lunedì 24 settembre 2018

Tutt’altro che Serenissima: Venezia è ribelle

Tutt’altro che Serenissima: Venezia è ribelle

Scritte e bandiere contro Mose e Grandi Navi. Tracce di rivolte e utopie, tra passato e presente. In giro per la città lagunare accompagnati dalla Guida alla Venezia Ribelle

di Checchino Antonini

Gianni Berengo Gardin: Grande nave in uscita dal canale della Giudecca nel Bacino di San Marco tra Isola di San Giorgio e la Punta della Dogana. Venezia-aprile 2013
Gianni Berengo Gardin: Grande nave in uscita dal canale della Giudecca nel Bacino di San Marco tra Isola di San Giorgio e la Punta della Dogana. Venezia-aprile 2013

Sembra immutabile, fragilissima – certo – ma uguale alla cartolina che hai ricevuto da bambino. A pensarla da lontano sembra minacciata solo dall’acqua alta o dalle grandi griffes che sembrano nutrirsi di antiche botteghe. Ma, a guardarla più attento, a non seguire le scritte nere sulle frecce gialle (per Rialto, S.Marco, Accademia…), a scartare di lato i flussi di turisti, Venezia ti appare piena di scritte, graffiti e di bandiere appese alle finestre contro il Mose oppure contro le Grandi Navi, lenzuola che contestano la svendita di pezzi di città, isole intere, Poveglia, l’Arsenale. E dai muri le locandine ti avvisano di incontri, scontri, conflitti in corso, di carnevali alternativi e contro-mostre del cinema. No, Venezia non è una città pacificata, non lo è mai stata.

E non credere di essere il solo a scegliere itinerari alternativi, a seguire tracce di ribellioni, resistenze, utopie. «Altro che morte della città, vuota, decadente, lamentosa, ingorda “trappola turistica”! C’è una Venezia viva, ribelle e resistente, non rassegnata, mai piegata ai poteri, siano essi l’impero o il papato, l’occupante straniero o i padroni di ogni sorta. O il mercato», scrive la storica Maria Teresa Sega nella prefazione di “Guida alla Venezia ribelle”, di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano, con cui le edizioni Voland arricchiscono un catalogo che sta intercettando il desiderio diffuso di lettori capaci di sguardi incantati ma critici. La ricerca della memoria delle rivolte è anch’essa ribellione, anche solo a modelli di consumo.

Certo, «oggi è in mano a qualcuno che la vuole trasformare in un grande contenitore commerciale, di consumo – avverte lo scrittore Roberto Ferrucci, nel suo recente “Venezia è laguna” (ebook di Feltrinelli) – Il rischio di cui per anni si è scritto e parlato, di una Venezia non più città ma museo diffuso, contenitore commerciale, si sta compiendo. E sta andando oltre, perché l’idea di cultura del nuovo sindaco è proprio quella delle grandi navi. Venezia rischia di trasformarsi come l’interno di una nave da crociera, dove ci sono prima di tutto centinaia di negozi, decine di palestre, non so quanti fra ristoranti, bar, discoteche, saune, sale giochi, casinò e alla fine, sì, dài, anche un teatro. Ecco che cosa rischia di diventare – e definitivamente – Venezia». Appena insediato, Luigi Brugnaro, il nuovo sindaco di centrodestra (ma ammiratore di Renzi), ha censurato una mostra contro il passaggio delle grandi navi da crociera che Gianni Berengo Gardin, uno dei più grandi fotografi del mondo, aveva allestito per il Palazzo Ducale.

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E’ dunque dentro uno scontro perennemente in corso che si dispiega tra laguna, terraferma e centro storico, una città in continua mutazione dov’è possibile ritrovare gli echi delle lotte di donne e uomini contro l’oscurantismo, l’oppressione, il razzismo, la cementificazione. «Soprattutto abbiamo voluto respirare aria fresca, quella che viene dal mare e rianima ogni giorno la laguna – dicono Barzaghi e Fiano introducendo il volume – per allentare la morsa del canto funebre che da Morte a Venezia di Thomas Mann in poi sembra accompagnare in sottofondo ogni narrazione che riguardi la città».

Per quattrocento pagine, le autrici, un tempo voci di Radio Sherwood, intrecciano passato e presente rivelando una città, altrimenti quasi invisibile, in cui è possibile ritrovare l’eco delle lotte delle tabacchine agli albori del movimento operaio, della rabbia dei portuali o dei chimici, del coraggio dei partigiani, le storie di cortigiane ribelli, frati eretici, stampatori clandestini, case del popolo, osterie, radio libere, centri sociali, spiagge occupate e autogestire, ultrà solidali, orti collettivi, di matti confinati in isole più marginali, isole antichissime o artificiali, sovraffollate o in abbandono. «Venezia è le infinite città invisibili di Italo Calvino», rincara ancora la dose delle suggestioni Roberto Ferrucci.

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Perfino Piazza San Marco, quasi un non luogo per come pare imbalsamato, «nasconde tra le sue pietre innumerevoli aneddoti della Venezia ribelle di ieri e di oggi», non posso che rubare di nuovo le parole di Beatrice e Maria. Se ancora oggi il termine “ombra” indica qui il bicchiere di vino bevuto in compagnia è perché c’era l’usanza tra i veneziani di rifugiarsi in una delle osterie all’ombra del campanile. Qui fu decapitato nel 1355 l’unico doge che voleva sovvertire la Repubblica, quasi quattro secoli dopo è qui che si scatenò il ’48 contro gli austriaci e Daniele Manin, da una sedia del caffé Florian, proclamò di nuovo la Repubblica di Venezia. Per tutto il ‘900 sarà meta di cortei operai come quella volta, nel 1950, che un sindaco ex partigiano guidò da Marghera le tute blu della Breda e un giovane Gianni Rodari lo scrisse su l’Unità. Nel 1991 un fantoccio con le fattezze di Giulio Andreotti venne bruciato al centro della piazza contro l’imminente guerra in Iraq. Nel ’75 il Living Teathre trasformò la piazza in palcoscenico e i palazzi in quinte.

A poca distanza da lì, nel novembre del 2004, dodici attivisti No war prenotarono sotto mentite spoglie nel celeberrimo Harry’s Bar che, negli stessi giorni, forniva i pasti in catering al vertice Nato in corso al Lido. Prima di disperdersi fra le calli, lasciarono sul tavolo una consistente mancia per le maestranze e un biglietto: “Paga la Nato“. Ancora più solenne la “beffa del Goldoni”, sempre nel sestiere di San Marco, nel teatro più antico della laguna. Era il 12 marzo del 45: Cesco Chinello, Kim Arcalli e Michele Padoan, partigiani giovanissimi, fanno irruzione sul palco durante uno dei cambi di scena della pirandelliana Vestire gli ignudi. Pompieri e poliziotti vengono disarmati, i nazi e i repubblichini in platea tenuti sotto tiro mentre Chinello tiene un breve discorso prima di salutare il pubblico con un inchino e “innaffiarlo” di manifestini. La vicenda finì anche su Radio Londra.

dal settimanale LEFT n.ro 9 del 27 febbraio 2016

Guida-alla-Venezia-Ribelle

 

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2 Comments

    1. Checchino Antonini

      Non voleva essere un’enciclopedia della ribellione a Venezia ma sicuramente l’articolo voleva dare conto del senso di solidarietà e fratellanza di ogni ribellione che aspiri a un mondo migliore per tutti. non certo del nazionalismo delle rivolte dettate dall’egoismo di classe e dall’ignoranza anche se hanno le sembianze apparentemente buffe della pagliacciata da lei segnalata

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