Se vince Corbyn, il New Labour va in pensione

Se vince Corbyn, il New Labour va in pensione

Urne chiuse dal 21 settembre. La votazione per la leadership fa tremare l’establishment del Labour. Il partito è diviso, ma la base è con Corbyn

di Giampaolo Martinotti

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Segretario in carica, il 67enne Jeremy Corbyn ha dovuto combattere nei mesi scorsi una guerra senza precedenti esplosa proprio all’interno del suo partito, quello che il guerrafondaio Tony Blair aveva voluto ribattezzare New Labour segnandone la definitiva svolta a destra. Dopo il maldestro tentativo di defenestrare il vecchio Jeremy, e sulle ali dalla Brexit, l’establishment del partito aveva messo in piedi una feroce campagna di disinformazione per screditarlo agli occhi di una base sempre più compatta intorno al suo nuovo leader. Insomma, i militanti stanno dalla parte di Corbyn, mentre la maggioranza dei parlamentari laburisti sono schierati con un’élite “blairiana” che spera nell’elezione del 46enne Owen Smith per scongiurare la possibile svolta a sinistra del Labour.

Poco più di un anno fa Jeremy Corbyn aveva raccolto il 60% dei consensi, gli stessi che lo avevano proiettato a capo di un partito in piena crisi di identità dopo la sconfitta elettorale e le dimissioni dell’ex segretario Ed Miliband. E domani sarà un’altra volta il giorno della verità, dopo che alle 12 del 21 settembre si è ufficialmente conclusa la votazione per decidere la leadership. Fra tesserati e sostenitori, sono circa 640mila le preferenze espresse per indicare la via da seguire ad un partiro a rischio scissione. Le urne elettorali sono blindate e si aspetta di riaprirle per capire in maniera più chiara quale sarà il futuro del Partito Laburista britannico, mentre i risultati della contesa saranno comunicati prima dell’inaugurazione del congresso che si terrà a Liverpool e che si prospetta piuttosto infuocato.

Rabbia e panico, sono questi i sentimenti più diffusi all’interno di un establishment che guarda con estremo sospetto al riavvicinamento da parte dei sindacati, dei giovani e dei lavoratori, e di quella giovane sinistra anticapitalista convogliata nelle fila di Left Unity nel 2013 grazie anche all’impegno del popolare cineasta Ken Loach. Figlio di operai e cronista delle storie di vita di quella working class abbandonata dai potenti e schiacciata dalle politiche neoliberiste, il regista ha diretto personalmente un video promozionale per incoraggiare una possibile rivoluzione all’interno del Labour. Il forte senso di speranza e il profondo ottimismo che trapelano dallo schermo riassumono brillantemente le motivazioni che hanno spinto così tante persone a sostenere la campagna di Jeremy Corbyn.

Proprio l’esecutivo della Sinistra Unita britannica ha indetto una conferenza nazionale, in programma nel prossimo fine settimana, per capire il da farsi nel caso di una plausibile e auspicata riconferma dell’attuale segretario. Le opzioni sono plurime, ma la volontà principale è quella di formare una rete che possa collegare i militanti di sinistra sia al di fuori e sia all’interno di un Labour oggi innegabilmente diviso. In questo senso, il movimento indipendente e multigenerazionale che sostiene la leadership di Corbyn, Momentum, rappresenta un prezioso bacino di energie fresche. La collaborazione tra queste forze potrebbe lentamente influenzare da sinistra i precari equilibri del partito stesso, delineandone così quella svolta che si tradurrebbe, tra le altre cose, in lotta all’austerità e alle privatizzazioni, disarmo e democrazia, diritti e condizioni di lavoro dignitose, aumento degli standard salariali. Questo è il vero spauracchio di una élite laburista sull’orlo di una crisi di nervi.

Ma mentre la vittoria di Corbyn avrebbe la capacità di iniettare una buona dose di credibilità nel sistema del Labour, un partito che per decenni è stato lontano anni luce dai lavoratori e dai bisogni reali delle classi più disagiate, la povera retorica utilizzata da Smith è la solita cantilena in voga tra le classi dominanti. In pieno stile renziano, nel disperato tentativo di alimentare paure e paranoie, il candidato gradito all’establishment parla di un partito al bivio, di sconfitta permanente e delle catastrofi senza precedenti garantite dall’eventuale riconferma di Corbyn. Dal canto suo, non curante delle pesanti polemiche, il segretario laburista – di gran lunga favorito – richiama all’unità e propone di ridurre proprio i poteri della segreteria con l’obbiettivo di ricompattare il gruppo al di là del risultato di domani.

Nell’ultimo anno il Labour ha sicuramente attraversato grandi cambiamenti ma è importante ricordare come i conservaTory di Theresa May, seppur in difficoltà, abbiano mantenuto un certo vantaggio nei confronti dei rivali allopposizione. Già in primavera, la premier britannica potrebbe indire elezioni anticipate e, in questo caso, una formazione laburista divisa andrebbe incontro a una possibile sconfitta, tanto fatale per il partito quanto deprimente per il morale dei tanti nuovi iscritti. Ma chissà se Jeremy Corbyn, con l’aiuto dei suoi sostenitori, non riuscirà a superare anche questo ostacolo.

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