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Labour, mini-scissione a destra contro Corbyn

7 dei 260 deputati lasciano il Labour in polemica con la svolta di estrema sinistra di Corbyn. Enfasi sul presunto antisemitismo

Corbyn troppo di sinistra, un manipolo di orfani di Blair lasciano il Labour. Rimpianto o collera nel movimento laburista britannico rispetto alla scissione annunciata oggi da sette (su 260) deputati “centristi” anti-Corbyn. Il commento più duro è dello Youth Labour, che bolla i fuoriusciti addirittura come «codardi e traditori». Mentre Laura Parker, coordinatrice nazionale del popolare gruppo corbyniano Momentum, espressione della sinistra movimentista, ribadisce l’appoggio al «socialismo del buon senso di Jeremy Corbyn», rimproverando agli scissionisti di voler tornare a un programma ormai condannato dall’elettorato del Labour e che «non offre soluzioni»: quello «degli anni di Tony Blair, fatto di privatizzazioni, tagli delle tasse ai ricchi e deregulation per le banche». Negative pure la reazioni dei sindacati e di laburisti critici verso Corbyn come il deputato Stephen Kinnock o come il sindaco di Londra, Sadiq Khan, polemico in particolare col leader sul dossier che riguarda il presunto antisemitismo di Corbyn, che tuttavia denunciano la scissione come una strada per «far vincere il Partito conservatore» alle elezioni. Elogi ai dissidenti giungono invece dai responsabili delle organizzazioni mainstream della comunità ebraica britannica. E dal leader liberaldemocratico Vince Cable (uscito dal Labour nel 1982 e divenuto ministro nel 2010 nel primo governo Cameron di coalizione Tory-Libdem) che apre alla possibilità di «lavorare insieme» ai sette in Parlamento, sulla Brexit e non solo. Mentre il presidente del Partito conservatore, Brandon Lewis, coglie la palla al balzo per lanciare un proclama contro Corbyn, affinché non gli venga «consentito di fare al Paese ciò che sta facendo al suo partito». «Il Labour – ha tuonato – è diventato il partito di Jeremy Corbyn, incapace di agire su nulla, dal contrasto al razzismo antisemita alla sfida per mantenere sicuro» il Regno Unito.

Jeremy Corbyn si è dichiarato «deluso» della scissione alla Camera dei Comuni e del fatto che i dissidenti abbiano ritenuto di «non poter continuare a lavorare insieme a sostegno delle politiche laburiste che hanno ispirato milioni di persone alle ultime elezioni, nelle quali il partito ha avuto il più grande aumento di voti fin dal 1945». Corbyn ha ribadito quindi la sua linea di «redistribuzione della ricchezza e del potere dai pochi ai molti». E ha rinnovato un appello all’unità sia contro le politiche conservatrici, che lasciano «milioni di persone nella miseria» e nell’insicurezza; sia in favore della «credibile e unificante proposta alternativa laburista alla Brexit pasticciata del governo Tory». I sette scissionisti comunque hanno fatto sapere di aver rotto ponti. Per ora hanno annunciato la formazione di un cosiddetto «Gruppo Indipendente» a Westminster, con un sito web e un profilo Twitter ad hoc. Ma non senza far riferimento alla formazione di un nuovo partito. «I partiti attuali sono parte del problema, non della soluzione», ha detto il leader di fatto della rivolta, Chuka Umunna, in conferenza stampa liquidando l’alternativa di oggi fra Tory e Labour come «tribalismo politico». Alla leadership di Corbyn i ribelli hanno rimproverato un po’ di tutto: dalla posizione sulla Brexit ritenuta non sufficientemente pro-Ue, all’atteggiamento sull’antisemitismo; dalla svolta verso «l’estrema sinistra» fondata a loro giudizio su una piattaforma ideologica «ristretta e datata», a una politica estera pacifista considerata poco interventista rispetto a «Russia, Siria e Venezuela». Chris Leslie ha inoltre affermato apertamente di non volere che Jeremy Corbyn possa diventare primo ministro al posto di Theresa May. Aggiungendo che sarebbe «irresponsabile» consentirlo e che altri deputati rimasti nel Partito laburista concorderebbero «in privato» con lui su questo.

 

 

 

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