, sulla difesa e l’inclusione degli emarginati, sulla salvaguardia della natura come essenziale fonte di vita e di benessere collettivo, che riscopra l’assoluta importanza dell’essere umano e della sua felicità.

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