Colombia, ecco chi non vuole la pace

Colombia, ecco chi non vuole la pace

Colombia. La vittoria del No al Plebiscito sugli accordi di pace. Le possibili conseguenze. Intervista con Francesco Bogliacino, docente all’Universidad Nacional de Colombia

di Giampaolo Martinotti

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Il Plebiscito del 2 ottobre, vincolante solo per il Presidente colombiano, avrebbe dovuto ratificare l’Accordo di pace già firmato lunedì 26 settembre a Cartagena de las Indias proprio da Juan Manuel Santos e dal leader militare delle FARC, Timoléon Jimenez alias “Timochenko”. Con il sostegno del governo di L’Avana e quello della comunità internazionale, le lunghe trattative tra i rappresentanti del governo di Bogotà e i guerriglieri delle FARC avevano portato alla stesura di un documento di 297 pagine con il quale s’intendeva avviare un processo di normalizzazione del paese per ricucire quella ferita che in oltre 50 anni di conflitto armato ha lacerato profondamente la Colombia. Un po’ a sorpresa però la maggioranza dei colombiani, il 50,21%, ha rigettato l’intesa con un No alla pace che rischia di far ripiombare il paese in guerra. In questo contesto preoccupante, Santos si era affrettato a dichiarare “il cessate il fuoco resta definitivo”, mentre il comandante Timochenko aveva detto senza mezzi termini che “la pace trionferà”. Ma dopo l’esito del “referendum” si aprono scenari molto incerti. Formalmente le parti hanno infatti sottoscritto al punto 6.6 dell’Accordo l’impegno ad accettare il meccanismo di refrendación che eventualmente decidesse l’organo supremo del potere giudiziario, tuttavia, l’Accordo è stato blindato giuridicamente sotto il Diritto Internazionale Umanitario e quindi avrebbe valore costituzionale. Insomma, siamo ai cavilli giuridici, che normalmente non promettono nulla di buono. E ieri sera, infatti, il presidente Santos ha stabilito il 31 ottobre prossimo come data della fine del cessate il fuoco.

13 milioni di elettori. Il 50,21% ha detto No, il 49,79% invece ha sostenuto il Sì. Meno di 54 mila voti di differenza tra i due schieramenti. Ma circa il 60% degli aventi diritto di voto ha scelto l’astensionismo. Cosa indica questo dato?

Confesso che me lo aspettavo. In Colombia l’astensione è storicamente alta, per disaffezione verso un sistema che sebbene non abbia prodotto grandi dittature, è basato in una conventio ad escludendum. La mia analisi era semplice, il voto di opinione è minoritario, la maggior parte del voto si muove grazie a varie forme di clientelismo e all’influenza dei capibastone. Questi meccanismi non sono stati attivati, in assenza di un ritorno diretto. Qui non c’erano tanti soldi da elargire per la campagna e non c’erano temi direttamente legati alle questioni territoriali, per lo meno nelle zone non di conflitto che sono risultate appunto quelle decisive. Naturalmente non è la sola spiegazione possibile. Forse l’uragano Matthews ha tenuto molta gente dei caraibi in casa, e in quella regione il Sì è maggioritario. Forse molti hanno confidato nei sondaggi che davano vincente il Sì e sono rimasti a casa.

Nelle città e nella capitale, dove vivi e insegni, ha prevalso il No. Al contrario, come hai accennato, proprio nelle aree più colpite dal conflitto tra il governo e le FARC si è registrato un sostegno compatto della popolazione al Sì. Quali sono le ragioni di una dinamica per certi versi paradossale?

La mappa del voto non è propriamente città-campagna. Le zone più colpite dal conflitto sono quelle periferiche, diciamo l’anello più esterno della Colombia. Poi ci sono le zone più centrali, e come ultima c’è Bogotà (che ospita un quinto della popolazione). Nelle zone più colpite dal conflitto c’è una maggioranza netta per il Sì, così come a Bogotà; è il secondo anello, quello che ha pesato per il No. Buona parte però si spiega con il voto massivo per il No nella regione antioqueña (con capitale Medellin), che è proprio il baluardo di Uribe. Però c’è un elemento umano che mette una tristezza immane: a Toribío, nel Cauca, dove le FARC hanno fatto centinaia di attentati, ha vinto il Sì; a Bojayá, dove le FARC hanno lanciato un cilindro esplosivo sulla gente rifugiata nella Chiesa (uno dei peggiori massacri del conflitto colombiano) il voto per il Sì è stato il 95%. L’idea che le vittime perdonino e chiedano la fine del conflitto, e la destra antioqueña che il conflitto lo ha visto in TV decida per loro, è davvero disturbante.

