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Fascismo tardivo: i limiti dell’analogia

E’ giusto definire movimenti simili al fascismo le dinamiche che hanno portato al potere Trump in Usa, Szydlo in Polonia e Orbàn in Ungheria? L’analisi di Nadal

di Alejandro Nadal

Basquiat Mudec
Basquiat Mudec

Molti analisti hanno assimilato la dinamica che ha portato Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti con quella di un movimento simile al fascismo. Infatti, la qualifica di fascista si utilizza con frequenza nei confronti dello stesso Trump, a maggior ragione dopo gli avvenimenti di Charlottesville dello scorso agosto, quando una sfilata di neonazisti è terminata con l’assassinio di una donna che protestava contro l’odio espresso dai manifestanti e contro le loro bandiere con la svastica. Trump non ha perso occasioni per equiparare i neonazisti a quanti manifestavano contro e, per molte sue parole, è degno di essere definito fascista.
Anche per diversi movimenti politici di destra arrivati al potere in Europa si utilizza il termine fascista, soprattutto nei casi dei governi di Beata Szydlo in Polonia e di Viktor Orbàn in Ungheria. Ma c’è qualcosa che non va in questo linguaggio.

Alberto Toscano, dell’Università di Londra, in una conferenza data all’inizio di quest’anno ha presentato un’analisi interessante su questa forma di descrivere l’auge del populismo di destra (Il testo integrale, in inglese, si può trovare su historicalmaterialism.org)
Per Toscano l’analogia con il fascismo ha seri limiti che è necessario comprendere per potere avanzare a livello analitico. Per iniziar, il fascismo che s’impose in Italia nel 1922 e poi nel 1933 in Germania, sono strettamente legati alla risposta della classe capitalista di fronte alla vigorosa ascesa del movimento operaio. Le contro-istituzioni che questo movimento riuscì a costruire (e qui utilizzo la terminologia che Antoni Domenech, filosofo spagnolo scomparso di recente a Barcellona, ha usato nel suo magistrale libro “El eclipse de la fraternidad. Una revisión republicana de la tradición socialista”)sia a livello politico che cultura, arrivavano a minacciare le basi stesse della riproduzione delle relazioni sociali del capitalismo. Fermare l’ascesa e l’avanzamento della lotta operaia era un imperativo, anche se sarebbe stato necessario ricorrere ad una parte di quelle masse non amiche del capitalismo. Così, dopo alcune titubanze, la classe capitalista di quei paesi accettarono di finanziare ad appoggiare i movimenti nazi-fascisti, che già si nutrivano degli elementi più reazionari della società, con l’obiettivo di distruggere le contro-istituzioni che la classe operaia aveva eretto.

Secondo Toscano, la maggior parte delle analisi sul fascismo trovarono un vincolo diretto con la necessità di eliminare un ostacolo che minacciava l’accumulazione capitalista, anche se per farlo sarebbe stato necessario distruggere ciò che restava della democrazia parlamentare liberale. Da questa prospettiva il fascismo è stata la soluzione imposta dalla classe dominante di fronte alla sfida proposta dalla classe operaia ben organizzata.
Tuttavia oggi, afferma Toscano, non siamo in presenza di qualcosa che assomigli alle condizioni degli anni 1922-1933 in Europa. Attualmente non c’è nulla al mondo che assomiglia a una minaccia di classe operaia ben organizzata in lotta contro l’egemonia del capitale, pertanto non si può giustificare l’analogia di una presidenza malata come quella di Trump con la storia del fascismo.
E’ vero che il ritmo dell’accumulazione del capitale è rallentato (e per questo gli economisti dell’establishment parlano di stagnazione secolare), ma gli ostacolo non provengono da una classe operaia militante e ben organizzata ma da fattori come il dominio del capitale finanziario, la sovrapproduzione, la crescente disuguaglianza e il suo corollario, la debolezza cronica della domanda effettiva. In nessun luogo appare qualcosa che somigli alle contro-istituzioni che la classe operaia potrebbe mettere in piedi per assicurare la transizione ad altro tipo di relazioni economiche.

E dunque, come spiegare i tratti fascistoidi della presidenza Trump e dei movimento di estrema destra in Europa? Nel cercare di rispondere Toscano fa riferimento alle analisi sul fascismo che vanno da Ernst Bloch e la Scuola di Francoforte, fino alle intuizioni di Georges Bataille e di Pier Paolo Pasolini. Queste riflessioni sono certamente molto rilevanti, ma dalla mia prospettiva non giustificano il lasciar da parte il ruolo che ha giocato una sinistra istituzionale sempre più timorosa e preoccupata di conquistare più voti che realizzare un lavoro politico rilevante.

Nel caso degli Stati Uniti il tradimento del partito democratica nei confronti della classe operaia è elemento chiave per spiegare il disincanto di una importante parte dell’elettorato che ha votato per Trump, punendo così la corrotta dinastia Clinton legatissima a Wall Strett.
Recentemente il teorico italiano Franco Berardi, fondatore di Radio Alice a Bologna, ha sottolineato che i lavoratori traditi dalla sinistra istituzional-riformista si sono vendicati votando per candidati come Trump. In tal senso, afferma Berardi, la sinistra istituzional-riformista ha aperto le porte al fascismo avendo scelto di servire il capitalismo finanziario e di applicare le riforme neoliberiste. La punizione al momento di votare non si è fatta attendere.

Fonte OtherNews – traduzione di Marina Zenobio

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