mercoledì 19 settembre 2018

Allora & Calzadilla, Blackout sul presente

Allora & Calzadilla, Blackout sul presente

Il duo porta al Maxxi le contraddizioni della periferia dell’impero come guasti del mondo. Bella idea, ma il nuovo non c’è
di Maurizio Zuccari

Blackout, 2017. Sotto, Track and Field, 2011. In home Solar Catastrophe, 2016, foto Manuela Giusto

C’è un destino che accomuna uomini e paesi, a volte. Un bel bimbo vede mutare le promesse di un’infanzia felice in via Crucis. Un luogo prospero e ricco può tramutarsi in inferno. È il caso di Portorico. La Borikén dei Taìno, sterminati dagli spagnoli come ogni popolo amerindo, strappata dagli Stati Uniti a questi ultimi con una guerra di conquista coloniale che ha lasciato l’isola caraibica nell’ambiguo stato “non incorporato” fin dal 1917, come varie isole del Pacifico e d’altrove. Geniale trovata che ha permesso ai portoricani d’essere soldati e contribuenti, senza concedergli neppure il diritto di voto al Congresso o nelle farsesche elezioni del presidente Usa. Portorico, dunque. Un paradiso in terra, se non fosse che allo stato di colonia statunitense unisce la bancarotta in cui il magro turismo è una panacea, alla povertà endemica la crisi strutturale e gli uragani che s’abbattono sulle Grandi Antille. Gli ultimi, a settembre, hanno fatto oltre 1.300 morti e riportato parte del paese all’età dei Taìno.

Da tutto questo Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla prendono spunto. Dai guai del paese in cui vivono, per raccontare i guasti del mondo. È un’arte, quella del duo – statunitense lei, cubano lui – che si nutre e reifica nel vissuto dei tempi, si fa provocazione intellettuale e denuncia. San Juan, capitale dell’“isla del encanto” che Colombo battezzò San Giovanni, appunto, e in un ventennio ha visto dimezzarsi la popolazione, come il resto dell’isola dove gli emigranti sono più dei residenti, è il laboratorio di questa coppia che l’ha eletta a residenza. Dà lì propaga la sua visione dell’oggi, in una cortocircuitazione che vuol rendere leggero il grevore dei temi, tracciabile la complessità dei tempi. Una mappatura che racconta in forma artistica, con un rovesciamento di senso provocatorio e spiazzante, società e geografia della periferia dimenticata dell’impero, paradigma delle periferie del mondo globalizzato e armato.

Track and field, 2011 @Manuela Giusto
track-and-field-2011

Come già in Track and field, la pancia d’un carrarmato rovesciato e trasmutata in pedaliera da jogging, o nel bancomat a canne d’organo esposti alla Biennale di Venezia del 2011, dove la coppia venne prescelta per rappresentare gli Usa, sono opere che mettono in mostra il blackout contemporaneo, al pari di Portorico priva di corrente elettrica. E Blackout (2017), i resti di un trasformatore elettrico esploso nel 2016, paralizzando l’isola, è pure il titolo della mostra inaugurata al Maxxi di Roma, a cura del direttore Hou Haru e di Anne Palopoli, sulla scia delle precedenti esposizioni su artisti impegnati a cambiare a loro modo il mondo come Utopia for sale, Please come back o, buon ultimo, Piero Gilardi in Nature forever.

Una decina d’opere, non più, riempiono gli spazi obliqui della galleria 5 al terzo e ultimo piano del Museo del XXI secolo che s’affaccia con le sue vetrate squadrate sulla città. Da Petrified petrol pump (2012), una pompa di benzina pietrificata, fossile del nostro tempo, ai pannelli solari di Solar catastrophe (2016) ricomposti in detriti astratti e geometrici dagli echi modernisti. Soprattutto video, surreali e sonori – la matrice acustica è connotante l’opera concettuale dei due artisti – dove una scrivania si fa barca, una tromba tubo di scappamento, una campana appesa al braccio d’una pala meccanica segna il tempo di una demolizione, un mantra echeggia tra le volte della Cueva vientos, sede di un primigenio mito Taìno.

Ma Blackout non fa luce sul presente. Per le opere in mostra come per il percorso del duo vale lo stesso discorso. Lo spiazzamento prodotto da Allora & Calzadilla riecheggia ready made di duchampiana memoria, provocazioni di tendenza e fini a sé stesse. Tanto maggiore è la mole dei lavori, forti i temi trattati, quanto la denuncia risulta concettualmente di maniera, contenitore materico paradossalmente eccessivo e povero rispetto al contenuto. Coltello di poca lama e tanto manico per le contraddizioni esposte. Quando tutto si spegne è ora di fare qualcosa di nuovo, recita il claim della mostra. Bello il ciclo e l’idea – meno la sua reificazione – ma il nuovo dov’è? Fino al 30 maggio, www.maxxi.it.

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