martedì 13 novembre 2018

Cannabis: se la coltivi vai in galera, non se la compri dalle mafie

Cannabis: se la coltivi vai in galera, non se la compri dalle mafie

La Consulta conferma la disparità di trattamento tra chi coltiva la cannabis e chi la acquista dalle narcomafie. Nulla è cambiato dalla cancellazione della Fini Giovanardi: la denuncia della Million Marijuana March

di Checchino Antonini

e trovasti la legge

Cannabis: se la compri da uno spacciatore te la cavi con una multa, se la coltivi, evitando di alimentare le ricchezze delle ‘ndrine, allora vai in galera. Il proibizionismo è questo, checché ne dica gente come Giovanardi. E’ utile solo alle mafie. E’ il proibizionismo che ha creato i colossi economici e finanziari delle cosche. La Corte di appello di Brescia aveva posto alla Consulta proprio la questione di legittimità delle disposizioni della legge 309/90, nella parte in cui esclude che tra le condotte suscettibili di sola sanzione amministrativa, la coltivazione per uso personale di piante di cannabis, mentre le concede per il consumo. «Un ricorso assolutamente fondato sia dal punto di vista giuridico che da quello del buon senso, tanto che sono numerose le sentenze di moltissimi tribunali in giro per l’Italia che hanno equiparato le due condotte.” – ricorda Maria Stagnitta, presidente di Forum Droghe – la Corte, evitando di entrare nel merito dichiarando non fondata la questione di legittimità costituzionale, ha semplicemente richiamato il legislatore ai propri doveri».

«Comunque sia questo ricorso, e l’equivalenza logica fra il consumo e la coltivazione di cannabis per uso personale, riaccendono prepotentemente il faro sulla inadeguatezza di una legge che ha 26 anni – continua Stagnitta – giacciono da troppo tempo in Parlamento le proposte di legge per una nuova regolamentazione delle sostanze. In primis quelle porposte dal Cartello di Genova “Sulle orme di Don Gallo” per la revisione della 309/90 e quella sulla regolamentazione della coltivazione e del mercato della cannabis in Italia. Inoltre dopo l’entusiasmo, un po’ forzato, dei primi giorni anche la proposta di legge dell’intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis – sottoscritta da quasi 300 fra deputati e senatori – galleggia in commissione giustizia e affari sociali del Senato ed ancora non sono iniziate le audizioni. Riteniamo che sia precisa responsabilità del Parlamento e del Governo preoccuparsi di avviare una seria riflessione sul quadro normativo relativo alle droghe in Italia, a partire dalle proposte citate, e nel solco delle numerose recenti sperimentazioni internazionali, per giungere ad una nuova legge che faccia prevalere la ragione ed il buon senso, anche penale, rispetto alla foga proibizionista del passato». Anche Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, crede che «la via maestra è quella legislativa. Vogliamo un Parlamento e un Governo che sulla scia degli Stati Uniti cambino la politica sulle droghe e vadano verso la decriminalizzazione, la depenalizzazione e la legalizzazione. Solo così avremo meno consumi e garantiremo il diritto alla salute, togliendo potere e soldi alle mafie. Soldi da poter reinvestire nel welfare».

«La Corte costituzionale ha deciso che coltivare cannabis a uso personale continuerà a essere illegale. Si tratta di un’occasione persa da parte della Corte – dice Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista – La coltivazione per uso personale, infatti, non solo andrebbe legalizzata ma è una condizione essenziale per combattere le mafie e il narcotraffico. Il proibizionismo ha fallito su tutta la linea, è anacronistico che persista un  approccio puramente ideologico, repressivo, e che continui la criminalizzazione delle persone che consumano cannabis».

Ma a due anni dalla cancellazione della Fini-Giovanardi, la legge sulle droghe più repressiva d’Europa, non sembra essere cambiato nulla: «la repressione funziona a pieno ritmo, sperperando inutilmente denaro pubblico, i drug users continuano a subire vessazioni di ogni tipo, mentre gli obsoleti servizi sanitari faticano sempre più nell’intercettare gli ormai sfuggenti e diversificati trend dei consumi di sostanze – si legge in un appello, firmato dal cartello che indice anche in Italia la Million Marijuana March, che rilancia le ragioni del mondo antipro nella fase che precede la discussione parlamentare sulla legalizzazione.

