Austria, la tragedia non è andata in scena. Ma il dramma continua

Austria, la tragedia non è andata in scena. Ma il dramma continua

Austria (In)Felix | L’estrema destra non passa per un soffio. Spettacolare rimonta del verde van der Bellen rispetto al nazista Norbert Hofer

di Antonio Moscato

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La tragedia non è andata in scena, ma il dramma continua. Grazie soprattutto ai voti per corrispondenza, il candidato indipendente Alexander van der Bellen, sostenuto dai Verdi (Die Grünen) e arrivato secondo al primo turno delle elezioni presidenziali austriache del 24 aprile scorso [1], ha operato una spettacolare rimonta rispetto a Norbert Hofer, il candidato dell’estrema destra della FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs, Partito della libertà d’Austria), che al primo turno aveva un vantaggio di quasi il 14 % e che era quasi unanimamente dato per inevitabile vincitore.

Vittoria sul filo di lana, però: 50,3 % a Van der Bellen, contro il 49,7 % a Hofer, con un distacco dello 0,6 %, equivalentie a un pugno di voti, poco più di 30.000… Quel che basta comunque per fare tirare un sospiro di sollievo alle cancellerie di mezza Europa. Sì, ma per quanto? Un’estrema destra che sfiora il 50 % in un Paese sicuramente piccolo, ma non trascurabile come l’Austria, è un sonoro campanello d’allarme, l’ennesimo dopo la serie di successi, parziali o totali, conseguiti in vari Paesi da movimenti e partiti populisti non solo eurofobi, ma anche xenofobi e a volte fascisteggianti.

Cosa ci dicono i numeri

Van der Bellen vince a livello nazionale guadagnando rispetto al primo turno oltre un milione e 300.000 voti, contro i poco più di 700.000 supplementari ottenuti da Hofer. È evidente che il candidato dei Verdi ha rastrellato voti un po’ dovunque. In occasione del secondo turno, né il Partito socialdemocratico (SPÖ,Sozialdemokratische Partei Österreichs), né alcun altro partito aveva preso ufficialmente posizione per lui, anche se alcuni esponenti di primo piano della SPÖ, della ÖVP (Österreichische Volkspartei, Partito popolare austriaco) e persino la candidata indipendente di centrodestra Irmgard Griss si erano espressi, “personalmente”, a suo favore all’ultimo minuto. Ora, SPÖ e ÖVP al primo turno avevano ottenuto 470-480.000 voti ciascuno, mentre la Griss aveva superato gli 800.000. Qui dunque, oltre che in una diminuzione dell’astensione, sta il serbatoio di voti di Van der Bellen. E qui sta anche il primo limite della sua vittoria: oltre che risicata, è il risultato di un’ammucchiata difensiva da parte di un variegato arco di forze politiche che va da quel pochissimo che c’è di sinistra anticapitalista al centrodestra. Difficile pensare che in caso di elezioni legislative un simile “miracolo“ possa ripetersi.

Ma continuiamo ancora un po’ con i numeri. Nei nove Stati federati che compongono l’Austria, solo in quattro Van der Bellen ottiene la maggioranza: è di poco al di sopra alla media nazionale in Tirolo e nell’Austria Superiore (51,4 e 51,3 % rispettivamente), un po’ più robusta nel piccolo Vorarlberg (58,6 %), decisamente buona a Vienna (63,3 %). Ed è proprio e solo da Vienna che dipende la sua vittoria. Negli altri Stati è Hofer a spuntarla, con punte del 58,1 % in Carinzia (“piccola patria” dell’attuale FPÖ) e del 61,4 % nel Burgenland.

Al di là dei numeri

Le percentuali ci illuminano sulla distribuzione territoriale dell’elettorato d’estrema destra e dell’elettorato che, solo per comodità, definiremo un po’ avventatamente “antifascista”, ma ci dicono poco o niente sulla composizione sociale di questi due schieramenti. In attesa di studi accurati, che arriveranno fra qualche tempo, si può riportare un dato citato dal quotidiano «Le Monde» del 22 maggio: circa il 70 % degli operai austriaci (e il 51 % dei giovani sotto i 30 anni: in Austria si vota a partire dai 16 anni) avrebbe votato per il partito di Hofer. Il dato va preso con cautela, forse è esagerato, ma grosso modo è in linea con quanto riportato da altre fonti. E non stupisce troppo, se si pensa che secondo una esponente della gioventù socialdemocratica, fra gli iscritti al suo partito, la SPÖ, solo il 44 % sarebbe contrario a un’alleanza con la FPÖ, mentre il 39 % sarebbe favorevole (la fonte è il già citato «Le Monde»). E non si vede come potrebbe essere altrimenti, dato che numerosi esponenti socialdemocratici, sindacalisti compresi, hanno invitato a non “demonizzare” la FPÖ, a prendere in considerazione la eventualità, per non dire l’opportunità, di formare un’alleanza con questo partito (esperimento, peraltro, già realizzato negli scorsi anni a livello locale e anche di Stato federato).

