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La Catalogna si indigna per l’arresto dei due Jordi

A mezzogiorno la Catalogna si è fermata mentre risuonavano le sirene dei pompieri. Migliaia di persone davanti a luoghi di lavoro, municipi, ospedali al grido di ‘Libertat!’

di Francesco Ruggeri

Barcellona, migliaia in piazza per liberazione leader indipendentisti

A due giorni dallo scadere dell’ultimatum di Madrid, la Catalogna si è di nuovo riversata in piazza ieri per denunciare l’arresto dei due dirigenti della società civile indipendentista Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, decisa da una giudice spagnola che li accusa di «sedizione». L’arresto dei presidenti di Anc e Omnium, le organizzazioni che hanno firmato le manifestazioni oceaniche per l’indipendenza della festa nazionale della Diada negli ultimi cinque anni, ha suscitato dure reazioni. La notizia del loro fermo ha provocato già ieri notte ‘caceroladas’ di protesta in tutta la Catalogna. La giudice è Carmen Lamela, del Tribunale Speciale antiterrorismo ereditato dalla dittatura franchista. Jordi Sanchez e di Jordi Cuixart, rispettivamente sono il capo dell’Assemblea Nazionale Catalana e di Omnium Cultural, le principali associazioni indipendentiste catalane, accusati del reato di “sedizione” punibile con condanne dai 15 ai 25 anni di carcere. L’arresto dei due importanti esponenti sovranisti avviene da parte di un regime, il “regime del 78”, frutto dell’autoriforma del franchismo, e che ha riempito le carceri spagnole di prigionieri politici baschi, non solo legati alla lotta armata, ma anche leader politici e sindacali, intellettuali, giornalisti, esponenti della cultura e dell’associazionismo. 
Così la magistratura e il governo hanno risposto all’invito al dialogo lanciato ieri dal President Carles Puigdemont, subito respinto da Rajoy che ha dato fino a giovedì al Govern per chiarire se ha proclamato l’indipendenza e in caso affermativo pagarne le conseguenze sul piano repressivo.

Il presidente Carles Puigdemont ha detto che in Spagna ci sono di nuovo «detenuti politici» e il Govern ha denunciato «una vergogna democratica». Tutto lo schieramento indipendentista è insorto, condannando un ritorno alle pratiche del franchismo. «La Spagna è la nuova Turchia», ha accusato il repubblicano Gabriel Rufian. «La Spagna non è una democrazia», gli ha fatto eco il capogruppo della coalizione di Puigdemont Luis Corominas. La Cup, l’ala sinistra e più intransigente del fronte secessionista, ha proposto uno sciopero generale. Anche il leader di Podemos Pablo Iglesias ha ammesso di provare «vergogna».

Sanchez e Cuixart sono accusati di «sedizione» per le manifestazioni di protesta del 20-21 settembre dopo il blitz della Guardia Civil contro le sedi del governo catalano e l’arresto di 14 alti funzionari. Decine di migliaia di persone si erano riunite davanti al ministero dell’Economia. La Guardia Civil rimase bloccata all’interno per alcune ore. «Non sono detenuti politici, sono politici detenuti», ha detto il ministro della Giustizia spagnolo Rafael Català respingendo le accuse. Mentre il prefetto in Catalogna Eric Millo ha aggiunto che sono indagati «non per le loro idee ma per le loro azioni». Senza però convincere il popolo indipendentista.

A mezzogiorno la Catalogna si è fermata mentre risuonavano le sirene dei pompieri per chiedere la liberazione dei due. Migliaia di persone si sono concentrate davanti a luoghi di lavoro, municipi, ospedali al grido di ‘Libertat!’ e cantando ‘Els Segadors’, l’inno nazionale catalano. Anc e Omnia hanno organizzato in serata una grande manifestazione al lume delle candele su Avinguda Meridiana a Barcellona. I ‘due Jordi’ sono i primi politici indipendentisti finiti in manette. Ma nessuno in Catalogna è pronto a scommettere siano gli ultimi. La procura spagnola e esponenti del Pp del premier Mariano Rajoy hanno già minacciato di arresto lo stesso presidente Carles Puigdemont. E giovedì scade l’ultimatum di Rajoy: il ‘President’ deve smentire di avere dichiarato l’indipendenza, o scatterà l’articolo 155 della Costituzione, che consentirà a Madrid di prendere il controllo delle competenze del ‘Govern’, destituire presidente e ministri, e convocare elezioni anticipate. Scatenando un probabile sollevamento.

Oggi Puigdemont ha convocato i ministri per decidere come rispondere. Il portavoce, Jordi Turull, ha annunciato che la risposta sarà la stessa di lunedì. Il ‘president’ rilancerà solo l’offerta di un dialogo senza condizioni per due mesi. Ipotesi finora respinta da Rajoy. Nel fronte indipendentista crescono intanto le pressioni su Puigdemont perché proclami la Repubblica se sarà attivato il 155: la frattura, a quel punto, potrebbe diventare insanabile e le conseguenze catastrofiche. Per i catalani e gli spagnoli.

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