«È necessario vagliare ipotesi differenti: regolamentare produzione, distribuzione e uso di sostanze oggi illegali, sembra una valida alternativa al regime di proibizione, la cui dannosità è più che un dato di fatto.

Diversi paesi nel mondo l’hanno capito e stanno muovendo in questa direzione: nel mese di aprile, infatti, la sessione speciale dell’Assemblea Generale ONU sulle droghe, UNGASS 2016, potrebbe segnare l’inizio di un lento, ma radicale cambiamento di rotta.

In Italia, ragioni di natura ideologica sommate alla dilagante corruzione, voluta e sostenuta a beneficio delle mafie, la cui benzina sono proprio le droghe, rallentano di fatto questa spinta al cambiamento. Un processo di miglioramento e promozione della salute che riguarda tutti e tutte. La cannabis, il cui uso oggi è prevalente e normalizzato, non rappresenta che il primo step di questo percorso diventato oramai necessario.

Basta guardare i numeri dei sequestri, per rendersi conto che la coltivazione di questa pianta, nonché la sua vendita nel mercato nero, rappresentano un fenomeno talmente diffuso da essere state esplicitamente incluse, insieme ad altre attività illegali, negli schemi di contabilità nazionale per il calcolo del PIL.

Leggi e sanzioni amministrative continuano tuttora ad impedire una benché minima rivendicazione della coltivazione ad uso personale, che, se fatta in ottica no-profit e con la possibilità di associarsi, potrebbe rappresentare un avanzamento in termini di accessibilità e di conseguente contrasto al mercato nero.

La politica istituzionale, insensibile ai reali bisogni della popolazione e mossa unicamente dal mercato, per ora, continua a fare orecchie da mercante, nell’attesa dei grossi investitori che sicuramente riusciranno ad essere più convincenti dei pazienti, degli assuntori e dei movimenti antiproibizionisti.

La paralisi totale del nostro governo su questa tematica è per altro testimoniata dall’aver rimandato per l’ennesima volta, a data nuovamente da stabilirsi, la Conferenza Governativa sulle Droghe, che non viene più convocata dal 2009, nonostante le indicazioni di legge (DRP309/90) ne impongano lo svolgimento ogni 3 anni. Una situazione, la nostra, a dir poco imbarazzante se consideriamo l’urgenza che gli altri Paesi hanno attribuito alla necessità di ridiscutere completamente le attuali politiche sulle droghe, tanto da aver anticipato al prossimo Aprile l’Assemblea Generale ONU inizialmente prevista nel 2019.

In questo panorama surreale, da circa un anno, il folto e trasversale intergruppo parlamentare “Cannabis legale”, si è detto intenzionato a cambiare la situazione anche in Italia, tramite una proposta di legge sulla cannabis a nostro avviso ambigua e mediocre, ma che a breve dovrebbe essere discussa in Parlamento.

Tale proposta, sostanzialmente formulata per introdurre il Monopolio di Stato sulla Cannabis, sottoporrebbe a regime di autorizzazione non solo le attività commerciali finalizzate alla realizzazione di un vantaggio economico, ma anche la coltivazione individuale e/o in forma associata senza alcuno scopo di lucro.

Infatti, sebbene l’articolo 5 della suddetta proposta sembrerebbe escludere dal regime di monopolio le attività finalizzate all’esclusivo consumo personale, in realtà, chiunque volesse coltivare qualche pianta di cannabis, in casa oppure concorrere alla costituzione di una Associazione secondo il modello dei Cannabis Social Club (CSC), sarebbe obbligato a comunicare all’ufficio regionale dei Monopoli di Stato le proprie generalità e l’indirizzo esatto del luogo di coltivazione, al fine di poter beneficiare di una sorta di implicita autorizzazione a procedere.

Pertanto, in questa fase che precede la discussione della proposta in Parlamento, da parte nostra è doveroso evidenziare le gravi conseguenze che potrebbero scaturire dalla creazione di un elenco contenente le generalità di tutti i coltivatori/consumatori di cannabis.

Poiché non è in discussione alcuna modifica delle altre leggi ed atti amministrativi che comunque riguardano il controllo di assunzione di stupefacenti, non ci sarebbe da meravigliarsi più di tanto se, subito dopo aver provveduto all’autodenuncia, si venisse convocati dalle Motorizzazioni civili per verificare la sussistenza dei requisiti di guida oppure sottoposti a drug-test periodici sui luoghi di lavoro e licenziati, laddove previsto.

