giovedì 15 novembre 2018

Pedofilia, la mappa degli abusi del clero e dei rifugi

Pedofilia, la mappa degli abusi del clero e dei rifugi

La Rete L’Abuso ha compilato la mappa dei casi di pedofilia attribuiti a membri del clero (almeno il 2% del totale) molti dei quali finiscono in rifugi gestiti dalla Chiesa per “curarsi”. In Italia ce ne sono almeno 5

di Ercole Olmi

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Caso per caso, la Rete l’Abuso, ha prodotto la mappa degli abusi sessuali, commessi in Italia dai membri del clero, e dei luoghi di cura riservati ai preti in odore di pedofilia. Nella mappa il raggruppamento di tutti i casi noti, quelli giunti al 3° grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla. Solo Italia circa 100 sacerdoti risultano attualmente indagati e più di 120 condannati solo negli ultimi 15 anni.

Di molti di loro se ne sono perse le tracce, altri invece ricompaiono dopo anni passati non si sa dove in altre parrocchie, lontani da dove avevano commesso gli abusi. Altri vengono invece mandati a curarsi in strutture della chiesa. Nei luoghi di cura vengono ospitati sacerdoti con varie problematiche, tra cui la pedofilia,  per nasconderli da occhi indiscreti in attesa di una futura destinazione, altre volte per scontare la pena ai domiciliari. In Italia la rete ha contato cinque di questi “rifugi”: Villa Sacro Cuore, appena fuori Città di Castello (Perugia), 56 posti letto in mezzo alla campagna; Villa Iride, Verbania, 18 camere con bagno privato, cappella e serra dove gli ospiti possono coltivare ortaggi e erbe aromatiche. Prima era considerata una prigione, oggi solo una casa per dimenticare. Ancora, Casa Madre di Trento (Verbania) gestita dai Padri Venturini, dove ogni ospite è avvolto dal più assoluto riserbo e nessuno degli stessi sacerdoti della comunità conosce i motivi dei ricoveri. In provincia di Perugia, a Collevalenza, c’è anche il Santuario dell’Amore misericordioso, dove i vescovi italiani, per anni, hanno svolto le loro assemblee generali e la comunità dell’Amore misericordioso gestisce una casa annessa al santuario dove sono ospitati sacerdoti con problemi che vanno dall’alcool alla pedofilia. Infine l’Oasi di Elim, la «clinica» per i preti orchi della diocesi di Roma a soli cento metri da una scuola materna (l’asilo Madre del Divino Amore sulla via Ardeatina).

Spiega la rete che «in tutte queste strutture vengono seguiti percorsi di vario genere, da quello terapeutico a quello spirituale, in ogni caso però la pedofilia viene trattata come una malattia dando così l’idea di curarla, e alla fine del percorso, spesso dettato solo dall’esigenza, vengono reintegrati nelle parrocchie. Va detto però che la pedofilia è una grave devianza della personalità, la percentuale dei pedofili che anche dopo il carcere tornano a reiterare il crimine è altissima. Viene da se che reintegrare un sacerdote con tali devianze in una parrocchia è quanto meno rischiosissimo. Lo vieterebbe anche la recente introduzione del certificato anti pedofilia, se non fosse che in Italia sono esenti dall’esibirlo non solo i preti, ma anche tutte le categorie storicamente più a rischio come quella del volontariato o dei lavoratori autonomi. Questa leggerezza nella prevenzione, i frequenti insabbiamenti per evitare gli scandali e i pagliativi come questi, sono spesso la causa dell’altissima percentuale degli abusi che avvengono nel clero».

Anche se l’Italia, a differenza di molti altri Stati Membri dell’UE, non ha mai voluto avviare una Commissione Parlamentare di Inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno, esiste un dato attendibile, anche se in difetto con quel 4% dichiarato nel 2009 dal cardinale Claudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero: nel 2014, Eugenio Scalfari scrisse che per papa Francesco «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento». Un dato che il Vaticano non ha mai smentito come ha fatto per altri contenuti di quell’articolo del fondatore di Repubblica. Secondo Federico Tulli, autore di due libri sul fenomeno della pedofilia clericale, quel 2% è una percentuale da 20 a 200 volte più elevata di quella stimata riguardo le professioni che si svolgono a contatto con i bambini (educatore, allenatore, maestro, ecc). A conti fatti, dei circa 30mila sacerdoti che vivono tra noi, i pedofili potrebbero essere almeno 600. E l’abuso è un crimine seriale e ci sono preti pedofili che hanno confessato oltre 130 stupri (come quel padre Geoghan che ha dato il via all’inchiesta di Spotlight). Così, mentre la commissione ad hoc, istituita da Bergoglio, sembra essersi arenata (l’attivista Peter Saunders l’ha lasciata sbattendo la porta perché l’organismo non starebbe facendo nulla), la ministra Boschi ha avuto un’ideona: inserire un sacerdote nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia, «una scelta – dice Francesco Zanardi, portavoce della rete – a dir poco grottesca tenuto conto che entrambi gli stati, Italia e Vaticano, sono tutt’ora inadempienti alle raccomandazioni fatte nel 2014 dalla Commissione Onu per la tutela del fanciullo».

 

 

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