mercoledì 19 dicembre 2018

Quant’è fico Andy Warhol a Genova

Quant’è fico Andy Warhol a Genova

A Palazzo Ducale, l’allestimento su Andy Warhol: 170 tra icone, ritratti, disegni, polaroid, tele, prints, sculture, oggetti e  illustrazioni per l’infanzia. Il rapporto con l’Italia, la comunicazione e la pubblicità

da Genova, Claudio Marradi

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Andy Warhol è vivo e lotta insieme a noi. Magari rivoluzionario da tastiera, proprio come tutti noi, quando firmiamo petizioni a raffica per le cause più svariate. Oppure a una di quelle feste molto glamour che amava tanto, in compagnia di John Lennon, Elvis, Freddie Mercury e tutti i non morti belli e dannati del rock. Anzi, il più vivo di tutti  a ben vedere è proprio lui  che, a differenza di tanti decessi per eccessi chimici o alcolici, se n’è andato, ormai quasi trent’anni orsono,  per le complicazioni di una banale operazione chirurgica alla cistifellea.  Così, almeno,  lo immagina Luca Beatrice, curatore della mostra “Andy Warhol. Pop society”, prodotta e organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e da 24 ORE Cultura. E che porta nelle sale di Palazzo Ducale di Genova, fino al prossimo 26 febbraio, circa 170 opere tra tele, prints, disegni, polaroid, sculture, oggetti e perfino  illustrazioni per l’infanzia provenienti da collezioni private, musei e fondazioni pubbliche e private italiane e straniere.

Articolata in sei linee conduttrici  – le icone, i ritratti, i disegni, il rapporto con l’Italia, le polaroid, la comunicazione e la pubblicità – l’esposizione,  con il suo allestimento assai “fico”, per usare l’espressione dello stesso curatore, copre l’intero arco dell’attività dell’artista più famoso e popolare del secolo scorso. E che  apre l’epoca dell’arte contemporanea, così come ancora la intendiamo oggi.

Perché se Guy Debord della società dello spettacolo fu il critico più affilato, Warhol ne è stato il cantore ispirato fino alla devozione:  “credo nella televisione, ci ho sempre creduto” amava ripetere. E fu lo sciamano, il sacerdote di una religione che lo possedeva totalmente fino ad esiti profetici, con  l’anticipazione di  così tanti tratti del mondo contemporaneo. Come l’annichilimento mediale di qualsiasi capacità di fare autentica esperienza del reale, anche quando questo ci investe violentemente.  Per lui nel tentato omicidio da parte della femminista estremista Valerie Solanas, che inneggiava alla  castrazione del maschio e che gli sparò il 3 giugno 1968.

“Quando ti capita qualcosa davvero è come guardare la tv: non senti niente. Nel preciso istante in cui mi sparavano seppi che stavo guardando la televisione”, furono le sue disarmanti parole dopo essere stato tre giorni tra la vita e la morte. O, ancora, quando prese a sfornare falce e martelli e ritratti di Mao e Lenin e se la rideva quando gli chiedevano se fosse comunista. Nello stesso momento, del resto,  in un’altra magistrale operazione di marketing culturale dall’altra parte dell’Atlantico, quattro ragazzotti che non sapevano suonare e chi si facevano chiamare Sex Pistols indossavano ai concerti t-shirt con la svastica anche senza essere nazisti, anzi fregandosene altamente della politica. Era infatti cominciata la danza effervescente dei segni che si sganciavano dal proprio referente. E a partire proprio dai più densi e pesanti del Novecento, quei loghi delle ideologie naziste e comuniste che avevano posto il sigillo sul massacro del secondo  conflitto mondiale. Ma anche, nella produzione warholiana,  con la reiterazione del simbolo del dollaro, ovvero dell’ideologia del mercato, tanto forte da essersi “venduta” oggi come condizione naturale delle cose.

O come, infine,  nell’efficace allestimento dell’ultima sala dell’esposizione nell’ex cappella del Palazzo, quella delle polaroid dove lui stesso medesimo, Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger e altre celebrities ci guardano da una novantina di  piccole istantanee che ricordano le fotine dei profili di Facebook. Appese a una superficie a specchio che riflette sempre e innanzitutto noi stessi che gironzoliamo da uno all’altro, rimandano a un processo di molecolarizzazione e democratizzazione delle logiche narcisistiche dello star-system  che le piattaforme social hanno definitivamente generalizzato.  Aggiornando  così la più nota delle citazioni warholiane: “ognuno in futuro avrà diritto ad almeno 15 minuti di celebrità”.  Ma anche ad almeno 15 “mi piace” cliccati sui suoi post.

 

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