giovedì 20 settembre 2018

Pazienza, la colonna sonora migliore dei nostri anni peggiori

Pazienza, la colonna sonora migliore dei nostri anni peggiori

Andrea Pazienza trent’anni dopo, lo cantano i Gang, lo osannano i critici, Moccia fa rubare le sue tavole, Bologna non è più la stessa

di Checchino Antonini

«Da quando non ci sei – vado a memoria – Bologna non c’è più / se l’hanno presa loro / è un cumulo di noia / che spendi e paghi caro… Non ti sei perso niente, Paz… vuoi mettere risorgere?»

Sono trent’anni adesso da quel 16 giugno in cui le agenzie di stampa batterono la notizia – «Noto fumettista stroncato da un collasso» – e una generazione prese a piangere come se non ne avesse avuto abbastanza tra rockstar uccise dalla sregolatezza, compagni ammazzati dalla repressione, dalle carceri speciali o dai fascisti, fratelli stroncati dalle pere, compagni di strada morti dentro, lentamente, di riflusso. Pazienza Andrea, classe 1956, sperimentò tutto questo, o gli passò vicino, eccetto l’ultima variante per la quale gli mancò la voglia e certo il tempo.

«Penso che piaccia o meno, consapevolmente o meno (secondo me se ne rendeva conto) Pazienza sia stato senz’altro la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro, uno spartiacque…uno scoglio…un isola», ha detto Paolo Bacilieri trent’anni dopo a Fumettologica (uno dei siti specializzati di riferimento) riguardo la sua scelta di come rappresentare Pazienza sulla copertina del Linus che lo commemora. «Mi manchi, mi manco», scriverà Daniela Amenta, voce indimenticabile (nel senso che ora è lontana dai microfoni) della migliore radiofonia, avvezza a scrivere di rock. E dunque di rockstar. Perché Pazienza, si sosterrà di seguito, è soprattutto questo: la colonna sonora migliore dei nostri anni peggiori (anche l’omino della testatina di Popoff gli deve qualcosa). Proprio come cantano i Gang citati nel leed. Di lui e dei suoi personaggi non si potrà mai dire quello che si può sostenere di Corto Maltese: quello un personaggio cui si delega la voglia di un’avventura che altrimenti non ci si potrebbe permettere; Paz e i suoi – personaggi, pennarelli, scarabocchi, sturiellet – sono l’impasto di autobiografia, visioni e fiction di cui è fatta la nostra vita.

Precursore della graphic novel, Paz l’anticipa e la smonta come smonta la gabbia della pagina inventando linguaggi creoli mentre legge i muri del settantasette e ne sente i rumori dalla Radio, quella radio, Alice, terrorizzato dalla paura di restarne tagliato fuori. L’invito a sovvertire gli stili di vita imposti resterà costituente del suo ritmo – parola che gli piaceva assai – fin da quando iniziò a dipingere. Perché la rockstar nacque pittore, e pittore sarebbe tornato oppure regista – stando a quello che immagina chi l’ha conosciuto bene e l’ha amato e continua a farlo. Prima di fare fumetti dipingeva quadri di denuncia ma se li compravano i farmacisti per metterseli in camera da letto. Da qui il desiderio di fumettare imparando nella fucina di rottura dei linguaggi che fu il Dams. Mettendo in gioco il suo corpo «teatro di operazioni per l’artista – soleva dire – un modello sempre a portata di mano e a buon mercato… Quando disegno un corpo, io disegno o il mio antenato Arcadio Paz, o un corpo degradato, o migliorato, flamenchizzato, o insensualito, ma sempre il mio corpo». Ossessionato dall’idea del doppio di sé – altro non sono Penthotal, Zanardi, Pompeo – mescolò Paperino all’underground americano e alla sapienza ereditata dal suo primo maestro, lo cantò come il miglior acquarellista, era suo padre. Narrazione e profezia, tavole e tele raffinate e migliaia di foglietti sparsi in tutta Italia. Di lui si parla nelle serate tra amici, c’è sempre chi ha conosciuto lui e chi giura di aver conosciuto Zanardi. In questo senso è un classico, perché non se ne può prescindere. E non è, né sarà mai un classico perché resta inafferrabile, clandestino, deformabile come la memoria. Un’occhio da storico ne vedrà la capacità di cantare la «b-side dell’Italia potenza craxiana», come disse Enrico Brizzi, fresco di Jack Frusciante che dedicò a Paz e a Pier Vittorio Tondelli che, a sua volta, nel Week end post moderno , ebbe a dire che Andrea fosse il James Joyce del fumetto italiano.

Certo è grazie a Paz se oggi non è tutto un manga-manga, se il suo segno riaffiora tra i fumettisti resistenti (e promettenti) su riviste che appaiono e scompaiono. Dieci anni dopo, il suo Zanna campeggiava sul palco di S.Giovanni nel logo del concertone. Ne sarebbe stato contento l’autore? A Conegliano, provincia di Treviso, c’è una scuola elementare che porta il suo nome. Lo stesso a San Severo, Foggia, dove egli ha vissuto. Pazienza come Garibaldi, Pertini e Mazzini: nome di scuola materna a Vittorio Veneto, di anfiteatro a Spilamberto, provincia di Modena. Pazienza faccia da francobollo (Poste italiane ’97), faccia da busto a Fusignano (Ravenna), nome di centro del fumetto a Cremona (una storia serissima). Nessuna meraviglia che Step, il protagonista di Tre metri sopra il cielo si introduca nottetempo nei locali di una casa editrice per rubare alcune tavole originali dell’autore. Nel numero 200 di Dylan Dog appare Virgil, figlio dell’ispettore Bloch e porta lo stesso naso di Zanardi. A pagina 68 della stessa storia, una comparsa ha proprio le fattezze di Pazienza. E un ritratto di Pazienza è il logo della SchwarzRot8000, squadra di football nella liga alternativa di Zurigo. Ti citeranno, ti citeremo ancora, Paz, come hai citato le nostre vite metropolitane e/o provinciali, come le hai inventate.

