Così Facebook censura i movimenti e appoggia Erdogan e Trump

Così Facebook censura i movimenti e appoggia Erdogan e Trump

Facebook chiude le pagine dei siti che appoggiano la causa curda, così come ha oscurato i siti francesi durante il G7 e lucra sulle fake news di Trump

«Tra ieri sera e questa mattina, Facebook ha chiuso le pagine di alcune testate indipendenti e legate ai movimenti sociali. Altre sono state raggiunte da messaggi ufficiali della piattaforma in cui si comunica il rischio della chiusura – attacca un comunicato firmato da Contropiano, Dinamopress, Globalproject.info, Infoaut, MilanoInMovimento, Radiondadurto – i contenuti oggetto dell’operazione sono strettamente legati a post in cui si evidenziava il sostegno alla causa curda e si esprimeva il legittimo dissenso a quanto sta succedendo in Siria del Nord a opera della Turchia. Una guerra che aggiunge anche la questione dell’informazione e della comunicazione nel novero dei terreni di contesa, che si sommano ai più evidenti aspetti economici, politici e militari. Evidentemente, l’espansionismo di Recep Erdoğan non è solo territoriale, ma si propaga anche nell’intelligence digitale.
Gli attacchi che stanno subendo queste pagine non hanno nulla di casuale. È chiaro a tutti che sono ben organizzati e coordinati. Erdoğan ha il problema di ricostruire consenso intorno alla sua figura per questo vuole mettere a tacere tutte le voci critiche. Riteniamo che il sostegno di Facebook all’offensiva comunicativa del regime turco violi i più basilari dettami della libertà di stampa. Anche per il social network vale la Costituzione, che all’articolo XXI stabilisce: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».
Inoltre Facebook – agendo da piattaforma proprietaria – confonde scientemente la “neutralità” dei suoi contenuti con una vera e propria censura nei confronti di chi sta denunciando il massacro militare di civili, il rafforzamento di Daesh – che era stato sconfitto grazie alla resistenza curda – e la produzione di una nuova emergenza migratoria forzata.
Mr Zuckerberg vuole sostenere questa campagna propagandistica? Fare da sponda alla censura e a un regime che ha scatenato una guerra d’invasione fa parte degli standard della community del social più utilizzato al mondo?
Come testate che hanno da sempre sostenuto istanze di libertà e democrazia reale, ribadiamo che continueremo a essere in prima linea nel documentare e sostenere le lotte per la giustizia, l’uguaglianza e i diritti in ogni angolo del mondo. Allo stesso tempo ci appelliamo a chiunque creda nei valori e nell’azione di una informazione libera e indipendente di denunciare questo grave atto di censura attraverso tutti gli strumenti a sua disposizione».

L’oscuramento della controinformazione durante il G7 in Francia

Non è la prima volta che facebook entra a gamba tesa nella dialettica democratica. Il 29 agosto, il sito francese di inchiesta Mediapart ha documentato la denuncia di alcuni siti di controinformazione, oscurati in occasione del G7. Di fronte ad un improvviso calo del numero di visualizzazioni delle loro pubblicazioni, diverse pagine Facebook di collettivi radicali di sinistra hanno cercato di capire cosa è successo. Censura politica, economica e algoritmica? Le loro domande rimangono senza risposta ufficiale, per il momento. Ma la censura di questi giorni le riporta alla ribalta assieme a quella, più complessiva, sulla libertà di stampa ai tempi dei social.

Lille insurgée, Bretagne noire, Collectif Auto Média énervé, Cerveaux non disponibles, Groupe Lyon Antifa, sono alcuni dei collettivi che hanno visto, nei giorni del G7, la caduta libera del numero di letture e commenti sulle loro pubblicazioni, mentre fino ad allora avevano raggiunto migliaia di lettori, spesso decine di migliaia, a volte centinaia.

Uno dei più importanti di loro, Nantes révoltée, lo stesso che ha dato la notizia della scomparsa di Steve dopo le cariche della polizia sulla Loira la notte del 21 giugno, ha annunciato su Twitter che stava subendo la stessa sorte. Il sospetto forte quello di censura politica, per alcuni prima del G7, per altri dopo aver condiviso, all’inizio di quella settimana, un articolo di Indymedia Nantes. Il sito sostiene che un noto attivista dei movimenti dei gilet gialli di Tolosa, è in realtà un agente di polizia sotto copertura. Paul* è il fondatore e amministratore di Les Cerveaux non disponibles, “un collettivo la cui ambizione è quella di trasmettere contenuti alternativi (articoli, video, foto) ma anche di produrli”. Dopo un periodo in cui la pagina Facebook del collettivo si accontentava di condividere le sue letture, le cose sono cambiate con il movimento dei gilet gialli.

