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L’armadillo e il partigiano: ecco Kobane calling di ZeroCalcare

Invito alla lettura di “Kobane Calling” di Zerocalcare (Bao Publishing), reportage a fumetti dai territori dove il popolo curdo sperimenta il sogno dell’autonomia e l’incubo della guerra

di Francesco “baro” Barilli

zerocalcarekobane

Te lo confesso, sono preoccupato.

Mi dirai che è tipico mio: sono pessimista, vedo sempre tutto nero… E poi c’ho ‘sta fissa del “minimalismo intellettuale”: mi soffermo su piccoli episodi e ne ricavo – magari arbitrariamente – buoni o cattivi indizi in senso generale. Accetto la critica.

(a Kobane Calling e Zerocalcare ora ci arrivo, non mettermi fretta…)

Quindi, dicevo: troppe cose m’han fatto venire ‘sta epifania: in Italia non manca molto che a ricordare i partigiani ci sarà da stare attenti. Pure il 25 aprile sarà festa pacificatrice, “la piazza è di tutti” eccetera. Dirsi partigiano e antifascista sarà sinonimo di sovversivo. Fantapolitica? Ce la raccontiamo fra un paio d’anni…

Allora ti dico: ci vuole un libro come Kobane Calling (vedi che ci arrivo, prima o poi) a ricordare i valori della Resistenza. Ed è un bene che lo faccia un autore giovane parlando di vicende attuali e (solo apparentemente) lontane.

Perché, guarda, per me è questo il nodo di KC: è un libro partigiano.

COVER-KOBANE-CALLING

Che poi ci stanno molte altre cose da dire, su KC. E te le dico in ordine sparso, perché non voglio annoiarti con una recensione/pippone, perché ‘sto libro meriterebbe qualcosa di diverso e di meglio, ma quello lo lascio fare ad altri.

Cosa sia Kobane Calling lo sai già, però visto che non parliamo da soli lo ripeto per gli alieni che ancora non lo sanno: è un reportage a fumetti. Zerocalcare da Rebibbia è andato nei territori dove il popolo curdo (da troppo tempo represso e disperso fra Turchia, Siria e Iraq, e ora ferocemente minacciato dall’Isis o Daesh che dir si voglia) si è riorganizzato in una società secondo direttrici progressiste (emancipazione femminile, partecipazione dal basso, libertà religiosa, rispetto dell’ambiente). E combatte, contro Isis e non solo, la propria lotta (che poi non è “propria” ma di tutti; ma non come o perché lo dice Il Giornale). E Michele racconta di questa società e delle persone incontrate (positive e meno: combattenti, perseguitati politici, ma pure funzionari corrotti).

Oh, dico: Zerocalcare c’è andato, lì. E non per fare una passerella. C’è andato il “Michele Rech uomo”, che poi ha raccontato la storia come “Michele Rech detto Zerocalcare (fumettista)”. Questa è un po’ la sua ricetta da sempre, dalla Profezia dell’Armadillo in poi intendo: Michele mette se stesso nei suoi fumetti. Carne e sangue e pensieri e sentimenti, dico, e non è una novità. L’ho già detto altre volte: certo, la freschezza del tratto, l’ironia, la capacità di rappresentare le inquietudini di una generazione. Tutto vero, ma qualcuno dovrà pur dire che ciò che caratterizza davvero Zerocalcare è la sua umanità.

Però in KC c’è uno scatto, un qualcosa che non so dirti. Compare pochissimo l’armadillo. Ci sono più concessioni al “giornalismo grafico puro”. L’ironia c’è sempre, certo (alcune scene ti faranno ridere come sempre, credi a me!), ma stavolta sembra venata da una tenerezza malinconica. Credo che Michele stesso abbia sentito di partecipare a qualcosa di storico, di epocale, e vi si sia accostato con intelligenza e in punta di piedi.

C’è un punto del racconto, nella prima parte, quella già pubblicata tempo fa su Internazionale, dove parla “del cuore” (oh, io lo brutalizzo, sennò non finiamo più). Ecco cosa volevo dirti: lui c’è andato “col cuore”, capendo che quello era (è) “il cuore” di una battaglia che riguarda tutti (ma mica nel modo in cui bercia Salvini, eh, lo ripeto se prima non era chiaro!), è tornato e ha scritto “col cuore”. Capisci?

Insomma, io ti parlo nel giorno in cui – leggo – Bertinotti dice che il movimento operaio è morto e che in CL ha ritrovato un popolo. Zerocalcare la connessione sentimentale col popolo l’ha trovata a Kobane. Dai, non dirmi che devo pure commentare…

Poi altri ti diranno quanto è importante e innovativo KC per il fumetto italiano in generale. Magari sottolineando che è strano, se non paradossale, che il lavoro più completo e attuale sul Rojava arrivi da un fumetto e non dal “giornalismo classico”. Ed è giusto, e ti sembrerà paradossale che non lo faccia io, che pure ne scrivo, di fumetti. Però a me interessava dirti che, per me, questo è un libro che tocca il cuore (ancora…). Tu leggilo, ti farà bene. Poi mi dirai…

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