domenica 18 novembre 2018

Jihad in Occidente, la “neo-umma” in un libro pubblicato in Francia

Jihad in Occidente, la “neo-umma” in un libro pubblicato in Francia

Da uno degli ultimi numeri di Rumiyah, la rivista di Isis, le istruzioni per attentati con camion ariete

In attesa della pubblicazione dell’edizione italiana del libro di Farhad Khosrokhavar “La nuova jihad in occidente”, pubblichiamo la traduzione [*] di un’intervista all’autore, in forma di conversazione, apparso su diploweb.com, rivista francofona di geopolitica

Quali sono le leve sociologiche, antropologiche, politiche e urbane della jihad nei paesi occidentali? Conversazione con Farhad Khosrokhavar

di Farhad Khosrokhavar e Ivan Sand

Farhad Khosrokhavar èè direttore dell’Osservatorio delle radicalizzazioni della Fondazione delle Scienze dell’Uomo (FMSH). Ha recentemente pubblicato “La nuova jihad in occidente” per le edizioni Robert Laffont. Ivan Sand Dottorando presso L’istituto Francese di Geopolitica (IFG, Università di Parigi VIII) collabora con Diploweb dal 2013. È anche incaricato di studi al Centro Di studi Strategici Aerospaziali (CESA dell’Aeronautica, presso la Scuola Militare, dove dirige la sezione editoriale

Direttore dell’Osservatorio delle radicalizzazioni della Fondazione Maison dell’Homme (FMSH), Farhad Khosrokhavar a recentemente pubblicato “La nuova jihad in Occidente” per le edizioni Robert Laffont. Risultato di più di 10 anni di ricerche, quest’opera disseziona le spinte sociologiche, antropologiche, ma anche politiche e urbane nei paesi occidentali. A scanso di spiegazioni semplicistiche, questa summa c’invita a riflettere sulle cause profonde del successo di questo fenomeno nelle nostre democrazie. Risponde alle domande di Ivan Sand per Diploweb

Ivan Sand (I. S.) : quale percorso intellettuale l’ha condotta alla pubblicazione di quest’opera. Pensa che le leve sociali del jihadismo in occidente siano spesso mal comprese o mal valutate?

Farhad Khosrokhavar (F. K.) : Ad oggi, sarà una trentina d’anni che lavoro sulla questione del jihadismo. È A partire dalla rivoluzione iraniana del 10979 che mi sono interrogato sul fenomeno: malgrado quell’ondata di secolarizzazione che è iniziata con la Turchia e L’Iran, è riemersa una interpretazione radicale dell’Islam. All’inizio nel l’islam sciita, prima di raggiungere il sunnismo. Il approccio è stato prima di tutto sociologico ed antropologico malgrado la maggior parte dei lavori, spesso realizzati grazie a finanziamenti di agenzie d’intelligence, soprattutto negli stati uniti, si concentravano sulla logica delle reti e la  formazione dei gruppi. Questa dimensione, che è legittima, occulta generalmente le altre e offre una visione unilaterale del jihadismo. Al contrario io definisco il jihadismo come “fatto sociale totale” perché implica molte altre sfaccettature: l’antropologia della famiglia, la situazione socio-economica dei mussulmani in Europa, l’utopia del califfato, il fattore urbano. Considerare una sola di queste dimensioni non può offrire un’immagine soddisfacente della complessità del fenomeno.

I. S. : Nella sua opera, fa una distinzione tra due gruppi di jihadisti: quelli delle classi più modeste, spesso degli individui che provengono dall’immigrazione e mussulmani, e quelli della classe media, dove c’è un numero importante di convertiti all’islam. Questi due gruppi non sono più collegati di quanto sembri?

F. K. : Direi che questi due gruppi non sono amalgamati nella società francese e, precisamente, che il jihadismo gli offre l’occasione di amalgamarsi, in seno a quella che io chiamo una “Neo-umma” [umma, comunità dei mussulmani, Nota di traduzione] effervescente. Essi non sono totalmente separati ma il tipo di traiettoria è differente. Per i giovani di origine immigrata e delle classi popolari, la dimensione urbana gioca un ruolo primario, legato ai banlieu [quartiere satellite periferici delle metropoli francesi, Nota di traduzione], che non si riscontra per il gruppo della classe media. Allo stesso modo, il passaggio attraverso la delinquenza e, abbastanza spesso, la prigione è una realtà per il primo gruppo e non per il secondo. La situazione familiare costituisce una terza differenza tra questi due tipi di traiettoria: c’è, per tutti e due, una crisi della famiglia, ma questa non è vissuta nello stesso modo. Le donne sono sovra-rappresentate nella classe media e sotto-rappresentate tra i giovani dei banlieu. Dal punto di vista generazionale, gli adolescenti ed i post-adolescenti sono molto più numerosi nelle piccole classi medie.