In questo senso, qual è stato il ruolo dell’ex presidente Uribe nella campagna elettorale? Credi che il suo intento sia quello di destabilizzare il paese per ritornare al potere?

Uribe ha paura di essere incriminato. Tutta la sua cupola se la passa tra la galera e l’esilio, è difficile pensare che non sapesse nulla. Ovviamente è anche una persona che vuole il potere e probabilmente si sente davvero il guerriero salvatore della patria, ma la pericolosità deriva direttamente dal sentirsi accerchiato. Purtroppo il suo consenso è altissimo, e se a lungo termine verranno al pettine i nodi dell’economia (recessione per esempio), potremmo trovarci uno dei suoi al potere nel 2018. La campagna del Centro Democratico ha brillato per bugie e allarmismi ridicoli.

Alla luce del risultato del Plebiscito, quali potrebbero essere i contraccolpi istituzionali?

Il punto è che il piano B non lo aveva nessuno e meno di tutti la destra, il cui piano inconfessato era perdere di poco, per soffiare sul fuoco del malcontento economico (Santos è destra neoliberale, non dimentichiamo) e capitalizzare su un paese spaccato. Adesso circolano proposte ridicole, per esempio il Centro Democratico (il partito di Uribe) ha chiesto che non si tocchi il tema agrario, che è come dire, facciamo finta che il conflitto non ci sia. Nella logica delle cose, le uniche uscite che vedo sono: a) modificazioni cosmetiche per dare un contentino alla destra; b) assemblea costituente; c) l’accordo rimane così com’è, ma si fanno compromessi sulle leggi di attuazione, per esempio sul tema della legge di amnistia. La terza sarebbe quella di buon senso, la seconda la migliore da un punto di vista politico (anche per coinvolgere magari l’ELN), la prima la più rischiosa perché quattro anni di trattative creano certi equilibri che possono rompersi generando un totale fallimento.

Ci saranno anche delle conseguenze economiche? Se sì, quali?

Svalutazione del peso colombiano, aggiustamento al rialzo del rischio del paese, incertezza. A medio termine, se non si implementano gli accordi e non si prendono certe decisioni, il paese potrebbe essere costretto a fare più austerità (ma per una serie complicata di ragioni su cui non mi dilungo). Tutto ciò è importante, ma mi spaventano le conseguenze a lungo termine in questo momento.

Negli ultimi giorni alcuni analisti hanno ricordato come, in precendeza, accordi di questo genere si siano conclusi con il massacro dei guerriglieri che avevano deposto le armi nella speranza di partecipare pacificamente alla vita politica del proprio paese. Dopo il risultato del Plebiscito però il presidente Santos ha subito confermato il rispetto del cessate il fuoco, mentre ieri sera lo stesso Santos ne ha prevista la fine entro il 31 ottobre. Il conflitto armato potrebbe riprendere?

Anche su questo punto gli analisti peccano di ingenuità. Ovviamente le FARC hanno dichiarato che la Pace è irreversibile, ma stiamo parlando della cupola, che entrerà in politica e soprattutto verranno a Bogotà. Il problema è cosa succede ai quadri intermedi e ai livelli bassi, che devono fare i conti con le zone rurali. Menziono solo due problemi chiave: 1) se lo Stato non è capace di garantire con la macchina politica il risultato del Plebiscito, chi avrà fiducia che garantisca la sicurezza degli ex guerriglieri? 2) Il conflitto colombiano, come scrissi all’indomani dell’Accordo, non è solo risentimento, ma anche “bottino”. Esiste chi non vuole gli accordi, per rimanere nel Narcotraffico, magari entrando nella delinquenza comune. Con il No gli hanno offerto l’alibi perfetto.

Esistono delle analogie tra la Brexit e il No espresso dai colombiani nella consultazione del 2 ottobre?

Lo hanno citato tutti. Diciamo che si assomigliano per la “competenza” dei sondaggisti, l’ingenuità politica del Governo, l’ipocrisia di sfruttare un malcontento vero con un ventaglio di menzogne, e lo stallo provocato ex post.

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