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Il calcio di una volta non c’era nemmeno una volta

Per raccontare il calcio in modo rivoluzionario, non guardare a una presunta età d’oro del pallone. Parola di Luca Pisapia, autore di Uccidi Paul Breitner (Alegre)

di Enrico Baldin

Il gioco del calcio come merce, come arma del capitalismo, come giogo in mano al potere. E’ una narrazione che non fa sconti quella di Uccidi Paul Breitner. Spietata, a tratti surreale, allo stesso tempo coinvolta ma distaccata. Luca Pisapia – già collaboratore di Gazzetta dello Sport, Fatto Quotidiano e attualmente in forza al Manifesto – nel suo ultimo libro edito da Alegre, spoglia il calcio dalla sua supposta innocenza, immaginificata in un bambino candido che esulta per il gol di Roberto Baggio alla Nigeria durante i Mondiali del 1994.

 

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Pisapia nel suo libro incrocia narrativa e analisi, ricerca e racconto, fantasia e cruda realtà. E non ha torti nello snocciolare le contraddizioni del mondo del calcio, esaltandone il connubio con il peggio della politica e del potere. Dal Beppe Meazza strumento del regime fascista fino ai Mondiali argentini usati da Videla per accreditarsi al mondo mentre di nascosto uccideva e torturava. Dalle tragedie di Stato accorse all’Heysel e negli stadi inglesi negli anni ’80 all’avvento del calcio come merce televisiva di massa. Dalle operazioni di speculazione finanziaria ai giochi di potere all’interno della Fifa. Dall’omicidio del difensore colombiano Escobar allo schiaffo in faccia dato ai poveri dal Brasile organizzatore della Coppa del Mondo 2014.

Per qualcuno lo slogan a questo punto sarebbe “Un altro calcio è possibile”. Per lo scrittore invece non c’è molto spazio neppure per chi si presume in contrapposizione a questo mondo inquinato e a servizio del capitale e dei suoi esecutori. Non si salva l’olandese Cruyff che – consapevole di ciò che stava accadendo in Argentina – rifiutò di partecipare al Mondiale, ma che non proferì mai critica sulla politica coloniale del suo paese. Non si salva neppure il St. Pauli, che cerca di resistere al calcio moderno contrapponendo un suo modello diverso, salvo soccombervi con la commercializzazione multinazionale del simbolo del Jolly Roger. E non si salva neppure Paul Breitner che all’epoca venne ribattezzato “il maoista”.

«Un racconto non pacificato del calcio» lo definisce l’autore per bocca di un protagonista di una delle tre storie che segnano momenti crucciali, passaggi singolari del calcio mondiale. 284 pagine da cui si rischia di uscirne senza speranza, se si lascia che la propria coscienza di tifosi, appassionati e calciofili venga messa a terra dai racconti che anche quando sono di fantasia sono comunque sufficientemente evocativi.

Ma come uscire sani e salvi da queste contraddizioni? «Tentare di costruire mondi alternativi inevitabilmente porta a ricalcare le strutture della matrice» – ci dice Pisapia. «Piuttosto, è meglio agire sui punti di rottura dell’esistente». E allora saltano alla ribalta personaggi non certo centrali, ma che in qualche modo han fatto la loro parte nel tentare di “fottere” il sistema: dalle incredibili storie di centravanti che spacciandosi per grandi campioni gabbarono grandi club a portieri perseguitati e incarcerati, evasi dal sistema e dalla prigionia della dittatura; dai centrocampisti arruolatisi nelle fila partigiane fino a difensori di gran livello affrancatisi nel mondo dei centri sociali catalani.  Contraddizioni, focolai, sacche di resistenza: un altro calcio è davvero possibile?

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