I. S. : Tra i giovani delle classi più povere, identifica il jihadismo come “una contro-umiliazione ostentativa inflitta alla società”. Direbbe che è l’umiliazione il fattore più importante nel processo di adesione al jihadismo?

F. K. : Tra i giovani d’origine immigrata, l’umiliazione gioca un ruolo fondamentale, un’umiliazione che interessa in realtà più dimensioni. Prima di tutto, questi giovani percepiscono una negazione della cittadinanza. Sono “francesi sulla carta”. In Germania si chiamano “Pass Deutsche”, perché sarebbero tedeschi solo sul passaporto, non nella realtà. Incontriamo questo tipo di espressione in altri Paesi europei. Provenire dai banlieu provoca allo stesso modo una perdita di dignità perché questi giovani portano in loro il fatto di abitare in quartieri che hanno una pessima reputazione. C’è un certo numero di fattori che fanno in modo che pensino di non appartenere ad alcun gruppo. Non si sentono, ad esempio, né francesi, né algerini e trasformano questo “né-né negativo” in un “né-né positivo” attraverso il bias della religione. L’islam radicale offre loro la possibilità di arrampicarsi al di sopra di questo livello. Si tratta d’una inversione del vettore d’indegnità: questa nuova identità offerta dal jihadismo è una costruzione di se, non esplosa tra diverse idee antiche ed astratte, ma come realizzazione plenaria e che, inoltre, ha della dignità. Questa appartenenza nuova significa per loro: “voi mi disprezzate, ora io sono degno e anche più degno di voi.

Tra i giovani della classe media, le cose si coniugano in un altro modo, poiché non c’è questo sentimento di umiliazione. C’è innanzitutto un sentimento di anomia [1] di fronte ad una società dove si vive ciascuno per conto suo. Molti dei percorsi testimoniano una volontà non soddisfatta di fare qualcosa d’umanitario. L’incertezza davanti l’avvenire è allo stesso modo un motore molto importante, associato ad una paura di pauperizzazione e declassamento. Il modo di strutturazione del radicalismo non è identico.

I. S. : A proposito del sentimento di solitudine presente nelle società moderne, menziona un altro fattore che può sembrare sorprendente: la tristezza e la noia nelle società pacificate dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questa idea è assimilabile a quelle che portarono ad altre forme di radicalismo negli anni ’80 o ’90?

F. K. : In effetti l’immaginario della guerra è spesso identificato con la festa che arriva a rompere la noia del quotidiano. Non è che una dimensione dell’attrattività del jihadismo ma si riscontra molto spesso. Più in generale, noi viviamo in società che non hanno più utopia. Nel XIX° e XX° secolo, numerose utopie (repubblicana, comunista, marxista, ecc.) sono servite a proiettare delle società ideali in un avvenire indeterminato. Oggi, più gente non crede a un paradiso socialista e più nessun partito ha una vocazione utopica. Daesh propone un’utopia. Quella di una comunità salda ed effervescente che io chiamo “neo-umma”.

Prima di tutto, sul piano familiare, Daesh colma anche un un vuoto nelle società che hanno detronizzato il padre. La dimensione paternalista di Daesh, che si sostituisce al padre, ha attirato molti giovani. Tra i jihadisti, si trova anche una proporzione molto significativa di giovani di giovani che sono cresciuti in famiglie monoparentali dove la figura del padre è assente. Molti dei giovani partiti per la Siria vivevano come un’angoscia il sentimento di vivere in una società senza padri. I percorsi di certi autori di attentati, come Mehdi Nemmouche, Mohamed Merah, come dei fratelli Kouchi e di Amedy Coulibaly hanno questo in comune [tra gli autori degli attacchi a Parigi e Bruxelles, nota di traduttore].

I. S. : Consacra un capitolo del suo libro al fenomeno del “jihandigeno urbano” [letterale: “Urbain Jihandogène”, “indigeno jihadista Urbano”, nota di traduttore]. Questa constatazione è particolarmente evidente nel caso della Francia?