Tutto ciò, senza nemmeno considerare la possibilità concreta, a partire dalla prima legge di Stabilità utile (la ex finanziaria), di utilizzare tale elenco per imporre una tassa su ogni pianta o, peggio ancora, per esercitare un’azione coercitiva sui coltivatori, qualora si decidesse di revocare l’autorizzazione per concorrenza sleale al monopolio di stato, proprio come è già accaduto altrove.

In altre parole, senza le opportune modifiche, questa proposta di legge potrebbe trasformarsi in un boomerang, in una schedatura di massa per chi coltiva la cannabis e non intende comprare in un regime di monopolio, a prezzi prestabiliti dall’alto e solo le varietà imposte dalle multinazionali, peraltro con le proprie tecniche di coltivazione.

Siamo consapevoli che il cavallo di battaglia del Sen. Benedetto Della Vedova & Co. è la grossa aspettativa economica legata alla “legalizzazione” della cannabis, tuttavia, per far sì che essa non si riveli una mera speculazione commerciale, crediamo nella necessità di una proposta di legge che rappresenti realmente le istanze della moltitudine di consumatori e NON SOLO gli interessi dei grossi investitori finanziari, già pronti ad accaparrarsi la coltivazione, la trasformazione, la distribuzione e la vendita, non appena la legge lo consentirà.

Non abbiamo nulla in contrario allo sviluppo del mercato legale, ma ciò non potrà che avvenire di pari passo con l’affermazione dei CSC e della libera coltivazione personale di cannabis. Non ci illudiamo che ciò possa avvenire in tempi brevi e, pertanto, continueremo il nostro lavoro di costruzione dal basso di alternative valide, organizzandoci per praticarle e diffonderle sul territorio.

Soprattutto per evitare che, ancora una volta, qualcuno decida il nostro futuro per noi. Per liberarci dal ricatto sociale promosso dall’attuale legislazione sulle droghe, dobbiamo muoverci subito.

Invitiamo pertanto il mondo dell’associazionismo solidale, che da sempre si occupa di ridurre i danni del proibizionismo, a rivendicare e far valere gli articoli condivisi e sottoscritti da tutte e tutti noi ne “La Carta dei Diritti delle Persone che usano sostanze”, promossa e firmata dal Cartello di Genova nel 2014. Quel documento per noi continua a rappresentare i principi base di una nuova, differente e seria legislazione in materia di sostanze.

La “Carta” fu redatta proprio come comune e condivisa base rivendicativa, da far valere con chi, in futuro, avesse voluto legiferare in materia. Non possiamo che sostenere un reale processo di liberazione della cannabis dal mercato nero, ma anche da qualsiasi altra forma di monopolio, come chiaramente illustrato negli articoli 12, 13 e 14 di tale documento.

Pertanto, disposti come sempre a scendere in piazza, anche contro questa proposta di legge, qualora le nostre istanze non dovessero essere accolte, esortiamo coloro davvero interessati ad una riforma normativa degna di questo nome a riconoscere innanzitutto la PIENA LICEITÀ della coltivazione individuale di cannabis, nel numero di piante ritenuto da loro più idoneo, ma senza trascendere da 3 richieste fondamentali:

  1. Per la coltivazione individuale entro i limiti di legge, escludere qualsiasi obbligo di comunicare generalità e luoghi di coltivazione, affinché non venga limitato oppure compromesso il Diritto soggettivo di costruire liberamente e difendere la propria sfera privata, nonché per evitare che tale obbligo possa divenire uno strumento coercitivo in caso di successivi mutamenti normativi.
  2. Per i Cannabis Social Club, escludere la promulgazione di qualsiasi normativa supplementare e/o alternativa rispetto a quanto già previsto ai sensi del Codice Civile sulla disciplina delle Associazioni, affinché non venga limitato oppure compromesso il Diritto dei consumatori di cannabis di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
  3. Adeguare subito il Codice del Lavoro e il Codice Stradale a una nuova concezione del consumo di cannabis, introducendo test più precisi, in grado di attestare l’effettiva capacità di lavorare/guidare all’atto della verifica, senza più punire l’uso pregresso in assenza di effetti psicoattivi, così come enunciato nell’articolo 11 della suddetta “Carta di Genova”.

 

 

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