Non fosse successo il collasso di trent’anni fa, il 23 maggio avrebbe compiuto 52 anni e, nelle sere etiliche qualcuno immagina cosa ne sarebbe stato di lui. C’è stato chi ha ipotizzato, ricamandoci su (con bel libro edito da (Francesco) Bevivino nel 2004, Massimo Zanardi. Che non mi si chiami Fido, quindi e scritto dal milanese Tomaso Pessina) che Zanna – oggi quarantaseienne – sarebbe diventato un tassista (che comunque arrotonda smazzando un po’ di roba) in una Bologna che non riconosce più, dopo una manciata di esami al Dams. Colasanti ha perso i suoi boccoli, si rade, lavora in banca, spende soldi e gioca per ore ai videogiochi. Petrilli, quello sfigato del gruppo, naso a pera, bassino, negli anni Novanta è stato un po’ in comunità. Oggi è sposato e fa il bidello nello stesso liceo.

Ma i licei sono ancora pieni di giovani futuri precari che inventeranno, prima o poi, nuovi linguaggi del desiderio riscoprendo, magari, gli stessi «torbidi legami col movimento del ’77» che ammise Pazienza.

una versione di questo pezzo è uscita il 15 giugno 2008 su Liberazione

Scheda. Trent’anni dopo: mostre, libri, copertine

Avrebbe compiuto ieri 62 anni ma il prossimo 16 giugno saranno trent’anni dalla sua scomparsa. E la mostra – “Pazienza, trent’anni senza” – fino al 15 luglio al Mattatoio di Roma, nell’ambito di Arf!, svela due inediti. Come dire, con parole sue: la pazienza ha un limite, Andrea Pazienza No. Suo fratello Michele ne ricorda ancora il «coraggio sconfinato a mettersi in piazza, e a mettere in piazza gli altri». «Andrea si è espresso in molte forme – racconta Mariella Pazienza, l’altra sorella – anche i suoi quadri erano di denuncia, ma si fermavano nelle stanze dei pochi che se li potevano permettere. A un certo punto volle privilegiare il fumetto proprio per comunicare al maggior numero di persone possibili. Senza mai porsi il problema se fosse un’arte ‘minore’». L’inedito è Zanardi equestre, otto tele, due metri e quaranta per due metri e quaranta, a colori. Hanno spiegato i curatori della mostra, Stefano ‘S3Kenò Piccoli, e gli altri “arfers” Mauro Uzzeo & Alino che ha telefonato loro Matteo Garrone, regista di Gomorra e Dogman, dicendo di avere un Pazienza inedito. Lo aveva ereditato dal padre e ora è nella cameretta della figlia Rose. Un ritaglio di stampa ha dato la sicurezza che si trattasse di un originale visto che le pale sono senza firma. L’opera fu realizzata nella “24 ore di Zanardi”, nella settimana del festival di Ottovolante, il supplemento satirico di Paese sera. Il festival si tenne al Luneur di Roma a cavallo tra luglio e agosto del 1983. L’altro inedito è il ritratto disegnato nell’86 alla morte dell’amico Stefano Tamburini per la copertina di Frigidaire, che in quel momento il direttore Vincenzo Sparagna preferì non pubblicare. Era l’aprile del 1986.

Il catalogo della mostra uscirà con Extra Pazienza, la nuova collana dedicata ad Andrea Pazienza che uscirà in edicola in allegato a Repubblica e L’Espresso a partire dal 23 giugno, a cadenza settimanale. Quattro volumi al prezzo di 10 euro l’uno, che vanno a completare la serie Tutto Pazienza, pubblicata nel 2016I primi due libri conterranno materiale inedito e rarità, il terzo riproporrà il saggio Fumetti di evasione di Oscar Glioti con aggiunta di ulteriori illustrazioni, e il quarto ristamperà, appunto, il catalogo della mostra. Anche il nuovo numero di Linus – il secondo diretto da Igort – sarà dedicato ad Andrea Pazienza. La rivista sarà aperta da una copertina inedita di Paolo Bacilieri dedicata all’autore di Zanardi e Pompeo, del quale sarà inoltre pubblicata la breve storia intitolata Sogno (del 1987), al fianco di omaggi realizzati dal musicista Massimo Zamboni e dai fumettisti Davide Toffolo e Tuono Pettinato, oltre che di un approfondimento di Ivan Carozzi.

Il numero conterrà anche Il mare d’inverno, una sceneggiatura inedita di Pazienza, scritta ai tempi in cui insegnava alla scuola bolognese di fumetto Zio Feiniger, ritrovata fortunosamente da Nino Pellacani (ex giocatore di basket e frequentatore della scuola) e trasformata in fumetto da Giuseppe Palumbo.

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