F. K. : Ovunque in Europa si trova l’equivalente di ciò che qui definiamo banlieu, ma questo fenomeno è molto più accentuato in Francia. Per questi quartieri che concentrano dei problemi sociali maggiori, ciò che ha recentemente proposto Jean-Louis Borloo [2] è a mio avviso il minimo di quello che bisogna fare. Si può parlare di tre strutture urbane jihadogene: i banlieu freancesi, quartieri enclave fuori della città, una popolazione marginalizzata e stigmatizzata, un reddito pro capite molto più basso della media, lo sviluppo di un’economia parallela, una tipolagia che si trova soprattutto in Francia. La seconda tipologia è quella dei quartieri impoveriti e segregati all’interno della città, che si trovano in numerose città europee, come Londra Copenaghen, con una popolazione di origine immigrata maggioritaria e un forte sentimento di confinamento, delle zone che sono a volte circondate da quartieri ricchi. Infine, un terzo gruppo è quello che io ho definito “islamistan” che si ritrova molto di più in Gran Bretagna che in Francia, dove si è stabilita la classe media mussulmana. Per quanto l’islam che è praticato qui possa costituire uno sbarramento al jihadismo, questi quartieri creano una società parallela fatta di enclavi all’interno di un modello che si vuole egalitario ed universale attraverso questo tipo di enclavi.

La nozione di questi quartieri è quindi molto importante per studiare lo jihadismo, soprattutto tra i giovani di origine immigrata, un gruppo dove il tasso di disoccupazione è elevato. La stampa ha messo in evidenza il caso di giovani della classe media in una buona situazione sociale che si univano al Daesh per insistere sulla varietà dei profili. Ma questi casi sono estremamente marginali.

I. S. : Da questo punto di vista, il fenomeno del jihadismo in Occidente è un riflesso di certi insuccessi delle nostre democrazie nelle politiche sociali?

F. K. : Certo, sia nelle classi più povere che nelle classi medie. Queste ultime hanno la sensazione che il loro avvenire non è più assicurato e nutrono di conseguenza una forte angoscia. Il jihadismo è uno dei sintomi delle fratture della nostra società. L’indebolimento del welfare state e l’incremento del divario tra le classi ne sono le cause. La dimensione sociale è innegabile nel fenomeno del jihadismo, compreso nella classe media. È un fattore spesso occultato nella stampa, visto che certi articoli si fermano su qualche caso particolare di laureati che partono per la Siria, certe volte insinuando che avrebbero avuto dei problemi mentali. Si tratta, al contrario, di soggetti assolutamente responsabili delle loro azioni, nei quali un sentimento di malessere è onnipresente. La questione sociale a mio vedere spesso occultata nei media.

I. S. : Identifica nei discorsi di certi jihadisti degli argomenti politici, in particolare di sinistra, a proposito dell’imperialismo dell’Occidente e una al consumismo. Su quali leve si fonda questo tipo di argomentazione?

F. K. : È un’idea che si trova soprattutto in seno a gruppi della classe media. Uno dei paradossi del jihadismo è in realtà di amalgamare delle idee di estrema sinistra e delle idee di estrema destra. Il successo della jihad è in qualche modo una contropartita delle nostre società fredde, dove non esiste il sentimento di appartenenza e dove certi individui fantasticano di un passato dove la solidarietà costituiva il cemento della società. Il rapporto che lega l’ideologia jihadista, in particolare Daesh, alla modernità è ambivalente. Certi giovani in Siria si mostrano sui 4 x 4 [le “tecniche”, auto improvvisate per uso militare, nota di traduttore], con occhiali “Ray-Ban” ed altri simboli della modernità occidentale. Quello che i giovani rigettano categoricamente è la visione di uguaglianza tra uomo e donna. E la critica all’occidente aderisce in generale a questa idea. Daech ha sfruttato questa perdita di riferimento di alcuni uomini, stimolando la loro pulsione di virilità.

Accanto a questo, il ruolo delle donne nel Daesh è del tutto primordiale. Le donne incarnano la stabilità nel gruppo poiché la vocazione degli uomini è il martirio. Incarnano la “umma”, la cui radice in arabo è la stessa che significa “madre”. Costruiscono una comunità rassicurante. Daesh ha inoltre accentuato la dimensione affettiva e sentimentale creando un’ideologia sussidiaria. Questo gruppo si sostituisce al padre assente quanto la “neo-umma” assume il ruolo di madre. Il fattore familiare è un determinante di prim’ordine all’interno delle traiettorie dei jihadisti europei. La dimensione immaginaria di ricostituzione di una famiglia, che sarà infine solida, tocca numerosi giovani che sono cresciuti in famiglie monoparentali. La seduzione che esercita Daesh utilizza abbondantemente questa nicchia piuttosto che la dimensione teologica dell’Islam come ha potuto fare in precedenza Al- Qaida.

