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C’è bisogno di intellettuali

Perché, a dispetto di Gramsci, mai come oggi c’è un disperato bisogno di intellettuali nella società

Da un po’ di tempo a questa parte non si fa altro che parlare del PD. Il PD di qua, il PD di là, la sconfitta, la debacle, il renzismo, il partito di sinistra che non è più nemmeno di centrosinistra. E via dicendo.

Si, è vero, si è parlato anche di distanza della sinistra (tutta) da quella che era la sua base naturale. Qualcuno ha anche riconosciuto la suicida tendenza alla divisione. Si va dicendo così che la sinistra deve tornare nei quartieri, nelle piazze, nelle fabbriche (quelle che ancora sono rimaste) e nei centri commerciali, che sono le fabbriche di oggi. Bene tutto, per carità, ma si sente parlare poco di idee. Soprattutto, non una parola è stata spesa sulla generazione delle idee, e quindi su una figura storica della sinistra che sembra essere scomparsa dal panorama delle strutture politiche: l’intellettuale.

Adesso qualcuno storcerà il naso e dirà che sono discorsi “vetero”, che gli intellettuali sono inutili, o che addirittura sono pericolosi. Già Gramsci li accusava di protezionismo paternalistico verso gli “Umili” per via della cesura che frapponevano fra loro e il popolo, in nome di una propria superiorità[1]. Non voglio entrare nel merito, non mi compete, ma dedicare un minimo di attenzione al loro ruolo, qui, oggi (e anche domani), credo sia quantomeno necessario.

Perché, a dispetto di Gramsci, mai come oggi c’è un disperato bisogno di intellettuali nella società. Non di quei vecchi barbogi arroccati su polverose cattedre universitarie/scolastiche, a pontificare sulla storia passata e su come stavamo meglio quando stavamo peggio. Non di studiosi di numeri, statistiche e bilanci, che cercano di leggere in un futuro dominato dalla finanza e non dall’economia. Non di sociologi militanti né tantomeno di tuttologi o massmediologi da talk show, o di leoni da tastiera sui social. Ma di persone che vivano il presente e nel presente, giustamente consapevoli del passato e con un occhio sempre attento al possibile futuro. Donne e uomini capaci di studiare, in primis, di capire e di restituire, senza presunzione, ciò che hanno appreso, nei modi e nelle forme che i diversi contesti esigeranno, persone che abbiano la volontà di mettersi in gioco.

La posta in gioco è alta: il cambiamento è ormai una condizione permanente della società, e quindi anche delle singole esistenze. Queste esistenze, le nostre, che mai come oggi sono smarrite, inseguite e insidiate da un mercato feroce, che le vuole docili consumatrici di tutto: di idee, di merci, di cibo, di altre esistenze.

Purché consumino come se non ci fosse un domani.

Ma il domani, ahimè, c’è. E pochi sono attrezzati per affrontarlo. Non tutti sono pronti ad affrontarlo da sinistra. Quanti siano in grado di governarlo è una domanda ricorrente. Di capaci di determinarlo, forse il famigerato 1%, che impone il cambiamento al restante 99%.

Per non essere travolti, da fenomeni sui quali non abbiamo controllo ma soprattutto da noi stessi e dalle nostre reazioni, servono persone e parole nuove, in linea con i  tempi senza esserne succubi. Servono soluzioni complesse, perché i problemi della contemporaneità sono complessi, ma allo stesso tempo bisogna imparare a tradurre la complessità in un linguaggio diretto e comprensibile, e in azioni concrete ed efficaci. Altrimenti sarà ben difficile governare il cambiamento, o anche solo sopravvivergli. Perché senza il contatto con il mondo reale, che è fatto di persone reali e non di teoria, non si governa né si cambia granché. E pazienza se emergerà un po’ di paternalismo: nulla si può escludere a priori, ma è il male minore.

Si potrà dire che però c’è il problema dei filtri, quelli che ciascuno ha ormai introiettato dalla propria esperienza e utilizza per dare un significato al (proprio) mondo. Vero, e inevitabile.

Nessuno è perfetto. Cominciare dal riconoscerlo, con onestà, sarebbe già un primo passo verso la laicità del pensiero che deve essere la prima dote dell’intellettuale. Il secondo sarà l’astensione da quella forma di relativismo che ha caratterizzato il recente pensiero debole di certa politica.

I passi successivi speriamo di farli tutti insieme.

[1] Cfr. A. Gramsci, Quaderni del Carcere, Quaderno XXI, §3

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