La situazione austriaca è, come si vede, alquanto complessa, e dovremo ritornarci sopra presto, se possibile con contributi che vengono da quel Paese. Alcune considerazioni d’ordine generale, sia pure in modo sommario, possono comunque essere già anticipate.

Qualche considerazione preliminare

Innanzitutto, in Austria si registra l’ennesimo fallimento del bipartitismo (e del suo corollario particolare: la “grande coalizione”), già avvenuto o “in corso d’opera” in altri Paesi europei: dal Portogallo alla Spagna, all’Italia, alla Francia, e persino nella sua patria elettiva, il Regno Unito. Non si tratta solo del fallimento di una formula cara a tanti politologi, ma tutto sommato sostituibile con un’altra frutto di qualche ardita ingegneria elettorale (vero Boschi…), quanto piuttosto della crisistrutturale del sistema politico che ha governato molti Paesi europei per svariati decenni. Crisi determinata dall’accumularsi di tensioni, sempre meno governabili, a livello economico e sociale, fino a produrre una miscela che aspettava solo la classica scintilla per esplodere: nel caso dell’Austria e di altri Paesi questa è stata offerta dall’“ondata immigratoria”, ma dovrebbe essere chiaro a tutti che l’immigrazione ha funzionato piuttosto da catalizzatore (e capro espiatorio) di un malessere sociale, di un’insoddisfazione, di un’assenza di prospettive, di una sfiducia nel futuro che si sono generalizzati, che riguardano in misura maggiore o minore tutti i Paesi europei, e che non hanno trovato né trovano risposte da parte dei partiti “classici”, socialdemocratici o democristiani, sempre più indistinguibili tra loro, sempre più consociativi, sempre più ridotti a gusci semivuoti popolati da ristretti e privilegiati gruppi oligarchici.

E qui veniamo al secondo punto. Perché questo malessere sociale non si riversa, come dovrebbe essere naturale, a sinistra, ma sbanda invece verso destra? La risposta è sotto gli occhi di tutti, purché si abbia voglia di tenerli ben spalancati. Per la maggior parte della popolazione europea la socialdemocrazia, in tutte le sue variopinte varianti, è la sinistra, perché fatte salve poche eccezioni in pochi Paesi, la nostra sinistra, quella anticapitalista, è ridotta al lumicino, e spesso e volentieri occupata a discutere del sesso degli angeli. Sulle nostre responsabilità si è già detto molto in questo sito, e si continuerà a farlo. Ma sulle responsabilità della socialdemocrazia occorre insistere. Da anni, per non dire da decenni, la socialdemocrazia europea ha fatto di tutto per fare il vuoto alla sua sinistra. Per limitarci a esempi recenti, si pensi all’accanimento dimostrato contro la Grecia, sino a ottenere la capitolazione di Syriza, o alla vergognosa guerra di dossier in corso contro Podemos in Spagna. Gli sforzi fatti in questa direzione sono tali che, a quanto sembra, non le restano energie sufficienti per tirare almeno le orecchie al socialdemocratico Fico che in Slovacchia vara un governo con un partito d’estrema destra. Proprio come vorrebbero fare alcuni esponenti della socialdemocrazia austriaca.

Se la guerra contro la sinistra scatenata dalla socialdemocrazia si può spiegare entro certi limiti con banali motivazioni di concorrenza elettorale, superati questi limiti (e rimandiamo agli esempi citati) si entra in un terreno del tutto nuovo: la socialdemocrazia ha da tempo portato avanti un mutamento genetico, trasformandosi in social-liberalismo, ma si ostina a non mollare l’etichetta di “sinistra” [2] o, in certi casi di “centrosinistra”. Ci si può stupire allora che strati sempre maggiori di elettori, compresi settori crescenti di classe operaia, associno all’etichetta “sinistra” i contenuti sempre più antipopolari, sempre più antioperai, delle politiche “social-liberiste” portate avanti dalla socialdemocrazia? Il successo dei movimenti di destra europei sta tutto qui: si presentano e appaiono come l’unica alternativa credibile all’attuale stato di cose. Che non lo siano lo sappiamo, ma siamo relativamente pochi a saperlo. E comunque saperlo non basta.