I. S. : Menziona il caso di molti jihadisti europei che in precedenza non erano riusciti ad integrarsi nell’esercito o nelle forze dell’ordine. Pensa che la violenza del esercitata da Daesh li attiri particolarmente?

F. K. : Le motivazioni di questi giovani ri collega piuttosto alla ricerca di un inquadramento rispetto alla loro sensazione di anomia. Un quadro coercitivo si sostituisce all’identità in crisi. Dentro all’esercito, in unità come la Legione Straniera, quando si fanno degli esercizi fisici estremi in gruppo, si accede a un sentimento di coesione. In questo Daesh contraddice lo slogan del maggio del ’68 “Fate l’amore non la guerra”. Al contrario la propaganda di Daesh proclama che è la guerra che offre i sentimenti più nobili. Da questo punto di vista c’è anche un’inversione: l’inquadramento restrittivo risponde a un bisogno e Daesh offre ai giovani di realizzarsi, di soddisfare il loro desiderio di costruirsi in questo quadro coercitivo.

I. S. : In base all’insieme di queste constatazioni, che possono fare gli i democratici occidentali?

F. K. : Sul piano esterno, bisogna impedire la creazione di uno Stato jihadista come Daesh. Dal punto di vista delle vocazioni jihadiste, il suo ruolo è in effetti significativo. Tra il 2000 e il 2013, si sono contate circa 200 partenze per partecipare alla jihad. Tra il 2013 e il 2016, se ne contano tra le mille e cinquecento e le 2000 [il dato si riferisce alla sola Francia, nota di traduttore]. Significa circa 40 volte di più per anno. La conquista di un città così importante come Mosul in Iraq è stata altrettanto catastrofica perché ha offerto ad un gruppo jihadista l’occasione di applicare il suo modello di governo su delle strutture statuali concrete. Desh è anche la conseguenza della politica estera americana, in particolare dell’intervento contro l’Iraq di Saddam Hussein del 2003. L’élite politica di Daesh si è formata nelle prigioni americane in Iraq. Saddam Hussein, ben inteso, un dittatore sanguinario, ma esistevano altri modi di combatterlo.

All’interno, è evidente che bisogna lottare contro tutte le forme di esclusione e di razzismo, soprattutto a lovello urbano. Questo fattore gioca un ruolo fondamentale. Cancellare questi quartieri segregati e poveri è indispensabile. La presa di coscienza dei loro legami con il jihadismo è ancora abbastanza debole. All’interno della maggior parte dei lavori sullo jihadismo, la dimensione urbana non occupa un posto prevalente. Infine, si tratta di far rinascere il ruolo dell’utopia, di esaltare il vivere insieme, di rimettere al loro posto le altre forme di utopia, come il feminismo o l’ecologia. Vivere in una società fondata unicamente sul liberalismo e la competizione non è sufficiente. Sicuramente si tratta di azioni che spaziano sul lungo periodo, più decenni. Il problema delle persone che ritornano dai territori della jihad, in particolare gli artificieri, è cruciale. Il lato integratore deve doppiare quello repressivo.

La lotta sul piano sociale deve essere pensata come se numerosi jihadisti non tornassero in Europa. Tutto quello che riguarda il mondo mussulmano riguarda l’Europa, al contrario degli Stati Uniti. Si tratta anche di una questione geografica: le distanze hanno un senso. Il caso degli Stati uniti è prima di tutto molto differente perché i mussulmani americani appartengono soprattutto alla classe media. Infine, la storia coloniale lì non gioca alcun ruolo, al contrario degli Stati europei.

