Renzi e l’Europa, molto rumore per nulla

Renzi e l’Europa, molto rumore per nulla

Il quaderno spot di Padoan e Renzi presentato a Bruxelles è comunque in linea con le regole che presidiano l’attuale edificio dell’Unione economica e monetaria. L’austerità continua

di Luigi Pandolfi

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Padoan ha presentato a Bruxelles l’atteso “quaderno” con le proposte italiane per una “riforma strategica dell’Unione europea”. Parole grosse. Preceduto da una ben orchestrata campagna mediatica del premier, che negli ultimi giorni sembrava aver fatto proprie le posizioni più radicali in circolazione sulla necessità di un superamento dell’attuale governance comunitaria, ci si sarebbe aspettati che esso contenesse un duro e articolato j’accuse nei confronti delle politiche economiche europee e proposte dirompenti per porre rimedio al loro conclamato fallimento. E invece no. A leggerne il contenuto si rimane impressionati della sua perfetta consustanzialità con le regole che presidiano l’attuale edificio dell’Unione economica e monetaria.

Se da un lato, infatti, lo striminzito documento coglie l’insufficienza – per non dire il fallimento – delle politiche monetarie espansive della Bce a fini reflattivi, dall’altro si limita a rivendicare poco più che uno strapuntino per i prossimi anni, puntando essenzialmente su qualche margine di manovra nell’utilizzo degli avanzi primari, ossia i saldi tra le entrate e le uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito. Una partita che ruota intorno a mezzo punto di Pil. La chiamano “flessibilità”, di fatto è solo un modo diverso, meno draconiano, di intendere l’austerità. Il documento non mette in discussione il principio del pareggio di bilancio, né la logica del deleveraging processche sta alla base del Fiscal Compact, per intenderci. Men che meno prova a ribaltare l’assioma secondo cui dalle secche in cui è piombata l’economia europea si esce con la destrutturazione di quello che rimane del welfare universalistico, con la svendita di asset pubblici strategici e con la cancellazione di fondamentali conquiste della civiltà del lavoro. Tutt’altro. Le “riforme strutturali”, insieme al potenziamento del “mercato interno” (austerità competitiva) ed alla piena liberalizzazione del mercato dei capitali (Capital Market Union), costituiscono i veri capisaldi di questa proposta italiana alla Ue. E gli investimenti? Oltre alla richiamata flessibilità di bilancio a regole invariate, il tutto è demandato agli effetti dell’ineffabile Piano Juncker e ad una migliore canalizzazione del risparmio privato verso i settori produttivi. Il che, tradotto, significa affidarsi ancora una volta alle magnifiche sorti e progressive dei mercati finanziari, delle cartolarizzazioni, per non dire, più prosaicamente, della finanza speculativa in quanto tale. D’altro canto, di «meccanismi di mutualità», legati ad un’eventuale emissione di eurobond, si parla esclusivamente, usando sempre il condizionale, con riferimento alla gestione dell’emergenza migranti, fatti salvi quelli espressamente invocati per puntellare (ancora) il traballante sistema bancario (Fondo europeo di garanzia dei depositi).

Si dà, invece, il via libera all’ipotesi di un ministro delle finanze europeo, la proposta formulata dai presidenti delle banche centrali tedesca e francese. In assenza di un governo politico e di un bilancio pubblico europeo adeguato ed indipendente dai trasferimenti dei singoli Stati membri, esso altro non sarebbe che un super-pretoriano a guardia dei piani di risanamento nazionali e dell’avanzamento delle “riforme strutturali”. Un super-ministro dell’austerità alle dipendenze di Berlino, insomma.

In realtà, per comprendere il significato di questa sortita del governo italiano, bisogna tener conto dell’andamento dell’economia del nostro Paese e delle cambiali che lo stesso ha sottoscritto per i prossimi anni. La nota di aggiornamento al Def 2015 dello scorso mese di settembre parlava di un «miglioramento» della previsione programmatica per il 2016 relativamente alla crescita del Pil, con una stima che passava dall’1,4% all’1,6%. Oggi, invece, nessuno scommette più su un incremento della ricchezza nazionale per l’anno in corso che sia superiore all’1%. Neanche il governo, a ben vedere. Il guaio, nondimeno, è che tutte le previsioni in materia di finanza pubblica erano state calibrate su quelle stime macroeconomiche, col rischio che adesso saltino in aria tutti gli impegni assunti sulla riduzione del rapporto debito/pil e sul conseguimento del pareggio di bilancio in termini strutturali entro il 2018. Tutto ciò, mentre rimane sub iudice la legge di stabilità per il 2016 e incombono le cosiddette “clausole di salvaguardia” (aumento automatico di Iva e accise).

Il gioco di Renzi è semplice: enfatizzare lo scontro con Bruxelles per portare a casa una piccola moratoria sui conti pubblici e, magari, qualche miliardo in più da spendere in vista dello showdown elettorale delle prossime politiche. Nel frattempo, potrà pure vendersi, sul piano interno, l’immagine del leader europeo che ha il coraggio di sfidare i sacerdoti dell’austerità. Il che, con la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee al minimo storico, non sarebbe neanche poco.

 

 

 

 

 

 

 

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