giovedì 15 novembre 2018

CETA: Strasburgo senza vergogna, bocciato ricorso alla Corte di Giustizia

CETA: Strasburgo senza vergogna, bocciato ricorso alla Corte di Giustizia

CETA: l’europarlamento boccia ricorso alla Corte di Giustizia Europea. Stop TTIP Italia: «Fatto grave e preoccupante. Mettiamo gli eurodeputati sotto pressione e chiediamo conto delle loro azioni»

di Francesco Ruggeri

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Con 419 voti contrari e 258 favorevoli, il Parlamento europeo ha da poco bocciato la proposta di far esprimere la Corte di Giustizia Europea sulla compatibilità del CETA, l’Accordo di libero scambio tra Canada e Unione Europea in via di ratifica, con i Trattati Europei.

Dopo aver impedito all’aula di discuterne poco più di due giorni fa, una netta maggioranza di eurodeputati, tra cui molti italiani, ha oggi respinto una richiesta tvotorasversale di parere istituzionale promossa da 84 europarlamentari la settimana scorsa. 

«Purtroppo oggi in aula a Strasburgo, la sessione plenaria del Parlamento Europeo ha dato vita ad un’altra brutta pagina per l’istituzione di cui faccio parte, votando a maggioranza contro l’ipotesi di postporre il voto sul CETA, il trattato economico tra Ue e Canada, e contro la possibilità di ricorrere alla Corte di giustizia europea per stabilirne la compatibilità coi trattati UE – commenta Eleonora Forenza, eurodeputata de L’Altra Europa – GUE/NGL – una maggioranza, o meglio una “larga intesa” tra popolari e socialisti, centrodestra e centrosinistra, si è assunta oggi la responsabilità di “accelerare” l’iter di questo trattato che minaccia la salute, i diritti e le democrazie. Noi del gruppo della Sinistra Unitaria Europea (GUE/NGL) abbiamo ovviamente votato per chiedere più tempo per poter discutere del CETA, continueremo nonostante il voto di oggi a dare battaglia, dentro e fuori le aule del Parlamento UE».

«Siamo estremamente delusi – afferma Yannick Jadot, portavoce dei Verdi/Ale e vicepresidente della Commissione Commercio Internazionali – dal fatto che la maggioranza dei deputati abbia scelto di rigettare il nostro appello di inviare il Ceta alla Corte di Giustizia europea. Date le enormi controversie sorte intorno all’accordo e le questioni serie che sono state poste sulla sua compatibilità con i trattati dell’Ue, c’è materia per interpellare la Corte. Infatti, come ha sottolineato la Corte costituzionale tedesca, la legalità della cooperazione regolamentare può essere messa in dubbio». «In più, i tribunali arbitrali privati previsti nel Ceta potrebbero essere anch’essi incompatibili con il diritto Ue», osserva ancora Jadot.

«Un fatto grave e preoccupante», sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia. «Dopo aver messo il bavaglio a una discussione democratica alcuni giorni fa, oggi il Presidente Schultz ha messo in votazione la risoluzione impedendo agli eurodeputati di poter motivare il proprio voto. La risoluzione di oggi, se fosse stata approvata, avrebbe permesso di avere il parere autorevole della Corte di Giustizia Europea sul fatto che il CETA non metta in discussione il diritto comunitario. Volevano impedire ai Parlamenti nazionali di esprimersi, ora stanno mettendo il bavaglio al Parlamento Europeo. L’approvazione del CETA non deve avere ostacoli democratici, per il Partito Popolare Europeo e i Socialdemocratici (il raggruppamento in cui ha un ruolo decisivo il “nostro” Pd). Molti parlamentari hanno votato a favore di un dibattito contro l’indicazione dei loro partiti e questo dimostra che le nostre argomentazioni sono convincenti. La maggioranza a Strasburgo sta correndo per quello: per evitare che siano sempre di più quelli che si rendono conto del grave errore che stanno facendo nel sostenere il Ceta».

«Stanotte il gruppo dei Socialdemocratici si è spaccato sull’approvazione della risoluzione», precisa Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia. «Per questo si è impedito un dibattito chiaro e approfondito anche oggi. Ci sono stati 419 eurodeputati che hanno scelto di dare priorità all’interesse commerciale piuttosto che al diritto comunitario, come Campagna Stop TTIP Italia pubblicheremo i loro nomi e i cognomi, così da permettere agli elettori di chiedere conto del voto dato e della loro posizione sul CETA. Ora, fino al 14 dicembre giorno della ratifica finale, mettiamoli sotto pressione».

La campagna Stop TTIP Italia invita a rilanciare e a diffondere l’iniziativa “Adotta un Europarlamentare”, con l’obiettivo di fare pressioni sugli eurodeputati in vista della ratifica finale del CETA prevista a Strasburgo per il 14 dicembre.

CETA significa “Comprehensive Economic and Trade Agreement”, che in italiano è stato tradotto come “Accordo commerciale ed economico globale”. Di un accordo del genere si era parlato per la prima volta in una conferenza ad Ottawa, nel marzo del 2004 solo cinque anni dopo, nel maggio del 2009 sono stati avviati i negoziati. Nel 2014 l’accordo è stato concluso ed è iniziato il processo di approvazione da parte dei singoli paesi europei. Il CETA è un documento di 1598 pagine e centinaia di articoli per l’eliminazione della gran parte delle tariffe doganali tra Ue e Canada e consentire alle imprese di partecipare alle gare per gli appalti pubblici da questa o quella riva dell’Atlantico. L’accordo prevede anche la tutela del marchio di alcuni prodotti agricoli e alimentari tipici, come richiesto dagli agricoltori europei nel braccio di ferro negoziale. La grande magagna sta negli ISDS, “Investor-state dispute settlement”, o, in italiano, clausole per la “Risoluzione delle controversie tra investitore e stato”: clausole che consentono di fare causa a uno stato davanti a un arbitrato internazionale, indipendente dalla giustizia ordinaria, nel caso in cui un investitore ritenga di essere stato ingiustamente danneggiato. Tutto ciò nell’intento di creare un clima più attraente per gli investimenti. Per risolvere queste controversie, il CETA stabilisce la creazione di un tribunale permanente, con giudici scelti da Canada e Unione Europea, tra i quali saranno sorteggiati quelli che si occuperanno dei singoli casi. Gli ISDS sono già previsti in moltissimi trattati commerciali ma ONG e società civile ritengono che sia pericolosissimo dare la possibilità alle società private di fare causa agli stati. Oggi l’Italia si trova coinvolta in sei procedimenti in cui imprese estere hanno invocato un arbitrato internazionale. Allo stesso tempo, le imprese italiane sono impegnate in 30 cause dello stesso tipo contro altri paesi.

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