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Capossela, un inverno d’ombre e di luce

Vinicio Capossela, l’epica del sotterraneo al tour Ombre nell’inverno

di Maurizio Zuccari

Vinicio Capossela, Ombre nell’inverno, foto Chico De Luigi

L’inizio è col cappellaccio piumato e le fascine della Bestia nel grano, con le timbriche di Scorza di mulo, la fine è con la pianola e la struggente mestizia di Ovunque proteggi. In mezzo ci stanno due ore e mezza d’ombre e spaventi, nebbie e riflessi, burla e patimenti. Non è un concerto, non sono canzoni ma racconti in musica quelli che Vinicio Capossela propina al suo popolo, agli sgoccioli del tour nei teatri italiani. Ombre nell’inverno dopo la tappa all’auditorium romano di via della Conciliazione chiude a Bologna e Bergamo. Un ultimo giro di tricche e ballacche iniziato nell’estate 2016 con i concerti di Polvere, altra faccia del tour e del doppio cd dello scorso anno, Canzoni della cupa, all’abbrivio di tutto.

Polvere, ombra. Luce di campi assolati, di sole e sudore, e tenebra di caput mundi e fine d’anno. «Strettoia dove passano tutti i fantasmi, gli spettri e le ombre generate dal fuoco del racconto. La stagione delle fiabe ma anche quella delle grandi solitudini, del gelo e dei fiammiferi», dice Vinicio. Le creature della penombra e del mito ci sono tutte in questo spettacolo di giocoleria verbale e musicale a base d’ombre similcinesi e suoni arcaici, in questi racconti in musica che ripropongono l’immaginifico bestiario caposseliano, i suoi personaggi mai domi. Tutte le creature della Cupa s’inverano e dibattono qui, ché se è vero che non vogliono cure esse chiedono vita.

La chiedono il fastidioso Maranchino, il piccolo Mazzamauriello e la Cupa, altrettanto piccola ma demoniaca e pesantissima per chi s’incaponisce a portarla, la Malombra che pure schiaccia il petto e il Pumminale, il maiale mannaro dalle troppe voglie al chiaro di luna, carne di porco cristiano per le perfide Masciare, come i povericristi che s’imbattono in esse. E la chiedono tutte l’altre, uscite non dall’ombra dei fossi e da un tempo di stenti più stentati di questo, ma dalla rutilante vena del cantore di Hannover nell’arco della sua quasi trentennale calcata di palco. Pianoforti non scampati all’oblìo né al desìo, marajà e marinai, polpi malati d’amore e solitudine, sirenette e naufraghi.

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È una lotta, una ballata contro il mal di vivere quella che Vinicio porta in teatro e si porta appresso da sei lustri, quasi, con cui dà sfogo ai suoi mali e alle paure di tutti. E tutti l’accolgono, quasi fosse profeta che conduce a nuovi mondi, non bastante questo ai dimenticati figli. C’è n’è per tutti gli spaventi, per tutte le età, tra i suoi: vegliardi che battono il tempo e poppanti che s’appisolano in collo ai genitori. Questo è il suo pubblico, ed è un altro dei miracoli di questo Fregoli con la passione dei cappelli che trova il tempo, in chiusa di spettacolo, di trasmutarsi in Santo Nicola. Il santo dei poverelli che scalda gli adepti al fuoco del racconto e dei cerini gettati in un bidone di latta, sdegnoso del Santa Claus consumista e accompagnato da esseri cornuti e pelosi, archetipi mostruosi cari alle culture popolari.

In questa sarabanda d’ombre, di suoni e immaginifici spaventi è l’epico che comanda. Il richiamo a un mondo lontano che più non è né presumibilmente mai più verrà. «Le cose per essere vere devono partire da lontano», confida alla penna di Antonio Gnoli l’artista tornato ai ritmi della paterna Irpinia. «Se vuoi comunicare la perfezione devi stare alla larga da un sacco di cose. Devi essere distante da tutto». Molto distante da ciò che fa tendenza nell’oggi e molto vicino alle cose, al sale della terra e del mondo ctonio che va scavando e scarnificando da un pezzo. Ben oltre gli esordi dell’Una e trentacinque circa, disco del ‘90 che gli fece vincere il premio Tenco. Incaparbito più che mai nel disvelare e portare alla luce, anche nel prossimo lavoro sul bestiario medievale, le radici nascoste del mondo come sola ancora di salvezza del divenire. L’epica del sotterraneo contro gli abbagli dell’oggi. «È epico tutto quello che viene sottratto alla disattenzione, alla banalità, alla frustrazione. E non devi essere necessariamente un eroe per provare a vivere tutto questo». Basta essere Capossela. Un artista unico, in tempi dove la memoria manca e l’epica falla.

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