Com’è profondo il Veneto. Ormai è un libro giallo

Com’è profondo il Veneto. Ormai è un libro giallo

Ci vuole un giallo per spiegare il Veneto e il Nordest. Nelle sale e in libreria, Finché c’è prosecco c’è speranza

da Treviso, Enrico Baldin

Esiste un Veneto profondo che in alcuni – nelle forme più diverse – provano a raccontare. Un libro giallo ed un film da cui è tratta la trama, ci provano a loro modo. E’ nelle sale – specie in quelle del nordest – Finché c’è prosecco c’è speranza, tratto dall’omonimo libro di Fulvio Ervas, scrittore veneto come il regista Antonio Padovan.

La storia è quella del conte Ancillotto, un ricco e conosciuto imprenditore viti-vinicolo che muore suicida, non senza un programma chiaro e preciso su come debbano essere “sistemate” certe cose in seguito alla sua morte. Nei programmi di Ancillotto infatti vi sono i suoi sentimenti più contrastanti: amore e odio, bontà e rivalsa. E non è la sua morte a impedirgli di “veder realizzati” alcuni suoi propositi: a partire dalla morte di un industriale avverso a lui, alle sue vigne e al suo territorio.

A indagare su ciò che accadrà dalla morte di Ancillotto è il commissario Stucky, interpretato da un Giuseppe Battiston a suo agio nella parte. Stucky, pur impacciato, goffo e preso dai suoi dolori familiari, darà prova di avere buone intuizioni, aiutato anche da una rete di conoscenze coltivate gentilmente tra quelle colline dell’alto trevigiano che ospitano la storia. Stucky pazientemente e non senza ostacoli, intesse relazioni, raccoglie elementi e ricostruisce una trama non particolarmente aggrovigliata.

Il giallo è godibile, ironico e serio allo stesso tempo. Sullo sfondo il tema è quello della salute del territorio e dei suoi abitanti. Una salute sovente messa a repentaglio dall’uomo stesso, che per il profitto giunge non di rado a inquinare e avvelenare la terra e l’aria che respira. In questo senso il film centra il problema di quel Veneto profondo scarsamente in grado di fare autocritica e di guardarsi dentro. Un Veneto che da un lato si bea della bellezza dei suoi luoghi e dal fasto dei suoi successi commerciali (il Prosecco è tra essi), dall’altro lato si preoccupa poco di riflettere sulla sua capacità masochista di autodistruggersi.

Una capacità non innata però, che potrebbe essere lenita tornando indietro, guardando alle origini, cercando tra la saggezza popolare di chi abitava queste terre e le rispettava. In questo senso il faro agli adombrati problemi di quel Veneto profondo, raccontati sottilmente ma efficacemente dal film, pare essere una delle frasi di apertura, che il conte Ancillotto ricorda come insegnamento di un suo avo: «Quando un giorno questa terra sarà tua, ricordati che anche tu sarai suo». Forse si tratta solo di capire che tra l’uomo e la Terra che risiede vi è una stretta ed inscindibile interdipendenza: trattare la Terra con amore significa trattare con amore i suoi abitanti.

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