Che fare allora, per scimmiottare Lenin? I giornali odierni saranno sicuramente zeppi di allarmati editoriali sul pericolo dell’estrema destra in Europa. Nella maggior parte dei casi si tratterà, di fatto, della riproposizione, con qualche variante, di quanto hanno già scritto a proposito della Francia, della Germania, della Polonia, dell’Italia, dell’Ungheria eccetera nel corso degli ultimi dieci, per non dire venti, anni. Dopo di che, nei prossimi giorni, torneranno a invitare governi e partiti a proseguire nelle politiche del rigore, dei tagli, delle privatizzazioni. E cioè inviteranno a riprodurre e ad aggravare le condizioni economiche e sociali che hanno spianato la strada alla crescita di quell’estrema destra che, apparentemente, tanto li turba.

Lasciamoli alle loro illusioni e alla loro cecità. Quanto alla sinistra anticapitalista o che comunque tale si definisce ha di fronte due strade: o continuare ad aggrapparsi a ciò che resta della socialdemocrazia (e “ciò che resta” va assottigliandosi ogni giorno di più), nell’illusione di fare così argine alla destra rampante e, nello stesso tempo, di concorrere a “raddrizzare” il suicida corso socialdemocratico; o intraprendere la costruzione di strumenti unitari di classe per ricostituire poli di riferimento alternativi e credibili agli occhi dei settori popolari e operai che abbiamo perso per strada in questi anni. Purché non si cada nella tentazione dell’“antifascismo”, militante o istituzionale. L’egemonia che l’estrema destra sta imponendo su settori sempre più larghi di strati popolari e di classe operaia non si distrugge a suon di spranghe né a suon di voti, e pertanto sono inutili sia la ricerca dello scontro diretto (discorso ovviamente diverso è quello dell’autodifesa) sia le ammucchiate di sigle stile Fronte popolare. L’egemonia dell’estrema destra si nutre di quel malessere sociale cui abbiamo già accennato: è a questo malessere che dobbiamo fornire risposte concrete, e non generiche, se vogliamo che la “fascistizzazione” in corso, che per ora riguarda realmente solo settori limitati della società europea [3], non si trasformi in un fenomeno di massa e duraturo.

[1] Vedi in questo sito Austria – Il fallimento della «Grande coalizione», un avvertimento per l’Europa

[2] Fenomeno non nuovo nella storia. Il Partito liberale danese, di centrodestra, si denomina ancora oggiVenstre («Sinistra»), forse in omaggio a quando, oltre un secolo fa, era la “sinistra” rispetto al partito conservatore… Stesso fenomeno in Norvegia.

[3] Il catastrofismo è sempre un cattivo consigliere. Se diamo per avvenuta, in atto, una “fascistizzazione” di larghi strati della società europea, compresi ampi settori popolari e operai, tanto vale che scegliamo la via dell’esilio, anche se non è chiaro dove. In realtà dobbiamo distinguere fra il voto di protesta, che costituisce ancora la parte preponderante dei voti all’estrema destra, e il voto “ideologico”, che ne rappresenta un nucleo importante, ma ancora minoritario. Certo, più il tempo passa e più dalla protesta generica si passa all’adesione ideologica. Per questo il fattore tempo è importante: la finestra temporale in cui l’egemonia dell’estrema destra non si è ancora consolidata è ancora aperta. Ma prima o poi si chiuderà. Così è avvenuto un po’ meno di un secolo fa.

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1 Commento

  1. Lorenzo

    L’articolo sottovaluta pesantemente il ruolo dell’invasione migratoria nella crescita della destra (per niente estrema – non ancora) e anche nei risultati delle elezioni austriache (determinante il fatto che un gran numero di immigrati stipati nelle periferie viennesi, a cui il regime ha accortamente garantito diritto di voto ma che normalmente si disinteressano di politica, si sono mobilitati contro Hofer).

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