Quando un utente accede al suo account Facebook, vede nel suo “news feed” una selezione algoritmica delle pubblicazioni dei suoi amici, dei gruppi a cui appartiene, delle pagine che segue. Da mercoledì 22 agosto, spiega Paul, “la pagina [Les Cerveaux non disponibles] ha perso quasi tutto il suo pubblico: 200 persone raggiunte per post, mentre siamo su una media di 20mila persone per post (con picchi di 300mila). “Non è mai successo”, ha detto a Géraldine Delacroix di Mediapart. Altri utenti hanno segnalato la scomparsa del sito dal newsfeed. Come Zazaz, lettore abituale della pagina: “Da diversi giorni mi sentivo un vuoto, mancava qualcosa, ma non riuscivo a capire di cosa si trattava. Questa mattina (era il 23 agosto), ho capito, la disponibilità del mio Cerveaux e altre informazioni sono state censurate». Gli amministratori stanno valutando una possibile spiegazione: “Il silenzio di Facebook alimenta le domande, è molto opaco e molto difficile”, dice Paul. Possiamo anche dire che la questione è stata discussa a livello interno, poiché sappiamo che stanno parlando con il governo. Basta che un dipendente di Facebook che ha avuto istruzioni orali…”

L’amministratore della pagina ha cercato di contattare Facebook e ha posto questa domanda: “Negli ultimi giorni, e soprattutto ieri, abbiamo visto una forte diminuzione della visibilità dei nostri post (quasi il 95% in meno della media!). Potrebbe spiegarci le ragioni di questo cambiamento improvviso? E dirci come aggiustarlo? Poiché i nostri media sono particolarmente attenti alle notizie, è molto problematico per noi non riuscire a raggiungere il nostro pubblico in un evento così importante come il vertice del G7. Grazie in anticipo per la vostra comprensione e il vostro feedback». Risposta: “Il tuo feedback verrà utilizzato per migliorare Facebook. La ringrazio per il tempo che ci ha dedicato a inviarci la sua relazione. “Una risposta automatica”, “che non è nemmeno adatta…”, sottolinea Paul.  “L’idea di essere meno dipendenti da Facebook” aveva già portato il gruppo a creare un proprio sito web: “Per i nostri testi e video importanti: non vogliamo perdere tutto se la pagina viene cancellata». Anche il Collectif Auto Média énervé, attivo dal 2016 all’epoca del movimento contro la Loi Travail, s’è visto cancellare la pagina dopo dei post sul controvertice perché, secondo fb un contenuto non specificato sarebbe stato “contrario agli standard comunitari”. Le stesse difficoltà per il sito Lille insurgée: da una media di  28mila visualizzazioni, con picchi di 68mila fino alle 400 visualizzazioni dal 22-23 agosto. In assenza di giustificazioni, di elementi di comprensione, sono fiorite le ipotesi: “Una possibilità è che Facebook voglia incoraggiarci a fare pubblicità. Così ci hanno tagliato fuori dal nostro pubblico per farci pagare un po’ di pubblicità. Ma se si tratta di censura deliberata, c’e’ un collegamento con il G7, ovviamente”.

Su Twitter, Antifa Lyon fa la stessa osservazione e Bretagne noire, abituata a questo tipo di trattamento, ha invitato il 25 agosto a visitare la sua seconda pagina, ringraziando per i messaggi di supporto. Contattata più volte da Mediapart, Facebook ha risposto solo la sera del 26 agosto che le pagine in questione non erano state censurate e che la loro visibilità era stata ridotta perché avevano pubblicato contenuti in contrasto con gli standard comunitari.

La pubblicità choc di Elizabeth Warren

Dagli Usa, arriva la conferma dello strabismo di fb che censura la controinformazione e lucra sulle fake news. Elizabeth Warren ha dato una lezione a Facebook acquistando uno spazio pubblicitario sulla piattaforma con un messaggio ‘shock’: Mark Zuckerberg ha appena dato il suo sostegno a Donald Trump. Poi, nelle righe successive, spiega: «Siete probabilmente scioccati e vi state chiedendo come sia possibile. Non è vero» dice Warren che, con la sua inserzione pubblicitaria, vuole solo mettere l’accento sulle pratiche fallimentari di Facebook sulla pubblicità politica. «Quello che Zuckerberg ha fatto è dare a Donald Trump carta bianca per le sue bugie sulla piattaforma e far incassare soldi a Facebook per promuovere queste bugie con gli elettori americani» mette in evidenza Warren. Il riferimento è alla politica di Facebook che ha consentito alla campagna di Trump di postare sulla piattaforma pubblicità in cui si accusa l’ex vice presidente Joe Biden di aver promesso 1 miliardo di dollari all’Ucraina per il licenziamento di uno dei suoi procuratori generali. Informazione smentita dalla campagna di Biden, che ne ha chiesto senza successo la rimozione da Facebook e da Twitter. «Se la senatrice Warren vuole dire cose che sa di essere false, riteniamo che Facebook non sia nella posizione di fare censura» afferma un portavoce di Facebook. Warren da tempo è in guerra con Facebook e gli altri big tecnologici di cui vorrebbe lo smembramento così da ridurne la forza e l’influenza.

 

 

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