I. S. : Oggi è ancora possibile lavorare sulla questione della jihad adottando un atteggiamento da sociologo?

F. K. : Gli europei che ritornano dalla Siria sono oggi dietro le sbarre, quindi è difficile accedere a loro. Ma è possibile continuare a indagare intorno ad alcuni di loro. Si può oggi fare una distinzione in quattro gruppi tra questi giovani: i pentiti, i temprati [in Italia si direbbe probabilmente gli “irriducibili”, nota di traduttore], che bisogna neutralizzare con i mezzi legali dei nostri Stati, i traumatizzati, che evidenziano casi psico-patologici, e, infine, gli indecisi, che sono i più numerosi. È verso quest’ultima categoria che è necessario mobilitare la maggior parte delle energie e degli strumenti per recuperarli. La società deve fornirgli una visione critica della loro traiettoria e una presa di distanza. Sul piano intellettuale, è imperativo uscire dai dibattiti semplicistici e sterili, come quelli che contrappongono la “radicalizzazione dell’islam” alla “islamizzazione della radicalizzazione”[3], o ancora, quello tra la jihad senza capi [leaderless jihad, nota di traduttore] e la la jihad guidata dai capi [leaderled jihad, nota di traduttore] [4]. Queste dicotomie rappresentano forse un conforto intellettuale se si vuole comprendere il fenomeno alla superficie, ma sono artificiose. Questi concetti sono in realtà annidati tra loro ed il jihadismo non può essere combattuto se non lo si studia in tutta la sua complessità.


Farhad Khosrokhavar, «  Le nouveau jihad en Occident  », Paris, éd. Robert Laffont

Quels sont les ressorts sociologiques, anthropologiques, politiques et urbains du jihad dans les pays occidentaux ?
Farhad Khosrokhavar, “Le nouveau jihad en Occident” (La nuova Jihad in Occidente), Parigi, edizioni Robert Laffont

Quarta di copertina

“Ci sono quelli che vogliono fare come la cantante Rihanna, ebbene io voglio invece fare come MerahI”. Uan giovane Jihadista.

Dall’Europa all’America del Nord, passando per l’Austrailia ed il Nordafrica, Farhad Khosrokhavar a nalizzato le situazioni “jihadogene” che favoriacono la radicalizazione. La sua inchiesta nel cuore delle cellule terroriste, nelle città e nei banlieu, rivela i punti in comune tra questi candidati occidentali alla jihad – adolescenti, giovani con problemi psico-sociali, convertiti e reclutati – ma anche la loro incredibile diversità…

In questo inventario completo, frutto di 10 anni di ricerche, l’autore decripta l’ambiente ed il profilo di più di un centinaio di jihadisti occidentali per comprendere l’origine del loro odio ed il motore del loro passaggio all’azione.

Di questa formidabile somma di fatti e di testimonianze emerge una costante senza appello: il successo della jihad presso i giovani mette in luce la crisi delle nostre democrazie, in cerca di senso e di saper vivere insieme. Questa crisi è profonda, le sue conseguenze rischiano di essere durevoli.

Il libro di Farhad Khosrokhavar, “Le nouveau jihad en Occident” (La nuova jihad in occidente) sul sito di éditions Robert Laffont

 


* Traduzione di Sergio Braga

[1] Definizione di anomia del dizionario Larousse: “Disorganizzazione sociale risultante dall’assenza di norme comuni in una società. (concetto elaborato da Durkheim.)”

[2] Il 26 aprile 2018, Jean-Louis Borloo [ex ministro del governo Sarkozy ed esponente dell’Unione dei Democratici Indipendenti, Udi, oggi ritirato dalla politica attiva, nota di traduttore] ha presentato al governo un rapporto dei quartiei prioritari delle politiche della città. Per consultare il rapporto “Vivre ensemble, vivre grand” (Vivere insieme, vivere alla grande).

[3] In francia questa polemica ha opposto gli specialisti di Islam Gilles Kepel e Olivier Roy.

Guardare l’articolo di Olivier Roy nin Le Monde del 24 novembre del 2015 “Le djihadisme est une révolte générationnelle et nihiliste” (Il jihadismo è una rivolta giovanile e nichilista) e lal rubrica di Gilles Kepel nel giornale Liberation, il 14 marzo 2016 “«Radicalisations » et « Islamophobie »; le roi est nu” (“islamismo” e “islamofobia”; il re è nudo).

[4] Questo dibattito tra il modello di jihad senza leader e quello di un modello di organizzazione molto strutturata con un capo ha in particolare contrapposto i ricercatori americani Bruce Hoffman e Marc Sageman. Fare riferimento a “The Myth of Grass-Roots Terrorism; Why Osama bin Laden Still Matters” (il mito del terrorismo popolare; perché Osama Bin Laden ancora è un problema), Foreign Affairs, vol. 87, n. 3, maggio/giugno2008 e M. Sageman, “Understanding Terror Networks” (comprendere la rete del terrore), Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2004.

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